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Posts Tagged ‘Francesco Guccini’

Francesco-Guccini-L-ultima-Thule-copertina-disco

Giorni ancora di freddo, di una primavera strana, che tarda a venire. Come quasi tutto di questi tempi.

Quante cose sembrano essere congelate, ferme, lontane. Come la leggendaria Thule, nordico luogo geografico, che si fa mitico quando diventa “L’Ultima Thule”, per il tempo medievale la regione al di là dei “confini del mondo conosciuto”.

Quell’ Ultima Thule con cui Francesco Guccini sembra volersi congedare dal suo pubblico musicale. Forse perché, come ha sempre fatto, racconta senza fronzoli ma con tono metafisico questo tempo. Freddo, spento, vuoto.

Io che ho doppiato tre volte Capo Horn
e ho navigato sette volte i sette mari
e ho visto mostri ed animali rari,
l’anfesibena, le sirene, l’unicorno.
Io che tornavo fiero ad ogni porto
dopo una lotta, dopo un arrembaggio,
non son più quello e non ho più il coraggio
di veleggiare su un vascello morto.

Dov’è la ciurma che mi accompagnava
e assecondava ogni ribalderia?
Dov’è la forza che ci circondava?
Ora si è spenta ormai, sparita via.

Guardo le vele pendere afflosciate
con i cordami a penzolar nel vuoto,
che sbatton lenti contro le murate
con un moto continuo, senza scopo.

E vedo in aria un’insensata danza
di strani uccelli contro il cielo bigio
cantare un canto in questo mondo grigio,
un canto sordo ormai, senza speranza.
E qui da solo penso al mio passato,
vado a ritroso e frugo la mia vita,
una saga smarrita ed infinita
di quel che ho fatto, di quello che è stato.

Le verità non vere in cui credevo
scoppiavano spargendosi d’intorno,
ma altre ne avevo e giorno dopo giorno
se morivo più forte rinascevo.
E ora son solo e non ho più il conforto
di amici andati e sempre più mi assale
la noia a vuotar l’ultimo boccale
come un pensiero che mi si è ritorto.

Ma ancora farò vela e partirò
io da solo, e anche se sfinito,
la prua indirizzo verso l’infinito
che prima o poi, lo so, raggiungerò.

L’Ultima Thule attende al Nord estremo,
regno di ghiaccio eterno, senza vita,
e lassù questa mia sarà finita
nel freddo dove tutti finiremo.

L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo
si spegnerà per sempre ogni passione,
si perderà in un’ultima canzone
di me e della mia nave anche il ricordo.

Ps-avviso per i viaggiatori di “espress451”: i due nuovi widget che appaiono in basso a destra sulla barra applicazioni del blog, sono due premi di cui ringrazio laurin42 e monique. Dedico questi riconoscimenti a tutti quanti animano questo blog, che per me è un autentico “diario di bordo”. Buon proseguimento di viaggio.

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Arno Hammacher, “Trasporto dei tini” – 1981

“Non so se tutti hanno capito, Ottobre la tua grande bellezza:

nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza…

Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,

lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse…”

Francesco Guccini, da “Canzone dei dodici mesi”.

 

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“Non si lavora ad agosto nelle stanche, lunghe e oziose ore 

mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore.”

Francesco Guccini, da “Canzone dei dodici mesi”.

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Già con la copertina si può giocare alle libere associazioni. Guardandola infatti pensi ad un oggetto familiare che però non riesci immediatamente ad individuare. Ma che senti far parte delle cose passate, alias perdute.

Cominci poi a sfogliare a caso questo libretto e inciampi nella “maglia di lana”, per le mamme di un tempo obbligatoria sempre (“Quello che tiene il freddo tiene anche il caldo“), nel “dentifricio”, non quello odierno di plastica indeformabile (“Il tubetto di una volta si schiacciava e lo arrotolavi come un tubetto di colore da pittore“), nel “lattaio”, figura ormai estinta (“Nel suo negozio uno andava con la bottiglia e acquistava il latte“), nella “siringa”, l’antenata della Pic indolor (“Erano di vetro, grosse, e l’ago era di ferro. Messe dentro un’apposita scatoletta venivano fatte bollire“).

Un viaggio in solaio la lettura di queste pagine di Francesco Guccini, che riesce a ricreare l’atmosfera di un tempo lontano, come in certe sue canzoni. E se per diverse di queste “perdute cose” ero troppo piccola per farle mie, qualche frammento di ricordo mi è riapparso. In particolare ho avuto la mia “madeleine” di fronte al racconto di giochi persi, quali “shangai e pulce”: “giochi da giornate piovose. Semplici bacchettine che stringevi fra le mani, li lasciavi cadere sul tavolo e dovevi riuscire a estrarli dal mucchio disordinato uno alla volta, senza che nessuno degli altri si muovesse di un micron. Pulce era un gioco da bambine, le quali oggi, da ex bambine, si illuminano ancora d’immenso al ricordo“. Così è successo a me, rivedendomi tra bastoncini e dischetti a divertirmi con poco in giornate di pioggia. Solo atmosferica.

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Quanto tempo è passato da quel giorno d’autunno                                               

di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno;

tra sessioni d’esami, giorni persi in pigrizia,

giovanili ciarpami, arrivò la notizia

Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto

sapere a brutto grugno: “Che” Guevara era morto

In quel giorno d’ottobre, in terra boliviana,

era tradito e perso Ernesto “Che” Guevara

Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza,

perché con lui era morta la nostra speranza

Erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni

Erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni

“Che” Guevara era morto

ma ognuno lo credeva

che con noi il suo pensiero

nel mondo rimaneva“.

Francesco Guccini, da “Che Guevara”.

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