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Posts Tagged ‘Gianni Morandi’

Tutto è ricominciato da dove era finito. Ovvero Maneskin.

Cresciuti, magnetici, superlativi. Con orizzonti ormai internazionali, eppure con uno sguardo riconoscente al tempo/luogo da cui sono partiti. E con la capacità di emozionarsi ed emozionare il pubblico. L’intensa e delicata “Coraline” ne è stata la dimostrazione.

Il filo complesso di memoria con lo scorso anno, senza pubblico e in piena pandemia, si è mantenuto in apertura con Amadeus e Fiorello, sua fidata spalla. Ma è stato solo un frame.

Paillettes e leggerezza hanno subito avuto la meglio, anche perché quest’anno è nuovamente platea gremita (seppur mascherata e tamponata), e la voglia di ballare/ricominciare è tanta, con diverse canzoni che incitano a farlo, da Dargen D’Amico a Ditonellapiaga e Rettore, nonché ritornelli che entrano in testa e non escono più, da Morandi (“Apri tutte le porte/gioca tutte le carte/fai entrare il sole“) a La rappresentante di lista (“Con le mani, con le mani, con le mani, ciao ciao”).

E da una serata all’altra ci rendiamo conto che c’è molto di nuovo in questo Sanremo, a partire dagli incredibili ascolti, forse perché abbiamo davvero bisogno di “musica leggera, anzi leggerissima”, come ci era già stato prospettato lo scorso anno.

Drusilla Foer, elegante e ironica, è stata poi la carta che ha sparigliato, regalando spessore di contenuto in guanto di velluto. Il suo sensibile e intelligente monologo sull’unicità di ciascuno (peccato l’ora tardissima) ha sdoganato il concetto ormai vecchio di “diversità”. Così come sottolineare, l’omaggio di Saviano per il trentennale di Capaci, che ricordare è operazione del cuore, serve forse a smuovere qualche coscienza dall’apatia di un tempo galleggiante.

E poi gli artisti, un autentico melting pot canoro e anagrafico, sorretti da una superlativa orchestra, con alcune canzoni musicalmente nuove e interpretazioni da podio. Da Elisa, sempre magica, a Ranieri con la sua toccante “Lettera di là dal mare”. Ma una su tutte, quella di Mahmood e Blanco, è stata da “Brividi”. Per intensità, timbrica e messaggio.

Siamo ora in attesa di altri guizzi (come non ricordare la poesia in musica di Cremonini?) nella serata delle cover e in quella finale. I complimenti del Presidente Mattarella ad Amadeus sono il miglior viatico per la chiusa.

Ps: e che dire del “Fantasanremo”, in cui i cantanti cercano di fare punti, tra parole in codice, baci e fiori regalati? Un gioco nel gioco. Quello di cui necessitiamo, almeno per qualche ora.

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morandi

E bravo il Gianni nazionale.

Al traguardo dei quattordici lustri mette nel sacco la generazione dei rottamatori, ricordandoci il ritmo del “tà-tà-tà”, ovvero umiltà/volontà/senza età.

E molto più avanti di tanti giovani mai partiti, merito forse del suo passo da maratoneta, sceglie di non chiudere la porta ai social network e ad Internet, sparigliando in modo inaspettato le carte anagrafiche. Rendendole sempre più virtuali. E regalando ai suoi fan un antico/nuovo selfie, battezzandolo “Autoscatto 7.0“. In cui, più che il numero, è il nome a raccontare l’uomo e l’artista: “fatto da sé” e ” sempre pronto a ripartire”.

Una lezione semplice. Forse anche per questo magistralis.

Ps: nel frattempo se ne è andato all’improvviso il cantante Mango, voce strumentale unica nel panorama musicale italiano, capace di sperimentare contaminando generi, con una sonorità che rendeva autentici quadri le sue canzoni. Mi torna in mente “Mediterraneo“, il suo mare, il nostro, in quel frammento che dice “Bianco e azzurro sei / con le isole che stanno lì / le rocce e il mare / coi gabbiani / Mediterraneo da vedere / con le arance“. Ma solo la sua voce smaltava le sfumature degli odori e le zaffate dei colori.

Mango-06

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Reduci da una settimana in cui il Paese Italia ha avuto tra i suoi tags la parola “Sanremo”, indicando con essa non tanto l’amena località di mare quanto la manifestazione canora, viene da chiedersi: ma “Sanremo” è ancora “Sanremo”?

E’ vero che gli ascolti tengono, ma solo con l’effetto Celentano che sfalsa così tutte le possibili comparazioni. Allora cos’è che convince sempre meno, e non solo le ultime tecnologiche generazioni ma anche quelle precedenti che a “Sanremo” erano alquanto fidelizzate? Che sia la “crisi di mezza età”, visto che il “Festival di Sanremo” di “primavere” ne ha viste sessantadue? O forse il “fattore talent” che ormai sta fagocitando qualsiasi nuovo ingresso sulla scena musicale italica?

In effetti cosa ricordiamo di questa edizione se non la “predica” di Adriano con conseguente possibile “commissariamento” della manifestazione, il dubbio sull’intimo esistente o meno della Belen Rodriguez, gli interventi surreali con occhio sgranato del talentuoso Rocco Papaleo, le canzoni difficili da canticchiare sotto la doccia, un Morandi che si adegua ad un linguaggio con un intercalare più moderno (leggi più volgare), il passaggio di alcune leggende della musica mondiale, una per tutte la mitica Patty Smith.

Forse quello che appare sempre più stridente in questa debordante kermesse è da una parte il tentativo di far persistere una gara canora istituzionale con modalità fuori tempo da “messa cantata” con l’artista di turno che in posa “Prima Comunione” si esibisce con canzoni studiate ad hoc per “Sanremo”, quindi per definizione destinate ormai a vita effimera, e dall’altra il tentativo di rompere definitivamente la “quarta parete” che divide lo spettatore dal palcoscenico per creare un gigantesco happening colto nel suo divenire, anche se in piena ed evidente e voluta finzione.

Insomma una “contaminazione” in cui “Il blu dipinto di blu” rischia di diventare un logo di manifestazione.

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