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Posts Tagged ‘Hemingway’

“I libri sono tutto. I libri sono la vita.”

Sempre entusiasta Inge Feltrinelli, per i libri, per la vita, per gli incontri.

Quegli incontri che la portarono a fotografare Hemingway e Picasso. Rendendola celebre.

Quelli che la condussero al marito Giangiacomo Feltrinelli e alla casa editrice. Trasformandola nella “Signora dei libri”.

Quelli che le regalarono rapporti umani profondi intessuti di parole edite. Diventando amica di Nadine Gordimer e Doris Lessing.

Sempre pronta, combattiva, entusiasta. Con un fiuto incredibile per le storie. Da fotografare, da vivere, da pubblicare.

Perché, come amava dire, è fondamentale “cogliere il momento decisivo, cogliere l’istante.” 

Come fece lei nel famoso autoscatto con Hemingway. Che potrebbe avere per didascalia le parole con cui la descrisse lo scrittore Amos Oz: “un vero vulcano di idee, curiosità, gentilezza”.

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Avrebbe oggi compiuto 100 anni la Nanda, come veniva affettuosamente chiamata dai suoi amici la scrittrice Fernanda Pivano.

Con le sue memorabili traduzioni ha portato la scrittura americana in Italia, da Hemingway a Whitman, fino alla Beat Generation con Kerouac. E la “sua” Spoon River fu spunto creativo per Fabrizio De André alla composizione dell’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.

Uno sguardo oltreoceano, quello di Nanda. Rivolto sempre ai giovani. Con intuizioni anche predittive. Come quando, già vent’anni fa, disse: “I giovani di oggi hanno bisogno di un blue print, che qualcuno dica loro cosa fare, perché oggi le situazioni politiche sono così drammatiche, le situazioni sociali sono così perverse che non sanno che cosa pensare, che cosa fare.”

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italia per stranieri

Per loro, l’Italia è selvaggia, inospitale, antica, raffinata, decadente, angusta, meravigliosa, primitiva, troppo battuta dal sole, a volte lamentano una qualità del cibo pessima. Ai loro occhi, gli italiani sono alternativamente incivili e cortesi, cor­diali e insensibili, privi di tenerezza e poveri, degenerati e virili, schietti e galanti.

Chi potrebbe aver detto tali parole di noi italiani?

Gli aggettivi che ci descrivono sembrano riecheggiare attualità e invece, a sorpresa, sono il punto di vista, riportato dal curatore, Francesco Longo, della sezione scrittori stranieri del numero, “Granturismo”, della rivista letteraria “Nuovi Argomenti”, a proposito di coloro, come Bachman, Pound, Cheever, Hemingway che passarono del tempo in Italia nel Novecento.

Come a dire che, nella terra dei “gattopardi”, proprio nulla cambia.

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PICASSO

Robert Capa è stato etichettato come fotografo di guerra, ma le sue qualità  di ritrattista hanno catturato anche le gioie della pace, come lo si può notare da questa foto del 1948 in cui Pablo Picasso e Françoise Gilot sembrano uscire felici dalle acque di Golf-Juan.

Una retrospettiva per il centenario dalla nascita ce lo racconta in questi due aspetti a Palazzo Reale di Torino fino a metà luglio. E ritroviamo immagini di quei suoi reportage per cui divenne famoso, dallo sbarco in Normandia alla liberazione di Parigi, dalla guerra civile spagnola a quella d’Indocina dove trovò la morte su una mina antiuomo a soli quarant’anni. Del resto lui vedeva il mezzo fotografico come arma di denuncia e testimonianza, spingendosi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, ma volendo raccontare gli eventi bellici soprattutto attraverso gli sguardi della popolazione civile, con cui sentiva profonda empatia essendo stato lui stesso un rifugiato politico.

E poi ci sono quei ritratti di personaggi famosi, spesso suoi amici, da Picasso a Hemingway, da Matisse a Ingrid Bergman, ritratti che riescono a cogliere l’anima di quelle persone. Perché, come ebbe a dire John Steinbeck ricordandolo, “Capa sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato“. Fotografando emozioni.

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Miquel Barcelo - Manifesto ultima corrida a Barcellona - 25 settembre 2011

Ieri sera è definitivamente calato il sipario sulla corrida, la “Festa Nacional”, in Catalogna. All’Arena Monumental di Barcellona è andato in scena, di fronte a 18.000 persone, l’ultimo atto di un antico e sanguinario rito. Dal gennaio 2012 sarà infatti fuori legge la tauromachia in Catalogna per effetto del voto espresso lo scorso anno dal Parlamento regionale. Del resto negli ultimi anni la corrida è diventata sempre meno popolare, anche per il focus posto dagli animalisti sulle sofferenze inferte ai tori per puro spettacolo, peraltro cruento.

Eppure come non pensare a certe pagine di Ernest Hemingway sulla corrida raccontata come forma di tragedia? In “Morte nel pomeriggio” arriva a descrivere il torero come un uomo (forse L’Uomo) che sfida la morte acquistando dallo scontro l’immortalità: “La corrida non è uno sport nel senso anglosassone della parola, vale a dire una gara o un tentativo di gara tra un toro e un uomo. E’ piuttosto una tragedia; la morte del toro, che è recitata, più o meno bene, dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo ma morte sicura per l’animale.

Da oggi saranno i tori a poter recitare il sottotitolo del suo “Fiesta”: “Il sole sorgerà ancora”.

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