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Posts Tagged ‘gioco’

Il mio desiderio numero due in questo momento ancora accidentato della fase due (e la cifra ripetuta rischia di diventare cabala) è leggero e superficiale, nel senso letterale. Ovvero in relazione al tatto.

Vorrei infatti, ad avvolgere il mio fisico contorno, una stoffa di nuvola in tagli inediti. Nulla di pretenzioso, anzi. Quei vestitini estivi provenzali che svolazzano ai refoli buoni del mistral tra campi di lavanda e mercatini di spezie.

La ricerca si presenta però ardua, almeno per ora. Perché, oltre ai sacrosanti dispositivi di sicurezza, avvicinarsi agli abiti non è più piacere puro, in cui il tocco non mediato è parte del divertissement. Misurare poi, tra prova camerino e sanificazione capi, comporta ansia da prestazione per il rischio sanitario. Quindi, col proprio occhio “clinico” su di sé, si accetta l’altro rischio, quello di misura e fattura conforme a noi.

Ma il gioco è /era tutto lì. Si giocava, quando si era un po’ giù, a provare abiti e accessori nuovi, ai nostri occhi belli, talvolta poi per non comprarli mai.

Eppure ci faceva bene, più il gioco, la messinscena, che l’acquisto vero e proprio. Perché ci ricordavano le cose poco necessarie, ma al senso della vita fondamentali. Che spero riescano, ancora e presto, a ricordarcelo.

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Salone del Libro, ovvero di un gioco antico e sapiente.

Questa volta la Fiera si manifesta, ma senza l’attesa molestia.

Volume su volume, mi immergo in un cartaceo fiume.

Storie a puzzle, incastro, cornice. Comunque sia, esploro felice.

Epica, Dramma, Risata, Poesia. La carta che vince è la fantasia.

Calembour a parte, la trentaduesima edizione del Salone del Libro di Torino ha presentato una pagina più parlata, quasi urlata, più che scritta. Contravvenendo in parte alle regole del gioco-libro, che richiede un passo di avvicinamento a tratti felpato. Per inoltrarsi nel terreno inesplorato con mente curiosa e cuore aperto. Così che novità ed emozioni possano primeggiare, violando posizioni preconcette. E scrollando ruggine dai soliti pensieri.

Ps: La mia personale “caccia al tesoro”, sempre ammantata di serendipity, mi ha condotto ad un metalibro condito di cibo, “Colazioni d’autore” di Petunia Ollister. Dove ogni libro fa colazione coi suoi dolci preferiti. Qualche esempio? “Il grande Gatsby” con eleganti muffin al limone, “Il giovane Holden” con casalinghe uova e bacon, “La donna della domenica” con raffinati baci di dama.

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Giocare e creare con la sabbia fa bene. A tal punto da diventare una terapia, la SandPlayTherapy. Che non utilizza paletta e secchiello bensì “quadri” realizzati con miniature tridimensionali disposte in modo libero in una sabbiera. Al fine di leggerle per aiutare le persone, specie quelle con difficoltà comunicative, a ritrovare il benessere psicologico.

Perché, come diceva Carl Gustav Jung, “spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente”.

Insomma, un piccolo giardino zen per raccontare le proprie emozioni. Antico rituale buddista per ristabilire la calma. Tracciando segni per ritrovare i propri passi.

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L’anno si è curiosamente aperto col “gioco dei bottoni”. Quel gioco antico praticato dai bambini del secolo scorso, in mancanza di autentiche pedine. Pedine che ora siamo noi, gli ultimi del pianeta Terra, in mano a chi di bottoni millanta profonda conoscenza.

Due bambinoni, uno dittatore che presiede un pezzo di Corea, l’altro presidente che ditta su un pezzo considerevole di mondo, quello detto “nuovo” dagli antichi. Si confrontano sui rispettivi luoghi in cui conservano la loro personale merceria (“ho il bottone del nucleare sulla mia scrivania”) e si dilettano sulle misure, ahi ohi, dei propri bottoni (“il  mio bottone è più grande del tuo”).

Peccato non si rendano conto che quel tipo di bottone valga nè una giacca nè una messa, ma “soltanto” una guerra. E purtroppo, come diceva Einstein, l’ultima.

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Cicciobello è orfano del suo creatore.

È scomparso Silvestro Bellini, il modellatore che per primo, nel 1962, forgiò il volto di un bambolotto dal successo mondiale.

Era bello davvero Cicciobello: biondo, morbido, occhi azzurri, boccuccia a cuore. Sempre pronto a consolare generazioni di bambine facendosi da loro coccolare, meglio se col ciuccio per evitare un pianto disperato. E poi c’era quel magico biberon, il cui latte spariva e riappariva facendo felice Cicciobello e le sue piccole “mamme”.

Tra queste mia sorella Emanuela che teneva il suo bambolotto stretto prendendosene attenta cura e consegnandolo a me solo sometimes, con raccomandazioni a iosa. Così di Cicciobello non potevo che essere soltanto “zia”.

Gioco bello Cicciobello, d’altri tempi. Lontani, semplici, ancora poco liquidi.

A ripensarci la sensazione è quella di un nastro riavvolto furiosamente all’indietro.

A rebours. Controcorrente. Felicità con poco o quasi niente.

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Frutti del bosco speciali i lamponi.

Davvero Buoni. Cicciosi e giocosi.

Golosissimi poi se mangiati in punta di dita.

Come Amélie. E il suo favoloso mondo.

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Tempi antichi.

In cui bastava poco per essere contenti.

Click della manovella del dispenser, e… discesa della felicità.

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Vita da spiaggia

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Sonnecchiando… si gioca, come fosse la partita della vita.

Ma è vacanza. Vuoto di tempo, pieno di niente. Fa bene alla mente.

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Il vero gioco del pallone non è quello che vediamo in questi giorni agli Europei.

Il gioco autentico è quello dei ragazzini che all’interno di un portone, sotto il sole battente di giugno, dimenticano il mondo rincorrendo il pallone. Dribblando, scartando, cadendo, facendo e subendo gol.

In piena felicità. Tale perché solo sfiorata, mai avvertita.

Respirata però a pieni polmoni, per il futuro.

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Richard Sargent, "Big shadow little boy" - 1960

Curiosa la giornata odierna: data palindroma, che si può leggere “percorsa nel verso contrario”.

Ecco la parola chiave, “contrario”. Che è la cifra che struttura il Carnevale. Tutto sottosopra, sovvertito, mascherato.

Con leggerezza, ironia, gioco. Bello, perché dura poco.

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