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Posts Tagged ‘Fabrizio De André’

Avrebbe oggi compiuto 100 anni la Nanda, come veniva affettuosamente chiamata dai suoi amici la scrittrice Fernanda Pivano.

Con le sue memorabili traduzioni ha portato la scrittura americana in Italia, da Hemingway a Whitman, fino alla Beat Generation con Kerouac. E la “sua” Spoon River fu spunto creativo per Fabrizio De André alla composizione dell’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.

Uno sguardo oltreoceano, quello di Nanda. Rivolto sempre ai giovani. Con intuizioni anche predittive. Come quando, già vent’anni fa, disse: “I giovani di oggi hanno bisogno di un blue print, che qualcuno dica loro cosa fare, perché oggi le situazioni politiche sono così drammatiche, le situazioni sociali sono così perverse che non sanno che cosa pensare, che cosa fare.”

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Questa volta è vero, purtroppo. Paolo Villaggio è andato Altrove.

Ci aveva abituati a finte uscite di scena, per cui attendevamo di lì a poco la smentita. E invece. Fantozzi va in Paradiso, per davvero. Lasciandoci increduli e smarriti. Increduli perché le Maschere sono immortali, smarriti perché non sappiamo più dove guardare. Ma Villaggio/Fantozzi, previdente, non ci lascia sguarniti. Anzi, non ci lascia proprio. Perché la sua scrittura geniale, le sue gag esilaranti, il suo physique du rôle ci faranno compagnia. Con quella comicità surreale, a tratti caustica, a tratti malinconica, incarnata da un personaggio, il Ragionier Ugo Fantozzi (“il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità” diceva Villaggio), che nasceva, come amava ricordare lui, da “Il cappotto” di Gogol. E dalla sua esperienza impiegatizia in un’azienda genovese. Così il personaggio prende forma. Travet timido, eterno sconfitto, eppure sognatore. Cioè tutti noi, almeno per una quota. “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere, ma per sopravvivere“, ci ricorda il critico Paolo Mereghetti. Forse anche per questo piace.

E a tal punto piace che “fantozziano” diventa aggettivo per indicare un atteggiamento pavido e servile nonché una situazione grottesca e sfortunata. E il vocabolario si amplia con frasi che diventano modi di dire. Dal “come è buono/umano Lei!” al “direttore megagalattico“, dal pensiero infine espresso sulla Corazzata Potemkin alla “frittatona di cipolle” e annessi davanti alla Nazionale di calcio. Per non dire dei congiuntivi, sdoganati nelle loro forme errate ma sublimi, con “Vadi/Dichi/Batti Lei“.

Ma Paolo Villaggio è stato anche altro, oltre Fantozzi. Creatore di personaggi televisivi, dal sadico “tetesco” Professor Kranz all’umiliato e sottomesso Giandomenico Fracchia, scrittore di canzoni, tra cui la famosa “Carlo Martello” musicata dal suo amico fraterno Fabrizio De André, attore poliedrico diretto da registi come Fellini, Monicelli, Olmi, Wertmüller. Senza dimenticare il suo “Avaro”, un Arpagone non più pallido e scarno ma rubicondo e ghiottone.

Eppure Paolo Villaggio, nel nostro immaginario e nel nostro cuore, resta soprattutto il mitico Fantozzi. Un po’ bambino, alquanto goffo, sempre paradossale. Buffo, tragicomico, mostruoso. E forse anche un po’ soprannaturale.

Dal vignettista Makkox

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Festival 1967. Eliminazione. Camera d’albergo. Un colpo di pistola. E a ventinove anni chiudeva la sua parabola terrena Luigi Tenco, cantautore di talento della scuola genovese, quella di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi.

Canterò finché avrò qualcosa da dire, sapendo che c’è chi mi sta a sentire e applaude non soltanto perché gli piace la mia voce ma perché è d’accordo con il contenuto delle mie canzoni. E quando nessuno vorrà più stare ad ascoltarmi, bene, canterò soltanto in bagno facendomi la barba. Ma potrò continuare a guardarmi nello specchio senza avvertire disprezzo per quello che vedo“.

In lui passione, dignità, fierezza. E sensibilità. Non solo musicale.

Ps: il 7 febbraio 1987 si spegneva, proprio durante il Festival, la potente voce di Claudio Villa, detto “il reuccio”.

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Ci sono boe di posizionamento tali che, quando scompaiono dal tuo orizzonte, ti senti disorientato.

Questo per me la perdita di Leonard Cohen, un Poeta in musica. Non è un caso che questo blog porti, come bonheur di viaggio, un suo verso/monito: “In ogni cosa c’è un’incrinatura. Lì entra la luce.

Solo di un mese fa l’uscita del suo ultimo lavoro, “You want it darker“, un poema su Dio e la morte. Quasi una preveggenza, ora un album testamento. Con la voce che si fa scura nel dire “I’m ready, my Lord“, “Sono pronto, mio Signore“.

