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Posts Tagged ‘Fantozzi’

In questi giorni, leggendo vari articoli intorno a Paolo Villaggio, mi sono imbattuta nella sua ultima intervista, quella di qualche mese fa, in occasione delle riprese di “La voce di Fantozzi”.

E lì, tra le parole di Villaggio, senti l’eco assordante di Leopardi, quello delle “Operette morali”. E concordo con chi definisce l’inventore di Fantozzi un filosofo.

Dice Paolo Villaggio: “Man mano che ti avvicini al Grande Evento – morire è un evento formidabile – ti viene quell’angoscia mortale che ti viene leggendo Kafka. Ora ho quasi 85 anni. Quanti me ne restano? Cosa dura la vita? Finisce per tutti. Anche per i più grandi, come Kafka e Dostoevskij. E’ un pensiero che ti fa venir voglia di gridare aiuto: come si fa a non morire subito? A pensare di non esserci più dopodomani. A pensare di non avere più questa libreria dietro le spalle. Quando leggi Kafka senti proprio questa voce dentro di te che urla: Non subito! Non subito!“.

Quella voce leopardiana, in parte “Cantico del gallo silvestre“, in parte “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie“. Quella voce intessuta di intelligenza acuta e somma disperazione per quello che è l’esistenza di quei cosi a due gambe che siamo noi umani. Alquanto fantozziani.

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Questa volta è vero, purtroppo. Paolo Villaggio è andato Altrove.

Ci aveva abituati a finte uscite di scena, per cui attendevamo di lì a poco la smentita. E invece. Fantozzi va in Paradiso, per davvero. Lasciandoci increduli e smarriti. Increduli perché le Maschere sono immortali, smarriti perché non sappiamo più dove guardare. Ma Villaggio/Fantozzi, previdente, non ci lascia sguarniti. Anzi, non ci lascia proprio. Perché la sua scrittura geniale, le sue gag esilaranti, il suo physique du rôle ci faranno compagnia. Con quella comicità surreale, a tratti caustica, a tratti malinconica, incarnata da un personaggio, il Ragionier Ugo Fantozzi (“il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità” diceva Villaggio), che nasceva, come amava ricordare lui, da “Il cappotto” di Gogol. E dalla sua esperienza impiegatizia in un’azienda genovese. Così il personaggio prende forma. Travet timido, eterno sconfitto, eppure sognatore. Cioè tutti noi, almeno per una quota. “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere, ma per sopravvivere“, ci ricorda il critico Paolo Mereghetti. Forse anche per questo piace.

E a tal punto piace che “fantozziano” diventa aggettivo per indicare un atteggiamento pavido e servile nonché una situazione grottesca e sfortunata. E il vocabolario si amplia con frasi che diventano modi di dire. Dal “come è buono/umano Lei!” al “direttore megagalattico“, dal pensiero infine espresso sulla Corazzata Potemkin alla “frittatona di cipolle” e annessi davanti alla Nazionale di calcio. Per non dire dei congiuntivi, sdoganati nelle loro forme errate ma sublimi, con “Vadi/Dichi/Batti Lei“.

Ma Paolo Villaggio è stato anche altro, oltre Fantozzi. Creatore di personaggi televisivi, dal sadico “tetesco” Professor Kranz all’umiliato e sottomesso Giandomenico Fracchia, scrittore di canzoni, tra cui la famosa “Carlo Martello” musicata dal suo amico fraterno Fabrizio De André, attore poliedrico diretto da registi come Fellini, Monicelli, Olmi, Wertmüller. Senza dimenticare il suo “Avaro”, un Arpagone non più pallido e scarno ma rubicondo e ghiottone.

Eppure Paolo Villaggio, nel nostro immaginario e nel nostro cuore, resta soprattutto il mitico Fantozzi. Un po’ bambino, alquanto goffo, sempre paradossale. Buffo, tragicomico, mostruoso. E forse anche un po’ soprannaturale.

Dal vignettista Makkox

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