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Posts Tagged ‘Fabrizio De André’

Ogni termine per lei sembra minimo.

E allora siano le parole dette nel 1997 dal grande Faber, divenuto famoso grazie all’interpretazione da lei data de “La canzone di Marinella”, a renderle omaggio: “La voce di Mina è un miracolo. Credo che lei sia nata con la musica nel DNA, è come se avesse avuto una memoria prenatale della musica, e questo è il fenomeno tipico della genialità, sapere prima di conoscere. E te ne accorgi quando la senti cantare, perché tutte le sue evoluzioni vocali, le picchiate, i glissati, i grappoli di note in brevissimi intervalli di tempo, le svisature della melodia, sono assolutamente spontanee, come noi quando parliamo.”

Auguri Mina. E che la leggerezza delle tue “mille bolle blu” possano presto tornare a caratterizzare i passi di tutti noi.

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Oggi, 18 febbraio 2020, Fabrizio De André avrebbe compiuto ottant’anni.

Per omaggiare il mitico Faber arriva nelle sale un docufilm di Walter Veltroni, “Fabrizio De André e PFM. Il concerto ritrovato”, sullo storico filmato del concerto di Genova del 3 gennaio 1979 di De André con la PFM. Le riprese sono state custodite per più di 40 anni dal regista Piero Frattari che partecipò alle stesse.

Sono immagini uniche, commentate da chi quell’atmosfera magica la respirò, Dori Ghezzi, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli, David Riondino, Piero Frattari, Guido Harari.

Quelle emozioni ritrovate le racconta in sintesi affettuosa Franz Di Cioccio della PFM: “Che bello ritrovare Fabrizio sul palco con noi… vedere il film del concerto sarà come riabbracciarlo. Un grande amico che ha sempre raccontato gli uomini e le donne senza dare ‘buoni consigli’.”

Insegnandoci a camminare “in direzione ostinata e contraria” .

 

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Vent’anni senza Faber, “falegname di parole”.

Con quelle che ci ha lasciato, immenso tesoro di poesia pura, ci “arrangiamo”, come avrebbe detto lui.

Ma se ghe pensu… Allora potrebbe esplodermi la testa se un ingorgo di ricordi dovessero riaffiorare tutti insieme”.

In suo nome una “Smisurata preghiera” per tutti coloro che continuano, nonostante, a viaggiare “in direzione ostinata e contraria“.

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Guardando le immagini di devastazione della “Foresta dei violini” in Val di Fiemme dopo il passaggio della burrasca di acqua e vento che l’ha falcidiata, si può appena sentire un risuonare lieve, tipico di quegli alberi da Stradivari, ora solo più ombra di sé stessi.

È un canto dolente, una nenia struggente che sussurra alcune meste parole della “Dolcenera” di Fabrizio De André:

“e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte”. 

Deturpando bellezza e sogni e vita. Perché “nera di malasorte che ammazza e passa oltre“.

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Il 3 maggio del 1968 a Parigi, con l’occupazione dell’Università Sorbona, iniziava il cosiddetto “maggio francese”, un mese di proteste che coinvolse anche gli operai, con scioperi generali ad oltranza, occupazioni di fabbriche e manifestazioni in tutta la Francia. Così il “maggio francese”, una quasi rivoluzione, divenne uno dei momenti più importanti del Sessantotto, un anno che vide la nascita anche di altri movimenti libertari in tutto il mondo.

E anche chi poteva pensare che a nulla conducesse una “rivoluzione di velluto”, dovette ricredersi per quanto poi da essa scaturí. Come scrisse il nostro Fabrizio De André nella sua “Canzone del maggio”:

“E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.”

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Momento epifanico.

Interrogazione di Mario, sedici anni e mille pensieri. Quasi mai raccontati.

Testo scelto di De Andrè, “Le acciughe fanno il pallone”. Chiedo il motivo di tale scelta. Lampo d’orgoglio negli occhi di Mario. E nel cuore. “Io pesco, Prof! “.

E spiega, animandosi. Colonna vertebrale, sguardo, parola. Facendosi acciuga fiera, mostrandomi il suo “pallone”, il suo modo personale di nuotare nel mondo.

Assisto così ad una pesca miracolosa.

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Tema in classe.

Nicola, un mio studente di seconda liceo non sempre attento alla forma linguistica ma con uno sguardo spesso incantato sul mondo, sceglie quello sulle donne “ultime” cantate da Fabrizio De André.

Deve dare un titolo al suo saggio critico.

E qui arriva la poetica sorpresa, il regalo inaspettato. Un verso illuminato, in assonanza grata.

