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Posts Tagged ‘Eugenio Montale’

“Eterna fanciulla danzante” la definiva Eugenio Montale, ammirando le sue movenze eteree. E Carla Fracci, La Danza per antonomasia, è stata capacità altissima di racconto interiore attraverso il corpo che si libra. Con eleganza innata e rigorosa tecnica. Rendendo mosse e sublimi le emozioni a chi la guardava. Restandone ammirato, rapito ed incantato. Potendola definire di diritto “La Danza”.

Ps: quale strana e montaliana “coincidenza degli opposti” quella che ha visto il termine del viaggio terreno dell’étoile Fracci a pochi giorni dalla tragedia della funivia del Mottarone. Come se la “Grazia” fosse venuta meno di fronte a tale immane “Dis-grazia”.

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Di Umberto Eco ci rimane la mole immensa, colta e immaginifica della sua opera. Davvero “Opera aperta“, come aveva intitolato un suo saggio.

So già che continuerò a frequentare i suoi libri, tornandoci, rivisitandoli, diventando “Lector in fabula“, come acutamente analizzò Eco in un altro suo lavoro.

Ma nelle giornate di pioggia (non quella buona che placa e dilava) per farmi luce il mio gesto sarà aprire una sua “bustina di minerva“, la rubrica trentennale del semiologo sul settimanale “L’Espresso“. Quelle bustine di fiammiferi, in cui la dea non va scomodata se non come amuleto feticcio, diventeranno il mio amuleto di orientamento.

E capirò allora, come diceva Montale, che “il tenue bagliore strofinatolaggiù non era quello di un fiammifero“.

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palio1

Dalla torre
cade un suono di bronzo: la sfilata
prosegue fra tamburi che ribattono
a gloria di contrade.
E’ strano: tu
che guardi la sommossa vastità,
i mattoni incupiti, la malcerta
mongolfiera di carta che si spicca
dai fantasmi animati sul quadrante
dell’immenso orologio, l’arpeggiante
volteggio degli sciami e lo stupore
che invade la conchiglia
del Campo…
Da “Palio” (Eugenio Montale)

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Maria Luisa Spaziani, poetessa (Torino, 7 dicembre 1922 - Roma, 30 giugno 2014)

Maria Luisa Spaziani, poetessa (Torino, 7 dicembre 1922 – Roma, 30 giugno 2014)

Cara Maria Luisa,

ricordo come fosse ieri la tua telefonata. Il trillo del fisso, mia mamma (Maria Luisa anche lei, i segni…) a rispondere e a chiamarmi: “Ester, è la Spaziani, da Roma!“. Il cuore, lì ancora oggi tutto è nitido, fece un balzo in avanti. Ma fu la voce tua, toni bassi e caldi, a defibrillarmi: “Dottoressa, è con piacere che le annuncio il conferimento del Premio Internazionale Eugenio Montale da parte del Centro Montale per la sua tesi di laurea.

Il seguito fu una girandola: il viaggio a Parma per il Premio, la cornice del Teatro Farnese, la tua conoscenza (“la sua città è anche la mia. Fu proprio a Torino che conobbi Montale“), i tuoi sproni (“continui, deve fare ricerca adesso“), i tuoi suggerimenti (“non perda però di vista la sua poesia“). Io ero onorata, spiazzata, intimorita. Attraverso di te, la “Volpe” di Montale, respiravo il mio amato Eugenio, per me già Eusebio come solo per gli amici… E al seguito tuo, poetessa grande, i “miei” scrittori, l’autorevole Giorgio Bassani, l’elegante Mario Luzi, il fragile Giorgio Caproni, solo per citarne alcuni. Si trattò di uno di quei giorni della vita che Qualcuno per noi rende lucenti e smaltati, fino a farne icone stabili della propria esistenza.

Invitavi gli anni successivi i tuoi premiati, come li chiamavi tu, perché la comunità letteraria crescesse di nuove leve. E per me quelle premiazioni divennero una consuetudine, per poter continuare a tessere la mia tela poetica, per carpire da te “la parola che squadri da ogni lato“. Mi avevi chiesto di mandarti i miei versi, e i miei endecasillabi furono segnalati da te e dalla Commissione.

