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Posts Tagged ‘donne’

Mario Zapedroni, “Mimosa” – 1945

Una boccata di giallo, nonostante.

E non solo per le donne.

Quest’anno anche per tutto il personale sanitario, oltre il genere, che continua a prodigarsi nell’emergenza Coronavirus. Nonostante i soliti idioti continuino a non rispettare le regole date, ponendo a rischio la comunità intera.

E che giallo, come una bella giornata, sia quello che possa sfiorare ciascuno di noi. Almeno per oggi.

Affinché i pensieri possano librarsi. Mantenendosi sospesi, come fiori di mimosa.

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E così, dopo il Rengapensiero sulla tonalità vocale femminile meno gradevole di quella maschile, siamo al Collovatipensiero.

Il già campione del mondo di Spagna ’82 ha sostenuto, durante una trasmissione televisiva Rai, che una donna non può parlare di tattica calcistica perché “la donna non capisce come un uomo, non c’è niente da fare.” Non del tutto pago della sua maschia esternazione, ha aggiunto che “quando sento una donna parlare di tattica mi si rivolta lo stomaco. Non ce la faccio!”.

E che dire di noi che ascoltiamo en plein air le curiose e censurabili divagazioni postprandiali che un tempo non prendevano aria, appunto, se non tra le quattro mura di casa/bar/ufficio? Farlo poi dalla televisione di Stato, come fosse lo Speakers’ Corner di Hyde Park appare davvero eccessivo.

Come un tiro fuori area.

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Alessandra De Cristoforo “Grow up”

E se un giorno l’8 marzo fosse un giorno come gli altri?

Un giorno in cui le bambine di oggi possano essere le donne di domani, rispettate dal mondo ogni giorno, con le stesse possibilità di realizzazione date ai loro compagni maschietti. Senza acredine, fatica, violenza.

E con un girotondo di fiori, in cui la mimosa non sia più simbolo di rivendicazione o dono tardivo, ma infiorescenza affettuosa che la natura dona all’umanità tutta, oltre i generi. Come bonheur di primavera.

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Un unico velo si è oggi visto sulle prime pagine dei quotidiani italiani.

Infatti la notizia che in Arabia Saudita sia caduto il divieto per le donne di guidare l’automobile è apparsa solo su “La Stampa”, che ha scelto la foto di una ragazza velata al volante per sottolineare l’epocale, per quelle latitudini, evento.

Curioso che per le altre testate nazionali sia calato, in prima, il velo su tal genere di news. Come se il chador l’avessero indossato loro.

Ps: il giorno seguente, 28 settembre, il “velo” si è in parte sollevato: “La Repubblica” e “Il manifesto” posizionano in prima la storica notizia. E se fosse un velo di Maya?

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Michele Cascella, “Vaso di mimose”

In attesa di un tempo, speriamo non troppo futuribile, in cui le mimose possano essere semplice simbolo di primavera.

Con le donne ricordate, rispettate, stimate ogni giorno dell’anno. Impegnate con gli uomini nella costruzione del mondo. Agendo in modi diversi, ma in possesso degli stessi strumenti.

E la libertà a proteggere entrambe le forme di respiro sul pianeta.

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Strano destino comune, seppur da fronti opposti, quello di Chelsea Clinton e di Ivanka Trump.

Entrambi i padri hanno fatto/fanno arrossire di vergogna le donne di famiglia, e arrabbiare con sconcerto tutte le altre, per il loro modo di relazionarsi con l’universo femminile.

Uno, Bill Clinton, già Presidente degli Stati Uniti, non solo tradì la moglie Hillary con una stagista in modo e in luogo poco ortodossi, ma negò il fatto stesso.

L’altro, Donald Trump, in corsa per la Casa Bianca, ha denigrato (denigra?) pesantemente le donne con volgari epiteti e triviali espressioni pur sapendo di essere ripreso, convinto che la sua posizione di potere gli permetta l’arroganza di toni e pensieri a riguardo.

Ma mentre l’uomo Clinton rientra, anche maldestramente, nella figura del fedifrago d’antan, l’uomo Trump purtroppo si può solo ascrivere alla categoria del maschio rozzo, dimentico di essere nato, anche lui, da una donna. Quell’essere che il “cowboy” Trump apostrofa come già sospettavamo e ora sappiamo.

E la Nemesi sembra adesso giocarsi, sul tavolo della prossima presidenza americana, la carta della “Donna Tradita” Hillary per farne la “Paladina” dei diritti di tutte le donne. Anche quelle della famiglia Trump.

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bambola rotta

Neanche una bambola va maltrattata.

Figuriamoci una donna.

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bambole

Scena da un matrimonio: una donna comunica al proprio marito che il loro rapporto è finito e che lei se ne andrà di casa.

