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Posts Tagged ‘Covid19’

María Hesse Ilustración

Capogiro, mancamento, estraniamento.

Poi gioioso incantamento e infine sacrale ringraziamento.

Più intesa e compresa a percepire le mie onde animiche sensoriali che quelle tattili percettive, il mio primo bagno stagionale è stato strano. Nel senso proprio di straniero, sconosciuto. O dimenticato.

Quasi che il mio esterno desiderasse, come sempre, l’incontro d’acqua salsa, ma con un interno in supplica assetata delle ancestrali origini: quel mare primigenio a cui l’homo sapiens si inginocchia per gratitudine verso un ordine più alto delle cose.

Un senso da noi spesso incompreso. Ancor più in era post Covid19.

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Mascherina chirurgica, questa sconosciuta.

Si porta come borsetta, braccialetto, gomitiera, pochette, sottomento, collare, bandana. Quasi mai nel modo corretto per cui è stata pensata.

Se copre, finalmente, la bocca, il naso è ovviamente fuori dalla stessa. Dimenticando allegramente, o non sapendo per niente, che il naso è parte integrante dell’apparato respiratorio. Detto in altro modo, il naso è una canna fumaria, che aspira ed emette aria.

Nel frattempo fuoriescono da ogni dove, come funghi dopo una pioggia estiva, i negazionisti, anche della mascherina. Quindi non solo non ne prevedono l’uso, anche quando e dove è obbligatorio (leggi luoghi pubblici al chiuso) ma non sopportano di vedere chi la indossa.

Forse perché ricorda loro la realtà, ossia che il virus sottotraccia continua a circolare e che la mascherina, a loro tanto invisa, ha comunque ridotto i contagi del 50%.

E se ciò appare poca cosa, pensando ai dati tragici di Covid19, allora il problema dell’animale a due gambe va ben oltre la pandemia.

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Tutto strano tutto diverso, il Premio Strega al tempo del Covid19.

Uguale il luogo, un locus amenus, il Ninfeo di Villa Giulia a Roma, con un contorno fatto però di vuoto. Il pieno, dato dalla moltitudine umana, cancellato.

E così ieri sera, senza la molteplice e sfaccettata presenza umana che attende ogni anno con trepidazione lo scrutinio delle ultime schede di votazione dello “Strega”, è stato comunque proclamato il vincitore dell’edizione 74 del premio letterario italiano più prestigioso.

Traguardo tagliato da “Il colibrì” di Sandro Veronesi, già vincitore della Strega nel 2006 con “Caos calmo”. Prima di lui è accaduto solo a Paolo Volponi.

Il colibrì del titolo è Marco Carrera, un uomo che, come spiega l’editore, “Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta – perché sopravvivere non significhi vivere di meno“.

Lo scrittore fiorentino dedica questa vittoria anche a suo padre che gli ha ispirato la frase conclusiva del romanzo, “Preghiamo per tutte le navi in mare“: “Era una frase che mio padre diceva quando con la sua imbarcazione prendeva il largo. E io dedico questo libro anche a coloro che sono in mare e che cercano ospitalità nei nostri porti. Sono felice di avere vinto nuovamente lo Strega perché, inutile negarlo, è il più importante riconoscimento italiano. E sono soddisfatto di aver tagliato il traguardo con “ll colibrì” perché è un libro sul dolore, che insegna anche a reagire alla sofferenza e a ricavarne energie vitali”.

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La resistenza alle avversità, rimbalzando indietro. Questa la resilienza.

Un tronco d’albero che, naufragato, torna sulla terra da cui era partito.

Tutti noi, dopo e per molti versi ancora durante Covid19, ci siamo scoperti resilienti? O semplicemente relitti di quanto eravamo?

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E così, anche se ridotta, mascherata e distanziata, nonostante tutto, è partita la Maturità 2020, quella dell’epoca Covid19.

Nessuno scritto, solo orale. Anzi maxi orale, visto che è strutturato in cinque parti in cui l’oralità vince sul segno grafico. La parola raccontata regna quindi sovrana su aule in cui i metri sono giustamente tutto, insieme a mascherine, gel disinfettante e autocertificazioni. A risuonare nelle scuole, come sempre, ansia, narrazione e orgoglio. Ma senza strette di mano, baci e abbracci. Solo il senso della fine in una tasca e il sentore di un nuovo inizio nell’altra.

