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Posts Tagged ‘Fabrizio De André’

Il 3 maggio del 1968 a Parigi, con l’occupazione dell’Università Sorbona, iniziava il cosiddetto “maggio francese”, un mese di proteste che coinvolse anche gli operai, con scioperi generali ad oltranza, occupazioni di fabbriche e manifestazioni in tutta la Francia. Così il “maggio francese”, una quasi rivoluzione, divenne uno dei momenti più importanti del Sessantotto, un anno che vide la nascita anche di altri movimenti libertari in tutto il mondo.

E anche chi poteva pensare che a nulla conducesse una “rivoluzione di velluto”, dovette ricredersi per quanto poi da essa scaturí. Come scrisse il nostro Fabrizio De André nella sua “Canzone del maggio”:

“E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.”

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Momento epifanico.

Interrogazione di Mario, sedici anni e mille pensieri. Quasi mai raccontati.

Testo scelto di De Andrè, “Le acciughe fanno il pallone”. Chiedo il motivo di tale scelta. Lampo d’orgoglio negli occhi di Mario. E nel cuore. “Io pesco, Prof! “.

E spiega, animandosi. Colonna vertebrale, sguardo, parola. Facendosi acciuga fiera, mostrandomi il suo “pallone”, il suo modo personale di nuotare nel mondo.

Assisto così ad una pesca miracolosa.

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Tema in classe.

Nicola, un mio studente di seconda liceo non sempre attento alla forma linguistica ma con uno sguardo spesso incantato sul mondo, sceglie quello sulle donne “ultime” cantate da Fabrizio De André.

Deve dare un titolo al suo saggio critico.

E qui arriva la poetica sorpresa, il regalo inaspettato. Un verso illuminato, in assonanza grata.

Felice, triste meretrice”.

Faber, ne sono alquanto convinta, avrebbe tacitamente apprezzato.

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Avrebbe oggi compiuto 100 anni la Nanda, come veniva affettuosamente chiamata dai suoi amici la scrittrice Fernanda Pivano.

Con le sue memorabili traduzioni ha portato la scrittura americana in Italia, da Hemingway a Whitman, fino alla Beat Generation con Kerouac. E la “sua” Spoon River fu spunto creativo per Fabrizio De André alla composizione dell’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.

Uno sguardo oltreoceano, quello di Nanda. Rivolto sempre ai giovani. Con intuizioni anche predittive. Come quando, già vent’anni fa, disse: “I giovani di oggi hanno bisogno di un blue print, che qualcuno dica loro cosa fare, perché oggi le situazioni politiche sono così drammatiche, le situazioni sociali sono così perverse che non sanno che cosa pensare, che cosa fare.”

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Questa volta è vero, purtroppo. Paolo Villaggio è andato Altrove.

Ci aveva abituati a finte uscite di scena, per cui attendevamo di lì a poco la smentita. E invece. Fantozzi va in Paradiso, per davvero. Lasciandoci increduli e smarriti. Increduli perché le Maschere sono immortali, smarriti perché non sappiamo più dove guardare. Ma Villaggio/Fantozzi, previdente, non ci lascia sguarniti. Anzi, non ci lascia proprio. Perché la sua scrittura geniale, le sue gag esilaranti, il suo physique du rôle ci faranno compagnia. Con quella comicità surreale, a tratti caustica, a tratti malinconica, incarnata da un personaggio, il Ragionier Ugo Fantozzi (“il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità” diceva Villaggio), che nasceva, come amava ricordare lui, da “Il cappotto” di Gogol. E dalla sua esperienza impiegatizia in un’azienda genovese. Così il personaggio prende forma. Travet timido, eterno sconfitto, eppure sognatore. Cioè tutti noi, almeno per una quota. “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere, ma per sopravvivere“, ci ricorda il critico Paolo Mereghetti. Forse anche per questo piace.

