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Posts Tagged ‘Francesca Morvillo’

Sembra uno scioglilingua, “L’incapacità di capire Capaci”, ma non lo è.

A ventotto anni dal terribile attentato di Capaci, l’Attentatuni, diversi nodi non sono sciolti. E molto resta incomprensibile.

Sembra che il conto alla rovescia per Giovanni Falcone sia scattato tre anni prima, al fallito attentato all’Addaura.

Suo cognato, il magistrato Alfredo Morvillo, ha di recente ricordato quanto gli disse Falcone su quel sinistro episodio: “Mi parlò di menti raffinatissime, di un attentato organizzato da qualche uomo delle istituzioni che lo aveva tradito. Nessuno poteva sapere che sarebbe andato a fare il bagno sugli scogli.” E con lui avrebbero eliminato anche la sua collega svizzera Carla Del Ponte, con cui condivideva notizie riservate sull’inchiesta “Pizza connection” che riguardava il riciclaggio di denaro sporco.

“Menti raffinatissime” che tornano in scena a Capaci. Pare infatti che altro, oltre la mafia, tramasse per eliminare Giovanni Falcone alla vigilia della sua nomina a superprocuratore antimafia.

Ne è convinto anche Giuseppe Costanza, l’autista del magistrato e unico sopravvissuto alla strage di Capaci, insieme ai tre uomini di scorta della terza auto: “Sono stufo di sentire dire che la mafia è solo Riina, Provenzano e Messina Denaro, che furono loro ad avere l’idea di imbottire l’autostrada di esplosivo. Falcone a Roma camminava senza scorta, avrebbero potuto eliminarlo là. Invece, lo hanno fatto a Palermo con una manifestazione eclatante. Una sceneggiata, un depistaggio, un’intimidazione per far piegare qualcuno ai voleri di chi quella strage l’aveva ideata. Ci vogliono professionisti per far saltare in aria un’autostrada, altro che Totò Riina e Bernardo Provenzano… Pezzi dello Stato e delle istituzioni che agirono nell’ombra e che sfruttarono quella manovalanza”.

Ma è lo stesso Giovanni Falcone a dichiarare, nell’intervista del 1991 a Marcelle Padovani per Cose di Cosa Nostra, che “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

Chissà se saremo mai capaci di comprendere Capaci.

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Se solo Giovanni Falcone potesse ancora affacciarsi sorridente alla finestra… Dopo il 23 maggio 1992.

Un fantastico mondo parallelo. In cui qualcosa, per una volta, è andato storto per gli “altri”. Quelli che vivono contro.

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Il 23 maggio 1992 è una di quelle date che restano inscritte nella memoria.

Una primavera strana quell’anno, segnata dagli sviluppi dell’inchiesta Mani pulite e da elezioni politiche che vedono per la prima volta la Lega Nord e un Partito Comunista Italiano divenuto Partito Democratico della Sinistra per la cosiddetta Svolta della Bolognina. Poco dopo le elezioni si dimetterà, a due mesi dalla scadenza naturale del suo mandato, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Ma fu anche una primavera che aveva visto un omicidio eccellente di mafia, quello di Salvo Lima, probabilmente in gestazione fin dalla sentenza di Cassazione di gennaio che aveva confermato gli ergastoli del Maxiprocesso di Palermo, dando validità alle dichiarazioni del pentito Buscetta, a lungo interrogato nella fase istruttoria dal giudice Giovanni Falcone del pool antimafia.

E poi arriva quel giorno, il 23 maggio. E un orrore, inimmaginabile, prende forma. Un pezzo di autostrada palermitana salta in aria, Capaci sarà un nome tristemente conosciuto, cinque persone diventano un simbolo: Antonio MontinaroRocco DicilloVito Schifani, agenti di scorta, Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, giudici.

Un altissimo patrimonio umano, etico e professionale che, come Paese Italia, dovremmo essere in grado di preservare almeno nella memoria.

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Il 23 maggio 1992 sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita in un attentato mafioso il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” – Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992).

Francesca Laura Morvillo (Palermo, 14 dicembre 1945 – Palermo, 23 maggio 1992).

Rocco Dicillo (Triggiano, 13 aprile 1962 – Capaci, 23 maggio 1992).

Antonio Montinaro (Calimera, 1962 – Capaci, 23 maggio 1992).

Vito Schifani (Palermo, 1965 – Capaci, 23 maggio 1992).

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