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Posts Tagged ‘Genova’

Oggi, 18 febbraio 2020, Fabrizio De André avrebbe compiuto ottant’anni.

Per omaggiare il mitico Faber arriva nelle sale un docufilm di Walter Veltroni, “Fabrizio De André e PFM. Il concerto ritrovato”, sullo storico filmato del concerto di Genova del 3 gennaio 1979 di De André con la PFM. Le riprese sono state custodite per più di 40 anni dal regista Piero Frattari che partecipò alle stesse.

Sono immagini uniche, commentate da chi quell’atmosfera magica la respirò, Dori Ghezzi, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli, David Riondino, Piero Frattari, Guido Harari.

Quelle emozioni ritrovate le racconta in sintesi affettuosa Franz Di Cioccio della PFM: “Che bello ritrovare Fabrizio sul palco con noi… vedere il film del concerto sarà come riabbracciarlo. Un grande amico che ha sempre raccontato gli uomini e le donne senza dare ‘buoni consigli’.”

Insegnandoci a camminare “in direzione ostinata e contraria” .

 

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Ma davvero la provocazione non deve mai avere un limite? Neppure intorno ad una tragedia?

Davvero si può dire di tutto? Anche che di un ponte crollato non importa a nessuno? Neppure a chi in quella disgrazia ha perso affetti? Sei così sicuro Oliviero Toscani?

Sei un fotografo geniale, e spesso le tue immagini provocatorie hanno aperto menti e cammino. Ma questa tua uscita, infelice e fuori luogo, non apre proprio nulla. E il tentativo tardivo di difesa (amor di battuta, estrapolazione) non sortisce effetto alcuno. Meglio semplici scuse. E, ancora meglio, pensare qualche secondo in più alle parole dette pubblicamente.

Non sempre si suscita l’effetto wow.

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Che il progetto Renzo Piano del nuovo ponte di Genova sia omaggio doveroso in ricordo delle vittime e auspicio affettuoso di un nuovo tempo per la città della Lanterna.

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In questi giorni gli abitanti, già ex, delle case site sotto i resti del ponte Morandi di Genova sono chiamati ad un’incombenza enorme e triste. Decidere quali oggetti della propria casa, quindi della propria vita, portare via. E farlo in due ore, stipando i ricordi in cinquanta scatoloni.

Ho quindi provato a fare questo esercizio mentale, un po’ buddista un po’ masochista, di pensare per un momento di essere in quella disperata e dolentissima situazione. Di scelta. Tra gli oggetti d’affetto e d’uso e d’abitudine. Tra le cose nostre, che ci rappresentano e ci confortano. Presente e passato. Necessità e consolazione.

E comprendi, se ancora ce ne fosse bisogno, che la vita è accumulo solo per un periodo. E poi, di necessità e per tutti, sottrazione. Di stati, luoghi, persone. E persino oggetti, che di tutto ciò sono anche simbolo. Di cui abbiamo infinito bisogno.

La nostra privata coperta di Linus. Che, seppur consunta, è per ciascuno affettuosa.

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Ad un mese dal tragico crollo del ponte Morandi a Genova, prendo a prestito il pensiero di uno scrittore atipico e geniale quale Guido Ceronetti, appena scomparso, per riflettere sulla fragilità. Delle cose e del pensare. Come lui scriveva:

Uscire dalla città, a piedi, è faticosissimo. T’investe la lava bollente del brutto, del rumore, strade sopra strade, tremendi ponti di ferro, treni, camion, Tir, corsie con sbarramenti, impraticabili autostrade, un vero teatro di guerra.

E a Genova tanto è ancora tale. Fragile e mortale.

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Quando i pescatori tornano con le reti vuote, se non per qualche granchio impigliato tra le maglie, è segno che la valutazione del tratto di mare scelto per la sua pescosità è stata errata.

E se “prendere granchi” fosse diventato lo sport prediletto di questo Paese che ha l’intero Stivale nell’acqua, reale e metaforica?

E chi, con piena responsabilità, deve valutare, situazioni e infrastrutture, indizi e segnali, sta sulla spiaggia, piedi a mollo, a sottovalutare sempre l’ondata di piena. Prendendo appunto granchi.

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Rifletto. Ancora. Sull’impensabile accaduto.

E su quanto noi italiani siamo lentissimi nell’agire e tentacolari nell’afferrare.

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Il Ponte Morandi di Genova sarà ormai, tragicamente e tristemente, associato al Ponte di Ferragosto.

Cedimento strutturale dicono. Ma ormai è cedimento totale. Del Paese Italia, delle sue strutture obsolete, delle manutenzioni mancate, delle pratiche trasparenti, della prevenzione programmata. E cedimento della fiducia in uno Stato attento alla sicurezza dei suoi cittadini.

Non ci resta che piangere. Per le vittime. E per quanto siamo, tragicamente e tristemente, diventati come Paese.

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stivale italia

Gli italiani di buona volontà indossano sempre più gli stivali.

Per spalare il fango tracimante da un terreno che ormai urla nient’altro se non vendetta dopo decenni in cui ha sentito estirpare dalla propria “pelle” quegli alberi le cui radici lo drenano e lo trattengono.

Dei fiumi, poi, che esondano non tanto per la nuova quantità d’acqua che scende dal cielo (pensavamo che l’effetto serra fosse semplicemente un curioso e nuovo modo di dire…) quanto per avere gli alvei occupati da tutto eccetto che da se stessi, si è già detto alquanto.

Che sia solo un caso che la forma del nostro Paese sia uno Stivale?

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don Gallo

Da poco ho parlato di lui in classe. Associandolo a Fabrizio De André, di cui era amico, e Umberto Saba, il poeta triestino che degli ultimi amava scrivere.

Come Don Andrea Gallo, che era diventato il “prete degli ultimi”, il “sacerdote di frontiera”, il “prete di strada”, per le sue battaglie a favore degli emarginati.

Mi piace ricordarlo con la poesia di Saba “Città vecchia”, ovvero Trieste. Ma potrebbe essere la Genova di Don Gallo, la Genova dei vicoli degli ultimi, quella parte di città a cui lui è sempre stato particolarmente legato. Insegnandoci a guardare i “diversi” in modo diverso.

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
 
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
 
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
 
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

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