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Disastro_Vajont

E’ trascorso mezzo secolo da allora, eppure quell’ecatombe che vide un pezzo di montagna staccarsi franando sui paesi sottostanti e seppellendo 1910 persone, deve rimanere a monito dei lavori che fa l’uomo nel tentativo di “ingabbiare” la natura.

La diga artificiale costruita nella valle tra Belluno e Udine, detta “diga del disonore” nel film del 2001 di Renzo Martinelli, diede problemi fin dagli albori, con spaccature e smottamenti della montagna. Lo stesso progettista, Carlo Semenza, nel 1961, a due anni dalla costruzione del bacino idroelettrico artificiale e a due anni dal disastro, disse: «Dopo tanti lavori fortunati e tante costruzioni, anche imponenti, mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani».

E il monte Toc, sfregiato da quella diga, sfuggì agli uomini, annientandoli con un’onda apocalittica che si riversò sulla valle del Piave, sulle case, sugli abitanti, mutandone per sempre il paesaggio.

Che la memoria umana, corta e debole, sia presente nelle azioni e costruzioni future.

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Barletta, col crollo di una palazzina e la morte di cinque persone, è purtroppo l’ultima stazione di una via crucis italiana di tragedie previste, da crolli di edifici a frane di montagna ad esondazioni di fiumi. Una via crucis che lascia dietro di sé una scia di vittime annunciate.

Come dimenticare l’anniversario, proprio oggi, del disastro del Vajont?

Era il 9 ottobre 1963, e in 4 minuti furono spazzati ben cinque paesi bellunesi e 1917 abitanti, per un muro d’acqua di 250 metri, formatosi in seguito alla frana del Monte Toc nel lago artificiale di una diga costruita qualche anno prima tra mille polemiche.

Diverse le avvisaglie del disastro, da una precedente frana della montagna avvenuta tre anni prima, fino ai movimenti evidenti della stessa il giorno precedente la tragedia. Tra le persone che insistevano a lanciare allarmi una ragazza di quei luoghi divenuta giornalista, Tina Merlin che, all’indomani della strage, disse: Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa“. Parole tristemente attuali.

Come quelle di Giampaolo Pansa a prefazione del libro della Merlin sulla vicenda (libro che trovò un editore solo nel 1983), “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe”:

” ..”Sulla pelle viva” è un libro sul potere come arbitrio e sui mostri che può generare.
L’arroganza di troppi poteri forti.
L’assenza di controlli.
La ricerca del profitto a tutti i costi.
La complicità di tanti organi dello Stato.
I silenzi della stampa.
L’umiliazione dei semplici.
La ricerca vana di una giustizia.
Il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti.
C’è tutto questo nel racconto di Tina Merlin.
E sta in questo la modernità bruciante del suo libro.. “

Parole con cui possiamo raccontare oggi anche di Barletta. E di altre vittime annunciate.

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