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Posts Tagged ‘Covid19’

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Ci risiamo con le parole ormai tristemente note a tutti. Con quanto poi, già sappiamo, drammaticamente ne consegue. Dalla perdita di vite umane, innanzitutto, alla perdita di esistenze lavorative, stili di vita, frammenti di libertà. Lo sapevamo. Almeno quasi tutti. Il verosimile racconto manzoniano e quello storico della “spagnola” hanno continuato a ricordarcelo come una triste nenia a sottofondo di comportamenti laschi ed esorcizzanti movide.

Ma davvero qualcuno si era già dimenticato ogni singolo passaggio?

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Il poeta Vate abruzzese invitava, a proposito del mese di settembre, a mettersi in cammino, essendo tempo di migrare. Tornando a casa.

Lontano, ma forse anche vicino, alle attuali questioni migratorie, D’Annunzio spronava a riprendere, in settembre appunto, i ritmi della normalità, lasciandosi alle spalle i freschi tratturi percorsi in estate.

Già, i ritmi della normalità. Che in tempi pandemici sono miraggi di eccezionalità. Sempre che il tempo vorticoso e la folla asfissiante del tempo pre-Covid possano definirsi “normalità”.

Oggi siamo in mezzo al guado: il corso d’acqua che ci troviamo ad attraversare presenta un punto di passaggio percorribile, seppur arduo, ma con incognite ancora presenti per poter giungere incolumi sull’altra riva.

Il rischio, raccontato in modo epico dalla narrativa della conquista del West, è per un verso cedere a facili entusiasmi pensando che la traversata sia già completata negando gorghi, fango, rapide, cadute, fatica. Dall’altro, il rischio è soccombere alla paura dell’ignoto rimanendo immobili nel punto mediano del rivo, là dove nulla sembra accadere di male, tuttavia con la sponda a portata solo di sguardo.

Forse la lezione dei pionieri, di ogni epoca e luogo, è stata quella di avere sempre davanti a sé una visione della terra da raggiungere.

A quella lezione, a quella visione dovremmo attingere noi oggi. Nel nostro comune e faticoso settembre di migrazione.

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Scuola, su cosa sorvolare?

Forse sui nuovi banchi con le rotelle. Anche se… Davvero gli adolescenti con quelle ruote staranno immobili? E si è già pensato a come smaltire una catasta imponente di vecchi banchi, che nel frattempo occupano spazio, di questi tempi tanto agognato?

Potremmo forse glissare su chi controlla che cosa. La temperatura corporea sembra destinata a diventare affare di famiglia. E la mascherina col naso allegramente esposto, vezzo ormai largamente diffuso, andrà sanzionata interrompendo in modo metrico ogni tentativo di lezione? E il ricambio d’aria sarà garantito nonostante le lamentele dei discenti che hanno sempre freddo anche quando l’aria interna all’aula è asfittica e maleodorante?

Ma sono quisquilie, si può procedere su cose più serie. Forse sul numero alto di persone che si incroceranno sul trasporto pubblico tra le 8 e le 9 del mattino, rendendo una barzelletta il distanziamento sociale? Del resto ci siamo già allenati sui treni regionali di pendolari e vacanzieri.

Arrivo a dire che ormai faccio finta di nulla persino quando il Gotha televisivo, giornalisti politici e soloni vari, parla degli otto milioni di studenti che devono essere in sicurezza, dimenticandosi di altri due milioni di persone, docenti e personale scolastico, che di quei ragazzi si occupa materialmente.

Su cosa però non posso fare finta che “tutto va ben, tutto va ben”, è quando risento dire per l’ennesima volta che “in Italia dal 5 marzo non si sono più fatte lezioni”. A parte che le lezioni si tengono e non si fanno, perché nessuna trasmissione giornalistica ha la decenza di sentire la voce di qualche docente? Ma voi che pontificate sul tutto e sul nulla, dove eravate in quelle mattine in cui, attraverso le lezioni, a distanza solo per i devices usati, con i miei studenti si cercava di leggere la fatica virale del mondo, analizzando tracce del dramma attraverso testi antichi e parole che fungessero da nuova mappa? E che dire delle notti, in cui le mail di questi adolescenti mi giungevano con quel carico pesante di ansia, paura, dolore? Dove eravate quando quegli stessi ragazzi si preparavano con scrupolo e profondità al loro esame di stato in epoca Covid19?

E anche se, come dice Pessoa, “il poeta è un gran fingitore“, quando vi sento parlare della scuola non riesco più a far finta che tutto vada bene.

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È una questione di parole. Ma anche di fatti.

Il globale lockdown ci ha imposto la cattività, sperimentando così la condizione di animali in gabbia.

Una volta tornati, almeno in parte, liberi ci stiamo scoprendo meno tolleranti e comprensivi, più diffidenti e suscettibili. Spirito di adattamento quasi azzerato, capacità relazionale non pervenuta. In una parola siamo diventati più cattivi. Già.

Ma i nomi sono conseguenti alle cose, come affermavano gli antichi.

Non è un caso che il “captivus” fosse originariamente il “prigioniero”. Che in condizioni di sottratta libertà diventa, suo malgrado, “cattivo”. Quando non lo si voglia considerare già a priori cattivo per il fatto stesso di essere prigioniero (possiamo dimenticarci dell’incredibile caso George Floyd?).

Ma la domanda è: chi rende il prigioniero tale?

Ps: purtroppo con la pandemia è anche aumentato il tasso di superbia scientifica nelle categorie più disparate: politici (proprio mai sforzarsi di pensare al bene comune?), tenori (e dedicarsi semplicemente al bel canto?), gente comune (che dire delle feste organizzate solo per dimostrare che il virus non c’è?), e persino alcuni virologi per i quali i contagiati non sono malati (sob!) se non all’1%. A quando l’amena negazione della terrestre rotazione?

