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Posts Tagged ‘Gerusalemme’

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Padre siamo nell’Orto degli Ulivi – così chiamano il luogo qui a Gerusalemme.

Mi prostro con la faccia a terra, dico parole dissennate:

Passi da me questo calice. Ma non come vorrei,

come tu vuoi sia fatto.

Ciò che si prepara è nelle Scritture,

a quello ho ordinato i miei pensieri

punto per punto, eppure esito ancora,

farnetico che sia revocabile.

Tu entri nel groviglio umano e lo disbrogli

pure così lontano come sei nella tua eternità

da questi nodi delle esistenze temporali.

In te pietà e amore riempiono l’abisso 

di questa differenza. Intendimi.

Ma ecco viene gente.”

Mario Luzi, da “La Passione. Via Crucis al Colosseo”.

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Mi rammarico, molto, per la “partenza” di questo uomo di Dio, uomo del dialogo, a cui alla fine la parola è venuta a mancare.

Carlo Maria Martini, biblista di fama mondiale, ha indagato a lungo il Mistero, intorno a cui le esistenze di tutti noi in qualche modo si interrogano. Tanto da essere restìo alla nomina a vescovo di Milano, rendendo poi il suo servizio in senso pieno, dal colloquio coi giovani alla presenza nelle periferie, fino a ricevere le armi delle Brigate Rosse in arcivescovado per tentare una mediazione negli anni della lotta armata.

Forse l’esperimento più di “confine” fu la “Cattedra dei non credenti”, una serie di incontri a tema ai quali il cardinale invitò esponenti sia credenti che non credenti, per dare voce, su varie tematiche, ad entrambe le posizioni. “Un grande guardiano di confine“, come ebbe a definirlo Paolo Mieli.

Il suo desiderio era però vivere in Terrasanta, in quella Gerusalemme culla di dialoghi possibili, oltre che di scontri quotidiani. E in parte ci riuscì, negli anni del ritiro e della meditazione, fino a quando la malattia lo costrinse al ritorno.

Nel suo ultimo libro, “Sto alla porta”, ha indagato il rapporto tra noi e il tempo: “La parola “Non ho tempo” la diciamo e l’ascoltiamo così spesso che ci pare come un condensato dell’esperienza comune. Noi abbiamo un’acuta percezione della sproposizione tra il tempo che abbiamo e le sempre più numerose opportunità a nostra disposizione, e insieme le molteplici scadenze, urgenze, attese che ci incalzano. Ma se potessimo dilatare a dismisura il nostro tempo, se potessimo avere, come talora ci capita di desiderare, una giornata di quarantotto ore invece di ventiquattro, la nostra inquietudine si placherebbe? Certo, riusciremo a fare molte più cose (almeno lo pensiamo). È però questo ciò di cui abbiamo bisogno? Non credo. L’ansia che ci prende al pensiero dello scorrere del tempo non dipende dal numero delle ore che abbiamo a disposizione.

Questo il valore che ci lascia, l’apertura all’ascolto. Dell’altro. E dell’Altro.

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Gilad Shalit poche ore dopo la liberazione

Il fatto: dopo cinque anni è stato rilasciato il soldato israeliano Gilad Shalit a fronte della liberazione/scambio di 1027 prigionieri palestinesi di Hamas.

La riflessione: colpisce questa proporzione, 1 a 1027. Forse perché tanto sproporzionata. Forse perché rimanda ad altre proporzioni, di triste memoria, il “colpirne uno per educarne cento”. Forse perché comporta un dilemma etico di non facile soluzione. Fino a che punto è giusto scambiare una vita con un’altra/altre, e chi ne decide e in base a cosa il “prezzo” di scambio? E ancora, è giusto rilasciare prigionieri già processati e condannati? E tutto ciò sarà utile al processo di pace per quei paesi o si è così innestata una spirale infinita di ricatto? E si può sostenere, senza alcun dubbio, che sia stata una vittoria dei palestinesi?

Poi c’è lui, l’unico volto visibile dello scambio, perché Shalit è il “volto” da cinque lunghi anni. E quel volto è indubbiamente cambiato, cinque anni a vent’anni sono tanti, in quelle condizioni di prigionia sono un’eternità. Ma a colpire non sono tanto i tratti bambini ormai naturalmente spariti dal suo volto, quanto quelli vecchi che si sono insinuati nei suoi occhi. Forse anche in questa perdita di sguardo trasognato sta il valore della vita a Gerusalemme.

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