Felice, triste meretrice”.

Faber, ne sono alquanto convinta, avrebbe tacitamente apprezzato.

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Avrebbe oggi compiuto 100 anni la Nanda, come veniva affettuosamente chiamata dai suoi amici la scrittrice Fernanda Pivano.

Con le sue memorabili traduzioni ha portato la scrittura americana in Italia, da Hemingway a Whitman, fino alla Beat Generation con Kerouac. E la “sua” Spoon River fu spunto creativo per Fabrizio De André alla composizione dell’album “Non al denaro, non all’amore né al cielo”.

Uno sguardo oltreoceano, quello di Nanda. Rivolto sempre ai giovani. Con intuizioni anche predittive. Come quando, già vent’anni fa, disse: “I giovani di oggi hanno bisogno di un blue print, che qualcuno dica loro cosa fare, perché oggi le situazioni politiche sono così drammatiche, le situazioni sociali sono così perverse che non sanno che cosa pensare, che cosa fare.”

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Questa volta è vero, purtroppo. Paolo Villaggio è andato Altrove.

Ci aveva abituati a finte uscite di scena, per cui attendevamo di lì a poco la smentita. E invece. Fantozzi va in Paradiso, per davvero. Lasciandoci increduli e smarriti. Increduli perché le Maschere sono immortali, smarriti perché non sappiamo più dove guardare. Ma Villaggio/Fantozzi, previdente, non ci lascia sguarniti. Anzi, non ci lascia proprio. Perché la sua scrittura geniale, le sue gag esilaranti, il suo physique du rôle ci faranno compagnia. Con quella comicità surreale, a tratti caustica, a tratti malinconica, incarnata da un personaggio, il Ragionier Ugo Fantozzi (“il prototipo del tapino, la quintessenza della nullità” diceva Villaggio), che nasceva, come amava ricordare lui, da “Il cappotto” di Gogol. E dalla sua esperienza impiegatizia in un’azienda genovese. Così il personaggio prende forma. Travet timido, eterno sconfitto, eppure sognatore. Cioè tutti noi, almeno per una quota. “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte né per vincere né per perdere, ma per sopravvivere“, ci ricorda il critico Paolo Mereghetti. Forse anche per questo piace.

E a tal punto piace che “fantozziano” diventa aggettivo per indicare un atteggiamento pavido e servile nonché una situazione grottesca e sfortunata. E il vocabolario si amplia con frasi che diventano modi di dire. Dal “come è buono/umano Lei!” al “direttore megagalattico“, dal pensiero infine espresso sulla Corazzata Potemkin alla “frittatona di cipolle” e annessi davanti alla Nazionale di calcio. Per non dire dei congiuntivi, sdoganati nelle loro forme errate ma sublimi, con “Vadi/Dichi/Batti Lei“.

Ma Paolo Villaggio è stato anche altro, oltre Fantozzi. Creatore di personaggi televisivi, dal sadico “tetesco” Professor Kranz all’umiliato e sottomesso Giandomenico Fracchia, scrittore di canzoni, tra cui la famosa “Carlo Martello” musicata dal suo amico fraterno Fabrizio De André, attore poliedrico diretto da registi come Fellini, Monicelli, Olmi, Wertmüller. Senza dimenticare il suo “Avaro”, un Arpagone non più pallido e scarno ma rubicondo e ghiottone.

Eppure Paolo Villaggio, nel nostro immaginario e nel nostro cuore, resta soprattutto il mitico Fantozzi. Un po’ bambino, alquanto goffo, sempre paradossale. Buffo, tragicomico, mostruoso. E forse anche un po’ soprannaturale.

Dal vignettista Makkox

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Festival 1967. Eliminazione. Camera d’albergo. Un colpo di pistola. E a ventinove anni chiudeva la sua parabola terrena Luigi Tenco, cantautore di talento della scuola genovese, quella di Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi.

Canterò finché avrò qualcosa da dire, sapendo che c’è chi mi sta a sentire e applaude non soltanto perché gli piace la mia voce ma perché è d’accordo con il contenuto delle mie canzoni. E quando nessuno vorrà più stare ad ascoltarmi, bene, canterò soltanto in bagno facendomi la barba. Ma potrò continuare a guardarmi nello specchio senza avvertire disprezzo per quello che vedo“.

In lui passione, dignità, fierezza. E sensibilità. Non solo musicale.

Ps: il 7 febbraio 1987 si spegneva, proprio durante il Festival, la potente voce di Claudio Villa, detto “il reuccio”.

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