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María Hesse Ilustración

Capogiro, mancamento, estraniamento.

Poi gioioso incantamento e infine sacrale ringraziamento.

Più intesa e compresa a percepire le mie onde animiche sensoriali che quelle tattili percettive, il mio primo bagno stagionale è stato strano. Nel senso proprio di straniero, sconosciuto. O dimenticato.

Quasi che il mio esterno desiderasse, come sempre, l’incontro d’acqua salsa, ma con un interno in supplica assetata delle ancestrali origini: quel mare primigenio a cui l’homo sapiens si inginocchia per gratitudine verso un ordine più alto delle cose.

Un senso da noi spesso incompreso. Ancor più in era post Covid19.

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Mascherina chirurgica, questa sconosciuta.

Si porta come borsetta, braccialetto, gomitiera, pochette, sottomento, collare, bandana. Quasi mai nel modo corretto per cui è stata pensata.

Se copre, finalmente, la bocca, il naso è ovviamente fuori dalla stessa. Dimenticando allegramente, o non sapendo per niente, che il naso è parte integrante dell’apparato respiratorio. Detto in altro modo, il naso è una canna fumaria, che aspira ed emette aria.

Nel frattempo fuoriescono da ogni dove, come funghi dopo una pioggia estiva, i negazionisti, anche della mascherina. Quindi non solo non ne prevedono l’uso, anche quando e dove è obbligatorio (leggi luoghi pubblici al chiuso) ma non sopportano di vedere chi la indossa.

Forse perché ricorda loro la realtà, ossia che il virus sottotraccia continua a circolare e che la mascherina, a loro tanto invisa, ha comunque ridotto i contagi del 50%.

E se ciò appare poca cosa, pensando ai dati tragici di Covid19, allora il problema dell’animale a due gambe va ben oltre la pandemia.

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Tutto strano tutto diverso, il Premio Strega al tempo del Covid19.

Uguale il luogo, un locus amenus, il Ninfeo di Villa Giulia a Roma, con un contorno fatto però di vuoto. Il pieno, dato dalla moltitudine umana, cancellato.

E così ieri sera, senza la molteplice e sfaccettata presenza umana che attende ogni anno con trepidazione lo scrutinio delle ultime schede di votazione dello “Strega”, è stato comunque proclamato il vincitore dell’edizione 74 del premio letterario italiano più prestigioso.

Traguardo tagliato da “Il colibrì” di Sandro Veronesi, già vincitore della Strega nel 2006 con “Caos calmo”. Prima di lui è accaduto solo a Paolo Volponi.

Il colibrì del titolo è Marco Carrera, un uomo che, come spiega l’editore, “Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno“.

Lo scrittore fiorentino dedica questa vittoria anche a suo padre che gli ha ispirato la frase conclusiva del romanzo, “Preghiamo per tutte le navi in mare“: “Era una frase che mio padre diceva quando con la sua imbarcazione prendeva il largo. E io dedico questo libro anche a coloro che sono in mare e che cercano ospitalità nei nostri porti. Sono felice di avere vinto nuovamente lo Strega perché, inutile negarlo, è il più importante riconoscimento italiano. E sono soddisfatto di aver tagliato il traguardo con “ll colibrì” perché è un libro sul dolore, che insegna anche a reagire alla sofferenza e a ricavarne energie vitali”.

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La resistenza alle avversità, rimbalzando indietro. Questa la resilienza.

Un tronco d’albero che, naufragato, torna sulla terra da cui era partito.

Tutti noi, dopo e per molti versi ancora durante Covid19, ci siamo scoperti resilienti? O semplicemente relitti di quanto eravamo?

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E così, anche se ridotta, mascherata e distanziata, nonostante tutto, è partita la Maturità 2020, quella dell’epoca Covid19.

Nessuno scritto, solo orale. Anzi maxi orale, visto che è strutturato in cinque parti in cui l’oralità vince sul segno grafico. La parola raccontata regna quindi sovrana su aule in cui i metri sono giustamente tutto, insieme a mascherine, gel disinfettante e autocertificazioni. A risuonare nelle scuole, come sempre, ansia, narrazione e orgoglio. Ma senza strette di mano, baci e abbracci. Solo il senso della fine in una tasca e il sentore di un nuovo inizio nell’altra.

Ps: Buona vita alle mie ragazze e ai miei ragazzi in uscita dalla loro classe.

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Un inedito “2 giugno”, Era Covid19, che vede le Frecce Tricolori ad abbracciare l’intera nazione. Con una presenza aerea millimetrica e spettacolare, da cartolina, a srotolare il nastro verde bianco rosso sulle città italiane, a partire da Codogno, da cui il malevolo tempo virale iniziò, fino a Roma, capitale di un’Italia stremata ma col capo alzato, pronta a ripartire. Anche se…

La Festa della Repubblica Italiana dovrebbe essere quella dei valori condivisi, del bene comune appunto. Che tale non può essere se non con la responsabilità civica attuata da ciascuno. Gli assembramenti da stadio, per vedere il passaggio della pattuglia acrobatica, che considerano il distanziamento sociale come una parola priva di senso, sottolineano nuovamente che il “buon senso”, prima ancora del “senso civico”, fatica ad essere posto in atto. Come se noi, popolo italiano, fossimo mossi dal senso primordiale del bene individuale. Con la Res publica, “la cosa di tutti”, alquanto sullo sfondo. Un affare poco personale. Quasi contasse sempre e solo avere “panem et circenses“. Per sé stessi. A scapito di tutti gli altri.

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