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Posts Tagged ‘Germania’

La devastante alluvione di Germania-Belgio-Olanda racconta di un paesaggio scardinato. Uscito cioè dai cardini precedenti. Non di natura, bensì quelli decisi dall’Uomo. Per cui il corso di un fiume è stato deviato e reso ruscello per dare spazio ad una miniera a cielo aperto. E le dighe imperversano sulle mappe come le armate a Risiko, senza tener conto che ora l’acqua giunge improvvisa e torrenziale per il riscaldamento globale.

Bilancio? Il paesaggio geografico si riprende con furia i suoi antichi spazi, e il paesaggio umano conta purtroppo e ancora una volta le sue vittime.

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L’attrice Premio Oscar Helen Mirren accompagna gli spettatori nella storia di Anne Frank attraverso le parole del suo famoso diario. Il set è la camera del rifugio segreto di Amsterdam in cui la ragazzina resta nascosta dal 1942 per oltre due anni, stanza ricostruita nei minimi dettagli dagli scenografi del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa.

In parallelo, dal campo di concentramento oggi centro di documentazione di Bergen-Belsen in Germania dove si trovano le tombe di Anne Frank e di sua sorella Margot, una ragazza del nostro tempo visita i luoghi della memoria scrivendo una sorta di diario digitale per i suoi coetanei. In dialogo costante con quel Diario, ovvero con i sogni e le paure di Anne.

Tra questi due piani, le interviste a cinque sopravvissute, tuttora in vita, ai campi di concentramento e sterminio nazisti: Arianna Szörenyi, Sarah Lichtsztejn-Montard, Helga Weiss e le sorelle Andra e Tatiana Bucci. Tutte accomunate dall’essere all’incirca coetanee di Anne Frank.

Curiosa la scelta distributiva italiana. Solo tre giorni per un documentario che dovrebbe essere fruibile sempre. Soprattutto pensando a quanto sta ultimamente accadendo nel nostro Paese.

 

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Si sentiva da giorni che qualcosa stava per succedere. E che infine quel famigerato muro divisorio di Berlino, dell’Europa, del mondo aveva concluso il suo tempo.

Così la notte del 9 novembre 1989 è “semplicemente” Libertà. Un flusso inarrestabile di tedeschi dell’est si riversa all’ovest, tra abbracci e applausi.

Tanti i ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda. E i primissimi “Mauerspechte” a lavorare di piccone e martello. Con due milioni di persone in tre giorni a passare il confine, decretando un nuovo inizio.

Resta un lungo tratto di muro, poco più di un chilometro, a ricordare quanto è stato. Si trova in Mühlenstrasse, è la più lunga galleria d’arte all’aperto al mondo, la East Side Gallery, e ospita oltre cento dipinti murali originali fatti da artisti provenienti da ogni parte del globo, accorsi a Berlino per celebrare la caduta del Muro. A memoria.

Der Mauerspringer, Gebriel Heimler

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La Turchia di Erdogan, Paese Nato, ha sferrato il suo attacco ingiustificato contro i curdi. Mancanti di una propria terra, ma fieri e coraggiosi. Al punto da combattere l’Isis a mani nude. Per tutti noi. Che sembriamo già aver dimenticato.

E ancora una volta il popolo curdo è perseguitato.

Nella democratica Germania un neonazista uccide per odio razziale nell’intento di compiere una strage in sinagoga. Filmando in diretta il compiersi del suo orrore.

E ancora una volta il popolo ebreo è perseguitato.

Tutto ciò sta avvenendo all’ombra dell’Europa, il continente che si dice in pace dalla fine della seconda guerra mondiale.

Ma si può dire in pace chi vede il male e resta con le mani in tasca? E si può dire in pace chi nicchia di fronte all’escalation di azioni che proprio alla seconda guerra mondiale ci riportano?

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Oggi 10 luglio 2019 Volkswagen, nella fabbrica messicana di Puebla, ha fatto uscire, a poco più di ottant’anni dall’inizio della sua gloriosa storia, l’ultimo esemplare (dopo averne prodotti 22 milioni) dell’automobile che è stata un simbolo del Novecento, il “Maggiolino”. Sarà conservato in un museo.

Voluta da Hitler in pieno Reich nazista per essere l’utilitaria di tutti, contraltare della statunitense Ford T, è diventata molto di più grazie ad un motore posteriore e a quelle linee inconfondibili del modello Typ1 disegnate dall’ingegnere austriaco Ferdinand Porsche.

Un successo. Al punto che dopo la guerra “Beetle” conquista anche l’America, diventando un emblema della cultura ribelle e anticonformista degli hippie.