E a tal punto piace che “fantozziano” diventa aggettivo per indicare un atteggiamento pavido e servile nonché una situazione grottesca e sfortunata. E il vocabolario si amplia con frasi che diventano modi di dire. Dal “come è buono/umano Lei!” al “direttore megagalattico“, dal pensiero infine espresso sulla Corazzata Potemkin alla “frittatona di cipolle” e annessi davanti alla Nazionale di calcio. Per non dire dei congiuntivi, sdoganati nelle loro forme errate ma sublimi, con “Vadi/Dichi/Batti Lei“.

Ma Paolo Villaggio è stato anche altro, oltre Fantozzi. Creatore di personaggi televisivi, dal sadico “tetesco” Professor Kranz all’umiliato e sottomesso Giandomenico Fracchia, scrittore di canzoni, tra cui la famosa “Carlo Martello” musicata dal suo amico fraterno Fabrizio De André, attore poliedrico diretto da registi come Fellini, Monicelli, Olmi, Wertmüller. Senza dimenticare il suo “Avaro”, un Arpagone non più pallido e scarno ma rubicondo e ghiottone.

Eppure Paolo Villaggio, nel nostro immaginario e nel nostro cuore, resta soprattutto il mitico Fantozzi. Un po’ bambino, alquanto goffo, sempre paradossale. Buffo, tragicomico, mostruoso. E forse anche un po’ soprannaturale.

Dal vignettista Makkox

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Festival 1967. Eliminazione. Camera d’albergo. Un colpo di pistola. E a ventinove anni chiudeva la sua parabola terrena Luigi Tenco, cantautore di talento della scuola genovese, quella di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi.

Canterò finché avrò qualcosa da dire, sapendo che c’è chi mi sta a sentire e applaude non soltanto perché gli piace la mia voce ma perché è d’accordo con il contenuto delle mie canzoni. E quando nessuno vorrà più stare ad ascoltarmi, bene, canterò soltanto in bagno facendomi la barba. Ma potrò continuare a guardarmi nello specchio senza avvertire disprezzo per quello che vedo“.

In lui passione, dignità, fierezza. E sensibilità. Non solo musicale.

Ps: il 7 febbraio 1987 si spegneva, proprio durante il Festival, la potente voce di Claudio Villa, detto “il reuccio”.

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Ci sono boe di posizionamento tali che, quando scompaiono dal tuo orizzonte, ti senti disorientato.

Questo per me la perdita di Leonard Cohen, un Poeta in musica. Non è un caso che questo blog porti, come bonheur di viaggio, un suo verso/monito: “In ogni cosa c’è un’incrinatura. Lì entra la luce.

Solo di un mese fa l’uscita del suo ultimo lavoro, “You want it darker“, un poema su Dio e la morte. Quasi una preveggenza, ora un album testamento. Con la voce che si fa scura nel dire “I’m ready, my Lord“, “Sono pronto, mio Signore“.

Un Poeta Leonard Cohen, prima che cantautore dalla voce baritonale di ruvido velluto. Canzoni celebri, da “Suzanne” ripresa anche da Fabrizio De André ad “Hallelujah” ballata tra le più famose al mondo. Sofisticato in “I’m Your man“, visionario in “The Future“.

Sempre elegante, delicato, spirituale, malinconico, a tratti struggente. La voce roca e ipnotica. Capace di creare atmosfere magiche, raccontando in poesia i turbamenti dell’uomo.

Quella Poesia che in Cohen è comunque antecedente la musica, diventando compagna e metodo: “Vorrei dire tutto ciò che c’è da dire in una sola parola. Odio quanto possa succedere tra l’inizio e la fine di una frase.

Tra i suoi desideri, “Vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso.” Non così lontano dal “poeta-fingitore” di Pessoa.

Una sua raccolta poetica porta un titolo che è la sua eredità per questo pianeta, “Le spezie della terra“.

Grazie per la tua Poesia, Leonard Cohen. E per il modo in cui la recitavi al mondo. Facendocene dono.

Hallelujah a te.

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