Ps: Buona vita alle mie ragazze e ai miei ragazzi in uscita dalla loro classe.

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Un inedito “2 giugno”, Era Covid19, che vede le Frecce Tricolori ad abbracciare l’intera nazione. Con una presenza aerea millimetrica e spettacolare, da cartolina, a srotolare il nastro verde bianco rosso sulle città italiane, a partire da Codogno, da cui il malevolo tempo virale iniziò, fino a Roma, capitale di un’Italia stremata ma col capo alzato, pronta a ripartire. Anche se…

La Festa della Repubblica Italiana dovrebbe essere quella dei valori condivisi, del bene comune appunto. Che tale non può essere se non con la responsabilità civica attuata da ciascuno. Gli assembramenti da stadio, per vedere il passaggio della pattuglia acrobatica, che considerano il distanziamento sociale come una parola priva di senso, sottolineano nuovamente che il “buon senso”, prima ancora del “senso civico”, fatica ad essere posto in atto. Come se noi, popolo italiano, fossimo mossi dal senso primordiale del bene individuale. Con la Res publica, “la cosa di tutti”, alquanto sullo sfondo. Un affare poco personale. Quasi contasse sempre e solo avere “panem et circenses“. Per sé stessi. A scapito di tutti gli altri.

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Il desiderio, propriamente “la mancanza delle stelle”, presuppone voler qualcosa senza possibilità di averlo. Almeno non immediatamente né facilmente. E forse in virtù di ciò lo desideriamo.

In questo strano inizio bis della fase 2, ognuno di noi vorrebbe qualcosa che, per un motivo o per un altro, non può ancora raggiungere o possedere o condividere.

Per me il desiderio numero 1 (il che ne prevede inevitabilmente almeno un altro) è quello di abbracciare, occhi e corpo, il mare. All’apparenza desiderio semplice, in realtà futuribile se abiti in una regione che non prevede al suo interno acqua salata. E in questo strano tempo il salto di regione, quasi una mossa del cavallo, non è ancora previsto.

Così desidero, bramo e sogno il mare. Acqua atavica e ancestrale. Laico fonte battesimale.

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Tra visite ad affetti stabili e passeggiate allungate ci immaginiamo già un mondo di normalità che non sarà. Anzi, in un clima di gran sbornia collettiva, si rischia di perdere la bussola, fatta di distanza e mascherina.

Perdiamoci nei nostri futuribili “vorrei”, ma tenendo ben presenti i “non posso”. A favore di tutti noi. Magari con uno “Smile”, come canta Madeleine Peyroux.

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Ho voglia, smisurata, di giardino. Cioè di aria, verde, acqua. Di sguardo allungato e rigenerato oltre il metro consigliato.

Cerco, come tutti, surrogati virtuali del parco in cui vorrei camminare a piedi nudi. Quei luoghi che cercavo con cura ed esploravo con voluttà nel tempo AnteCovid19.

Mi imbatto, per caso o per caos, in un luogo già bello e rievocativo nel nome, “Giardino di Ninfa”. Sembra irreale, come quasi tutto in questo Tempo. E invece è realtà concreta in quel di Cisterna di Latina. Un verde da fiaba, tra pozze lacustri e piante tropicali, un pezzo di Eden in terra. Tanto che il New York Times lo ha eletto il giardino più bello e romantico del mondo.

Così ho immaginato i miei passi in quel paesaggio incantato…

Ma i pensieri tornano presto su orizzonti più stretti, e così mi accontento, meditando, di un piccolo giardino zen. In cui le pietre simboleggiano le colline e la sabbia racconta il movimento dell’acqua.

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“Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l’arcobaleno.
È come un ponte imbandierato
e il sole ci passa festeggiato.

È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede, questo è male
soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.”

Gianni Rodari

Ps: a quarant’anni dalla sua morte (e a cento dalla sua nascita), Gianni Rodari resta attuale e augurale nella sua profondità leggera di spuma.

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