Un’icona. Tale da trasformarsi in divo hollywoodiano, protagonista nel 1968 di “The Love Bug”, ” Un Maggiolino tutto matto”, film della Disney, poi saga, che farà sognare milioni di bambini.

Un oggetto amato, venerato, omaggiato. Un “carro del pueblo”, come è stato ribattezzato in Messico. Che oggi entra nella leggenda. Auf Wiedersehen!

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Era la notte tra il 9 e il 10 novembre 1938. Iniziava la discesa verso l’inferno.

Su istigazione del ministro nazista della propaganda Joseph Goebbels inizia in Germania un pogrom contro gli ebrei compiuto da forze paramilitari e civili tedeschi.

Sinagoghe incendiate, appartamenti saccheggiati, negozi distrutti. E vetri disseminati ovunque. Circa duecento vittime. E 26.000 ebrei avviati ai campi di concentramento.

Ottant’anni fa. Ma la Storia ci riguarda sempre. E tutti.

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Ora dicono, a propria discolpa, che i volontari dell’esperimento, propriamente cavie umane, erano sottoposti all’inalazione di biossido di azoto solo per poche ore e in ambiente non ristretto. Sarà.

Certo che per noi semplici fruitori di notizie, sapere che in Germania si fa respirare scientemente veleno in una stanza per dimostrare che lo stesso non fa danno e il diesel resta una tra le soluzioni energetiche più verdi fa rievocare, mutatis mutandis, mortiferi fantasmi. Fatti di gas a contatto con gli umani.

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Non sono una sostenitrice di Angela Merkel.

Eppure, di fronte al suo tentativo educato e diplomatico di stringersi la mano con Donald Trump (“Presidente, ci stringiamo la mano?“) a cui in risposta c’è stato solo un imbarazzante muro di silenzio e sguardo volto altrove, io sto con Angela Merkel.

E il tycoon, ancora una volta, si dimostra innanzitutto maleducato e spocchioso. Sicuramente lontano da quanto dovrebbe caratterizzare un buon politico: la capacità di bypassare, almeno pubblicamente, le antipatie personali e di posizione.

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Che una persona possa compiere un gesto folle, preda di qualche allucinante delirio, lo teniamo in conto. Ma solo nelle nostre pieghe più nascoste e profonde, per non cadere nell’ansia generalizzata. Pur sapendo che può accadere. Che le ossessioni possono avere la meglio.

Oggi a Monaco, esattamente cinque anni fa in Norvegia. Giovani le vittime, ora come allora. Dal raptus momentaneo alla lucida follia, il risultato è comunque mortifero ed insensato.

E tale è anche quello registrato sotto il nome “terrorismo”, che getta appunto terrore in nome di qualcuno o qualcosa. O può forse questo non dirsi “follia”? Il kamikaze che semina morte può non essere definito folle, seppur agente per una sigla?

Ma allora c’è da chiedersi perché certe sigle riescano ad essere tanto appetibili su alcuni, ormai numerosi, soggetti. Perché tali “idee” di distruzione totale risultano fascinatorie? E perché oggi i freni inibitori sono più labili? Crisi economica e migrazioni dei popoli e confini liquidi e consumismo relazionale possono essere alcune risposte. Legate anche alla fruizione di un tempo super-veloce in connubio all’onnipotenza dell’essere sempre connessi. Quindi social.

Non più però “animali” sociali che vivono con e per l’altro, bensì virtuali, per cui molte azioni assumono le sembianze di un videogioco in cui il tasto replay è sempre a portata di dito.

A differenza dell’esistenza reale, in cui non è contemplata la funzione di reset.

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Nella partita Inghilterra – Islanda degli Europei di calcio era difficile non vedere in campo, quale convitato di pietra, la parola Brexit. A tal punto che l’esito della disputa, questa volta non referendaria ma calcistica, ha visto l’uscita della “perfida Albione” dal torneo europeo.

Come se dal “Day After Brexit” tutte le porte del vecchio continente si chiudessero senza appello a chi le ha sdegnosamente snobbate.

Non diversamente dalla Spagna, battuta senza appello dagli Azzurri, squadra apparsa confusa come la sua nazione, uscita dal voto con un quadro ancora una volta frammentato e poco certo.

Ora, per trarre segni dagli aruspici del terreno di gioco, si guarda alla prossima sfida. Cioè a quella partita Italia – Germania dei quarti che porterà con sé ricordi atavici ma anche previsioni sul campo europeo politico.

Davvero possiamo credere ad un asse italo-tedesco a tessere le fila di un’Europa nuova e reattiva? O piuttosto, essendo ormai ai supplementari dell’Unione Europea, è tempo di rompere gli indugi e preferire scelte di sostanza ai soliti giochi tattici?

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