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Posts Tagged ‘crisi’

In pieno periodo ferragostano ci ritroviamo nei marosi di una crisi di governo.

Quella “crisi” di derivazione greca che originariamente indicava la “separazione”, durante la trebbiatura, della granella del frumento dalla paglia e dalla pula.

Arduo discernere oggi, nel “campo” governativo, le bionde spighe di grano.

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Opera di Nicoletta Ceccoli

Opera di Nicoletta Ceccoli

In tempi di crisi si trovano soluzioni più convenienti ai problemi di sempre.

E così anche lo psicanalista viene sostituito da una più economica “camera della rabbia”.

Così almeno a Forlì, dove con tariffa a tempo e in un “setting” da “spaccare”, si può dar sfogo agli istinti più aggressivi sugli oggetti della stanza stessa. Con i freni inibitori in libertà, seppur breve e vigilata.

E il transfert di freudiana memoria? Antico e pallido sfondo rispetto al “nuovo” che avanza.

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italia21

Indovinate, chi ha detto tali cose? E quando? Non ci crederete.

Deve esserci un accordo

se ci sta a cuore la salvezza del paese.

Salviamo ‘sto paese? Eh?

C’è bisogno di un’intesa

vogliamo tutti insieme metterci

a pensare seriamente alla ripresa?

Eh? economica? Sì?

Bisogna lavorare sul concreto

bisogna rimboccarsi le maniche per

incrementare la produzione e assicurare

uno stabile benessere sociale a tutti

coloro

ai quali noi, per il momento

abbiamo chiesto sacrifici

vogliamo uscire a testa alta dalla

crisi? Eh?

Salviamo ‘sto paese? Sì?

Da “Salviamo ‘sto paese” di Giorgio Gaber – 1978.

Ps: Certe intuizioni sono semplicemente geniali. E profetiche.

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Avete notato che è un fiorire di teschi in ogni dove, abbigliamento, oggettistica, bigiotteria, che neanche una congregazione di trappisti in riunione plenaria?

Ovunque ti volti una faccetta smunta e ossuta ad invocare a voce spenta un “memento mori” collettivo.

E allora mi sono chiesta perché proprio ora? Che sia l’avvicinarsi a veloci passi della fatidica data Maya? Che sia la crisi ad averci reso tutti più depressi e realisti? Che sia il grido affannato e tumultuoso della natura a ricordarci il nostro corso?

O che invece questa smaniosa negromanzia sia un banale modo per esorcizzare inneggiando alla vita, come lo scheletrino che i commensali si passavano, ridendone, alla cena di Trimalcione?

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Duane Hanson, "Donna con carrello della spesa" - 1971

Se guardate tutto ciò che viene messo in vendita, scoprirete di quante cose potete fare a meno”.

Socrate, filosofo.

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2011, bye…

Per noi italiani è stato l’anno dei festeggiamenti per i 150 anni dall’Unità nazionale, ma anche quello della definitiva caduta di infingimenti vari, per cui la parola d’ordine è diventata “crisi” e quella conseguente “sacrifici”.

Per il mondo è stato l’anno in cui alcuni dittatori sono stati spazzati via dalla “primavera araba”, e altri dai Servizi di Intelligence.

Per tutti è stato l’anno in cui la Natura ha fatto risentire la sua forza, richiamandoci al dovere di rispettarla. E a tremare non è stato solo il Paese del Sol Levante, ma l’intera umanità. Con la potenza dell’acqua a sommergere ovunque la nostra indifferenza per l’ambiente.

E poi il 2011 è stato purtroppo l’anno in cui tanti ragazzi, quelli di Oslo, se ne sono andati per la pazzia di uno, e due talenti puri, di voce black e di velocità sic, sono stati chiamati Altrove. In cui il cinema ha perso il lampeggiamento degli “occhi viola” e l’indagine perfetta di un Tenente. E la parola ha chiuso la sua Bocca. Con una Mela rimasta orfana di un grande sognatore. Quei sogni e quell’orizzonte di cui tutti quanti noi continuiamo ad essere “affamati”, ma forse poco “folli”.

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Renè Magritte, "Il telescopio" (1963)

Suderemo e piangeremo. Non avendo ormai altro da offrire, come disse Churchill all’ingresso in guerra del Regno Unito.

E pagheremo, ancora. Perché finora ci hanno fatto credere che vivevamo nel migliore dei mondi possibili.

Questa è l’ultima chiamata. Poi ci lasciano a terra, definitivamente.

E’ stato chiaro Mario Monti, come da tempo non accadeva. Si deve fronteggiare una “crisi gravissima”, perché l’ammontare “del debito pubblico rischia di compromettere quanto costruito in 60 anni di sacrifici da quattro generazioni almeno di italiani“.

Ma la chiarezza brutale si è fatta drammatica certezza con le parole del ministro Fornero: pronunciando il termine “sacrifici”, riguardanti le pensioni, si commuove e non riesce a continuare.

Lì si è rotta la “quarta parete”, quella che solitamente divide gli spettatori dal palcoscenico teatrale, mantenendo la distanza tra la rappresentazione e la realtà. Con le lacrime della Fornero abbiamo compreso che quei ministri non sono politici, neppure nel tentare impossibili equilibrismi per mantenere saldo il proprio elettorato.

In quel momento si è strappato il pirandelliano “cielo di carta”, di cui la politica aveva accuratamente tappezzato l’intero Paese.

Obbligandoci, ora e ancora, a lacrime e sangue.

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