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Posts Tagged ‘Diego Armando Maradona’

Il regista Emir Kusturica, con il suo sguardo poetico, è riuscito a cogliere nel profondo l’essenza sfaccettata di Diego Armando Maradona, quel suo élan vital da eterno bambino che lo ha reso carismatico insieme al talento calcistico da fuoriclasse.

E il suo film documentario “Maradona by Kusturica”, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2008, ci racconta le sfumature, gli sguardi, i sogni, i démoni dell’uomo Diego, insieme al mito inarrivabile Maradona, Mano de Dios, che attirava in modo magnetico folle oceaniche.

Vivo la vita che voglio vivere” affermava con forza Diego al regista. Raccontando in modo lucido e senza diaframmi la sua origine povera ma affettuosa, il suo legame ancestrale con la pelota e l’Argentina, il suo amore sincero per la famiglia e i tifosi, la sua dipendenza dalla cocaina.

«So di aver fatto del male prima di tutto a me stesso e quindi alla mia famiglia, alle mie figlie. Credo che in futuro imparerò a volermi più bene, a pensare di più alla mia persona. Non mi vergogno però. Non ho fatto male a nessuno, salvo a me stesso e ai miei cari. Mi dispiace, sento una profonda malinconia, soltanto questo».

E nella canzone che canta insieme ai suoi amici, sotto lo sguardo attento del regista, il ritmo gioioso è venato proprio di quella profonda malinconia.

Quella di ogni uomo quando ripensa ai fotogrammi già storia di sé.

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Ora che i riti laici e sacri sono conclusi, sembra ancora più irreale che Maradona non sia più. A trasudare talento ed eccesso. Ed è allora che ti rendi conto che il Pibe de oro è già entrato nella leggenda. Essendo lui stesso mito, personaggio epico, dio pagano. Quindi immortale.

Pasolini diceva che “il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo“. Nel caso di Diego Armando Maradona l’aura di sacralità era ammantata di fragilità. Con la vita a spumeggiare però sempre e comunque. Alla maniera di un bambino quando, felice, gioca col suo pallone.

E noi, fortunati, a bere vita per interposta persona. Come nel palleggio di riscaldamento, divenuto celebre, prima di Napoli-Bayern Monaco sulle note di “Live is life” degli Opus. Colonna sonora perfetta a tale surplus di vitalità. Che per qualche istante ci illudevamo potesse essere anche nostro.

Grazie Diego.

 

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Sembra incredibile che tutta quella potenza esplosiva che sul campo di calcio ha reso Diego Armando Maradona il più grande calciatore di tutti i tempi sia spenta. Per sempre. Il Pibe de oro, la mano di Dio.

In fondo uno scugnizzo napoletano. Veloce a schivare gli avversari, amante della vita e dei suoi eccessi. Chiaro e scuro, luci e ombre, sugli altari e nella polvere. Ma sempre amato, osannato, perdonato. Come solo un dio.

L’estasi sui campi di calcio. Dribblava sul tappeto erboso andando a gol, in modo rapido e magico, regalando stupore e felicità a chi lo guardava compiere miracoli. Come un dio, appunto. I Mondiali 1986 vinti superando l’Inghilterra col gol considerato il più bello del secolo, quasi un riscatto argentino alla sconfitta nella guerra delle Falkland. E due scudetti col Napoli che lo ha sempre venerato e ora lo piange come un figlio. Collocandolo tra i suoi Grandi. Totò, De Filippo, Troisi e Pino Daniele.

E le cadute fuori dal campo. Tra cocaina, alcool, esagerazioni, amicizie pericolose, depressione, donne, tradimenti, operazioni. Con la consapevolezza di essere risorto più volte dall’abisso. Come solo un dio.

Il regista Emir Kusturica nel documentario girato su Maradona lo definisce un dio mesopotamico, Gilgames. Un dio a cui perdoni ogni eccesso. Perché tanto ti dà.

Non fosse stato un calciatore forse Maradona sarebbe stato un rivoluzionario. Per quella sua capacità di attirare le masse con un naturale carisma. Come il suo amico Fidel Castro, anche lui spentosi proprio il 25 novembre. O come Che Guevara, che portava tatuato su di sé.

Ma non poteva che essere un calciatore Diego Armando Maradona. Per essere il più grande di ogni tempo. Un dio del pallone.

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