Torvald: – Oh, è rivoltante. Così tradisci i tuoi più sacri doveri? 
Nora: – Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?
Torvald: – E debbo dirtelo? Non sono forse i doveri verso tuo marito e i tuoi bimbi?
Nora: – Ho altri doveri che sono altrettanto sacri.
Torvald: – No, non ne hai. E quali sarebbero?
Nora: – I doveri verso me stessa.
Torvald: – In primo luogo tu sei sposa e madre.
Nora: – Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te… o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e che nei libri sta scritto qualcosa di simile, ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose.
Torvald: – E con questa lucidità e sicurezza tu abbandoni tuo marito e i tuoi figli?
Nora: – Sì.
Torvald: – Allora c’è una sola spiegazione possibile.
Nora: – Qual è ?
Torvald: -Tu non m’ami più.
Nora: – Sì, è proprio questo. […] Cosi come sono ora, non posso essere tua moglie…
Torvald: – Io sento in me la forza di diventare un altro.
Nora: – Forse… se ti portano via la tua bambola.

Da “Casa di bambola” (1879) di Henrik Ibsen, testo inserito dall’Unesco nel 2001 nell’Elenco delle memorie del mondo.

Ps: ogni 60 ore in Italia una donna viene uccisa dal proprio compagno che non si rassegna alla fine della loro relazione. Un dato drammatico, sconvolgente, raccapricciante. Lontano anni luce dall’amore.

 

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Perché negli ultimi tempi la paletta compare senza il suo eterno fidanzato, il mitico secchiello?

Succede sempre più spesso, soprattutto alle fanciulle, di veder apparire la paletta. Quella segnaletica.

Questo è il copione classico. Stai guidando e l’automobile che ti precede comincia a rallentare senza aver nessun ostacolo, e a zigzagare. A questo punto è normale un tuo colpo di clacson, per capire cosa stia succedendo ed evitare ulteriori sbandamenti, che però aumentano. Ai tuoi successivi clacsonamenti ecco comparire sulla scena, improvvisa ma ormai aspettata, la paletta segnaletica.

Ti si accostano due/tre giovani maschi in abiti civili che non mostrano mai un tesserino di riconoscimento ma solo e sempre l’ormai famosa paletta. Che può suscitare timore, ansia, la legge che avanza. Ma attenzione, perché questo è un vero abuso di potere, soprattutto nel momento in cui, cominciando a parlare, tentano di incutere timore, peraltro sul nulla. Vi chiedono infatti perché avete clacsonato (perché una domanda senza senso? siamo forse su “scherzi a parte”?), consigliandovi di stare calme (a proposito di cosa? perché ho incontrato loro?), che potreste andare incontro a dei guai (quali, visto che non ho commesso infrazioni? che stiano provando un copione per diventare stalkers dell’anno?).

Se tenete testa ai loro monologhi dell’assurdo, facendo presente loro che non c’è nulla per cui valga continuare la conversazione, tanto più che non si sono identificati come Forze dell’Ordine (quale ordine? quello che manca nei loro circuiti neuronali?), danno segni di cedimento che si fanno definitivi se accennate al fatto che forse il loro comportamento è così stranamente intimidatorio perché voi siete donne. A questa parola magicamente e frettolosamente si allontanano con un vago cenno di saluto.

Facendo sparire quella paletta. Fino alla prossima “spiaggia”. Ancora una volta senza secchiello.

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Il film del 1991 di Ridley Scott fu un vero manifesto di autodeterminazione per un’intera generazione di donne: non solo diventavano orgogliose di se stesse, della propria libertà e autonomia dalla parte maschile del mondo, ma soprattutto sentivano che era finito il tempo del compromesso, a costo di saltare il Gran Canyon con quell’auto-prolungamento della propria consapevolezza.

E dopo 20 anni? Che fine hanno fatto quelle due donne che decidevano, dopo una serie rocambolesca di avventure, di fuggire comunque senza arrendersi? Perché ci sembra impossibile che simili donne abbiano “partorito” le Nicole & Marysthell di questi oscuri tempi italici?

Perché la differenza è davvero abissale. Thelma, Geena Davis, si faceva sedurre dal giovane autostoppista J.D., Brad Pitt, senza averne nulla in cambio, anzi, veniva da lui derubata. E Louise, Susan Sarandon, non accettava neppure l’idea di un aiuto in sede giudiziaria da parte dell’ispettore Hal, Harvey Keitel. Al punto di tentare il tutto per tutto con quel salto della vecchia Ford Thunderbird oltre il possibile, sul cui fermo immagine si concludeva il film.

Erano solo delle ingenue casalinghe disperate Thelma & Louise? Così apparentemente poco seduttive con quei jeans maschili, affannate e sudate. Eppure, c’era qualcosa nel loro sguardo sfrontato e trasparente che raccontava di sogni in cui credevano, nonostante tutto.

Certo, le “fanciulle” del film italico che va invece sgranandosi sotto i nostri occhi oggi sono sicuramente più “in fiore” di Thelma & Louise, sicuramente più patinate, più eleganti, e più finte. E proprio per questo molto meno “donne” di Thelma & Louise.

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