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Posts Tagged ‘Gesù’

Siamo tutti sulla stessa barca” ha detto ieri il Papa in una Piazza San Pietro dilavata, vuota e spettrale. Visitata solo dal suono drammaticamente intrecciato di sirene e campane.

E il Papa solo, nel mezzo di una piazza ancora più immensa, desolata, infinita. A raccontare l’incredulità e lo sconcerto dell’uomo. Anche di colui che è vicario di Cristo in terra.

Un “Urbi et Orbi”, con indulgenza plenaria, inedito e silenzioso. Pregno del dolore che l’umanità sta vivendo. Con la richiesta minima, quasi sussurrata, al Figlio di Dio di non lasciarci in balìa della tempesta. Antica supplica degli apostoli a Gesù, sulla barca in mezzo al fortunale.

Quella barca su cui oggi tutti noi ci troviamo. A remare, a domandare, a supplicare. Ancora una volta.

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“Era uno spettacolo impressionante, i mille lumi delle vetrine, i festoni, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili che tentavano affannosamente di andare avanti e il formicolio vertiginoso della gente che andava e veniva, entrava ed usciva, si accalcava nei negozi, si caricava di pacchi e pacchetti, tutti con un’espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti. […] Dovunque le due bestie guardassero, ecco uomini e donne che facevano pacchi, e preparavano buste, e correvano al telefono, e si spostavano da una stanza all’altra portando spaghi, nastri, carte. Dovunque arrivassero, era il medesimo spettacolo. Andare e venire, comprare e impacchettare, spedire e ricevere, imballare e sballare, chiamare e rispondere. E tutti guardavano continuamente l’orologio, tutti correvano, tutti ansimavano col terrore di non fare in tempo. Per le strade, nei negozi, negli uffici, nelle fabbriche, uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi l’un l’altro, come automi, delle monotone formule. “Buon Natale, auguri, auguri, felici feste, grazie, auguri, auguri, auguri“. Era un brusio che riempiva la città. […] –Mi avevi detto – osservò il bue – che era la festa della serenità, della pace, del riposo dell’animo. –Già – rispose l’asinello – Una volta era così. Ma, cosa vuoi, da qualche anno all’avvicinarsi del Natale, gli uomini vengono presi da grande agitazione e non capiscono più niente.  […] – Ce n’è troppo di Natale, allora. Ma ti ricordi quella notte, a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino? Era freddo, anche lì, eppure c’era una pace, una soddisfazione. Come era diverso! […] – E quei tre ricchi signori che portavano regali, li ricordi? Come erano educati, come parlavano piano, che persone distinte. Te li immagini, se capitassero in mezzo a questa baraonda? E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora. Le stelle di solito hanno vita. -Ho idea di no – disse il bue, scettico. – C’è poca aria di stelle, qui. Alzarono i musi a guardare, e infatti non si vedeva niente. Sulla città c’era un soffitto di caligine.”

Da “Ce n’è troppo di Natale” di Dino Buzzati (1906/1972)

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PASQUETTA: così viene chiamato il giorno dopo la Pasqua, detto anche “lunedì dell’Angelo” per l’incontro dell’angelo con le donne giunte al sepolcro.

L’angelo disse loro: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto”. E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”, ed esse si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.” (Mt 28,5-6).

Il lunedì dell’Angelo è il giorno da trascorrere tradizionalmente facendo una scampagnata “fuori porta”, forse per ricordare che Gesù apparve, lo stesso giorno della Resurrezione, a due discepoli in cammino verso Emmaus, a pochi chilometri da Gerusalemme.

Pasquetta nel suo stesso nome rievoca prati fioriti, allegri picnic, chiacchierate all’ombra, passeggiate al sole, leggerezza nell’aria e nel cuore. E il misticismo, che sembra essere solo sullo sfondo di una simile giornata, lo senti galleggiare tutto nelle tue fibre quando rientri. Riconoscendoti, come scriveva Ungaretti, “una docile fibra / dell’universo”.

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Vincent Van Gogh, "Uliveto" - 1889

Gesù andò in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai discepoli: ‘Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare.’ E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo ‘Padre mio, se è possibile passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!’.” – Gesù nell’Orto degli Ulivi, dal Vangelo di Matteo.

L’ulivo è un albero serio, dal dolore contenuto e dignitoso e dalla sofferenza non gridata. Non ama il chiacchiericcio salottiero, le assemblee, le tavole rotonde. Vive del suo passato doloroso e non parla di radiosi avvenire o ricchi futuri. E’ un albero nobile, bello e disperato. Cresce nutrendosi di un dolore antico, che lo deforma e lo contorce in curve impressionanti. L’ulivo non vuole attirare l’attenzione, anzi, cerca di nascondersi il più possibile. Ma non ce la fa. Le sue forme lo tradiscono e anche un bambino noterebbe in esse qualcosa di tremendo, di tragico e di drammatico che esce dalla terra. Il dolore sopportato in silenzio rende forti nello spirito, ma anche fragili, disinteressati alla vita e privi di ogni difesa. Per questo il freddo lo uccide con facilità. L’ulivo è un albero universale che rispecchia la vita di ogni uomo vivente. Nessuno infatti, sulla terra, dallo spazzino al re è immune dal dolore che piega l’animo e contorce i giorni fino al limite estremo.” – Da “Le voci del bosco” di Mauro Corona.

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Il mondo si divide in chi vede nei numeri magiche associazioni simbolico-cabalistiche e chi no.

Quindi c’è chi oggi uscendo di casa fa gli scongiuri sperando che passi in fretta e chi pensa sia un giorno come un altro.

La particolarità sorta intorno al venerdì 13 è nata dalla congiunzione di due superstizioni, una data dal giorno in cui fu crocifisso Gesù (un venerdì) e l’altra dal numero dei commensali dell’Ultima Cena (tredici). I “cultori della materia” citano inoltre la caduta dell’ordine dei Templari, il cui arresto avvenne appunto di venerdì 13 nell’ ottobre del 1307, nonché il venerdì nero di Wall Street nel ’29 e la difficoltosa missione spaziale dell’Apollo 13 nel 1970, di cui divenne famosa la frase “Houston, we have a problem“.

Poi c’è chi fa finta di niente e con nonchalance dice, citando il capolavoro teatrale di Peppino De Filippo, “Non è vero… ma ci credo“.

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