Nel frattempo a scuola inserivo i tuoi versi per i miei studenti, quelle “Latinìe” di cui mi raccontasti la genesi, la tua “Giovanna D’Arco” ottave e fuoco, “La traversata dell’oasi” che tanto trasuda del tuo alto ed elegante versificare. E ti seguivo da lontano, dalla città fredda, soprattutto nelle serate di mezza estate in cui, al tavolo dei giurati, nel Ninfeo di Villa Giulia a Roma, aprivi le schede dei finalisti del Premio Strega, declamandone i nomi, con quella stessa voce che mi rimandava ad un tempo già lontano.

L’ultima volta che ti incontrai, qualche anno fa, fu a Torino, nella hall di un albergo centrale in cui alloggiavi. Il fiammeggiare dei tuoi occhi resisteva all’incalzare delle folate di vento della vita. Ma fu la tua voce, ancora una volta, a riportarmi altrove, e a richiamarmi all’antico dovere: “Continui a scrivere, e pubblichi. Il Poeta deve essere letto.” Quasi a suggello di quei tuoi versi, “aspetta la tua impronta / questa palla di cera“.

I miei “Colloqui” divennero poi pubblici e gratificati dal Premio Pannunzio. Ma è un amuleto tuo che porto con me ogni volta che scrivo: “L’angelo della grazia passa mentre dormi“. Così, ricordando il tuo verso, uso la penna di notte, tentando di sorprendere quell’angelo.

Grazie Maria Luisa, “Volpe” cara. Anche un po’ mia.

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Quando scendo “sotto” sto bene. Sott’acqua intendo.

Ritrovo quegli elementi che “sopra” iniziano a scarseggiare. Silenzio, trasparenza, armonia.

E mi riecheggiano i versi dell’amato Montale che, tratteggiando Esterina, in “Falsetto” scrive:

L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi: 
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo, 
come un’equorea creatura 
che la salsedine non intacca 
ma torna al lito piú pura.

Non so se dopo le mie “discese” torno “al lito più pura“.

Sicuramente “atterro” più leggera.

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Perché si lavora? Certo per produrre cose e servizi utili alla società umana, ma anche e soprattutto, per accrescere i bisogni dell’uomo, cioè per ridurre al minimo le ore in cui è più facile che si presenti a noi questo odiato fantasma del tempo. Accrescendo i bisogni inutili si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero. Passare il tempo dinanzi al video o assistendo a una partita di calcio non è veramente un ozio, è uno svago, ossia un modo di divagare dal pericoloso mostro, di allontanarsene. Ammazzare il tempo non si può senza riempirlo di occupazioni che colmino quel vuoto e poiché pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto, ecco la necessità sociale di fare qualcosa, anche se questo qualcosa serve appena ad anestetizzare la vaga apprensione che quel vuoto si ripresenti in noi“.

Eugenio Montale, da “Ammazzare il tempo” in “Auto da fé. Cronache in due tempi”.

Traccia n.1, tipologia A – analisi del testo, Prova scritta di Italiano, Esame di Stato 2012.

Ps: che dire? L’idea che si lavori per non pensare troppo al nostro umano stato è antica quanto il tempo, eppure quasi sempre la evitiamo perché ci fa perdere tempo. E noi il tempo non lo possiamo perdere perché lo dobbiamo ammazzare. Per sopravvivergli.

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Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino. “

Eugenio Montale, da “Portami il girasole”.

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Andrea Zanzotto, nato il 10 ottobre 1921, è ritenuto il nostro più grande poeta contemporaneo. Ha attraversato il Novecento utilizzando il linguaggio poetico in tutta la sua polivalenza semantica, risultando a tratti anche oscuro, compiendo però sempre un viaggio nel profondo.

E proprio come “una talpa” intenta “a scavare nel linguaggio e nel paesaggio” l’ha descritto Eugenio Montale, aggiungendo: “A lui tutto serve, le parole rare e quelle dell’uso e del disuso; l’intarsio della citazione erudita e il perpetuo ribollimento del calderone delle streghe. Sullo sfondo, poi, può esserci tanto il fatto del giorno che il sottile richiamo psicologico. E’ un poeta percussivo ma non rumoroso: il suo metronomo è forse il batticuore”.

E’ sufficiente leggere la poesia “Al mondo” per sentire il “batticuore” di Zanzotto:

Mondo, sii, buono;                                                                                                                                             

"Andrea Zanzotto" di Paolo Steffan - 2009


esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere, super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un pò più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.) -sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote
abbi qualche chance
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, munchhausen.

Auguri, Maestro.

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