Un Poeta Leonard Cohen, prima che cantautore dalla voce baritonale di ruvido velluto. Canzoni celebri, da “Suzanne” ripresa anche da Fabrizio De André ad “Hallelujah” ballata tra le più famose al mondo. Sofisticato in “I’m Your man“, visionario in “The Future“.

Sempre elegante, delicato, spirituale, malinconico, a tratti struggente. La voce roca e ipnotica. Capace di creare atmosfere magiche, raccontando in poesia i turbamenti dell’uomo.

Quella Poesia che in Cohen è comunque antecedente la musica, diventando compagna e metodo: “Vorrei dire tutto ciò che c’è da dire in una sola parola. Odio quanto possa succedere tra l’inizio e la fine di una frase.

Tra i suoi desideri, “Vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso.” Non così lontano dal “poeta-fingitore” di Pessoa.

Una sua raccolta poetica porta un titolo che è la sua eredità per questo pianeta, “Le spezie della terra“.

Grazie per la tua Poesia, Leonard Cohen. E per il modo in cui la recitavi al mondo. Facendocene dono.

Hallelujah a te.

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Quali miracoli artistici possono nascere dallo iato tra voci poetiche alte.

Cento anni fa vedeva la luce “Antologia di Spoon River” del poeta americano Edgar Lee Masters. La prima traduzione italiana, nel 1943, fu ad opera di Fernanda Pivano che conobbe il libro da ragazza grazie a Cesare Pavese. La scrittrice definì quel libro come “un colpo di fulmine“: «L’aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così: “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti». Per quella traduzione però la Pivano finì in carcere: “Era superproibito quel libro in Italia. Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo.

Ma l’Antologia ebbe successo anche in Italia. E viene letta, tra gli altri, da un giovane Fabrizio De André che  nel 1971 rielabora alcuni testi e li musica nell’album “Non al denaro non all’amore né al cielo. Le note di copertina saranno di Fernanda Pivano:  «Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario. Sia Masters che Fabrizio sono due grandi poeti, tutti e due pacifisti, tutti e due anarchici libertari, tutti e due evocatori di quelli che sono stati i nostri sogni. Poi Fabrizio sarà sempre attuale, è un poeta di una tale levatura che scavalca i secoli.»

La prima canzone, Dormono sulla collina, è anche l’introduzione di Masters alla sua “Antologia”.  Con i “dormienti” Elmer, Herman, Bert, Tom, Charley, Ella, Kate, Maggie, Edith, Lizzie, Jones a guardarci, raccontando dalla collina la loro storia. Nostra memoria.

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Il 19 settembre 1996 usciva un album che avrebbe fatto parlare a lungo di sé. Per le tematiche affrontate, per le lingue usate, per la ricerca sonora che si apriva a rotte mediterraneo-balcaniche e sudamericane.

Talmente avanti allora da poterlo comprendere appieno, e ancora non del tutto, solo ora. A vent’anni di distanza.

E così Fabrizio De André sceglie il racconto delle “anime salve”, gli “spiriti solitari” liberi per scelta, facendo un elogio della solitudine: “quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.

E così Faber ci regala ritmi e storie, costringendoci a “guardare” intorno, a respirare il mondo. Tutto: dalla transessuale brasiliana Fernandinho che diventa un’autentica Prinçesa correndo “all’incanto dei desideri“, al popolo Rom Khorakhané con il loro culto di assoluta libertà che li fa “essere vento“. Con le donne e i loro voli, come Nina sull’altalena o come una colomba, Â cúmba, la ragazza che lascia il nido per sposarsi. Un atto d’amore per le minoranze, una Smisurata preghiera per invocare la salvezza di chi sta al margine “col suo marchio speciale di speciale disperazione“. Quelli al confine, che “dopo tanto sbandare è appena giusto che Fortuna li aiuti come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere“.

Possiamo non pensare Fabrizio De André un Poeta?

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Il titolo del Tour Live 2014 è già poesia pura, un endecasillabo per indirizzo di un luogo privilegiato: Via Dell’Amore Vicendevole.

Anche se nel backstage, facendoglielo notare, ammette di non essersene accorto. E di averlo scelto perché così comincia “Invisibili”, il brano che a Sanremo gli è valso il Premio della Critica “Mia Martini” e il Premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo. E anche perché in quel luogo immaginario c’è la voglia di condividere le emozioni col pubblico che lo segue.

E le emozioni prendono forma appena la chitarra di Cristiano De André comincia a parlare e la sua voce a suonare, con la magia di certe ottave a rendersi manifesta.

E si dimentica  persino, se non fosse per una ostinata e testarda somiglianza, che lui è emanazione del mitico Faber. Tale è il suo talento. Nella denuncia di questo storico tempo (“Non la senti questa decadenza? Questo/odore di basso impero?“), come nella speranza ancora possibile (“Il cielo è vuoto perché aspetta il seme/Dei nostri sogni e di quello che faremo“).

Canzoni immediate, melodie sfumate, parole che rimangono impresse, “Come in cielo così in guerra“.

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