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Posts Tagged ‘contagio’

Chi sfoglierà in futuro i libri di storia avrà un brivido a leggere che il Natale 2020 fu normato. Per tutto il globo terrestre. Al fine di evitare una terza ondata di pandemia. Quella da SarsCov2, che sconvolse la vita degli umani in quel terribile 2020, sottraendo a molti umani la vita stessa. In modo rapinoso e drammatico, lasciando una scia di devastazione in chi tanto perdeva. Restando attoniti, senza congedi, senza consolazioni. Perché il contagio stava nell’ombra e alla luce, sempre pronto a fagocitare altre vittime.

Ecco perché, si leggerà, in quel 2020 annus horribilis si decretò per legge cosa fare e come comportarsi a Natale.

Senza feste e abbracci, più soli che accompagnati. Tavole con sparuti commensali, generazioni divise. Territori isolati, viaggi vietati.

E il colore rosso, quello per antonomasia del Natale, temuto per la sua componente intrinseca di pericolo alto di contagio.

E il calendario dell’Avvento che sciorinava ogni giorno, all’apertura della casella, un numero tristissimo di vite sottratte alla vita.

E la speranza del Bambino riposta in un nuovo vaccino. Che stava per giungere, salvando forse l’Uomo, ancora una volta, dal suo peccato…

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Il poeta Vate abruzzese invitava, a proposito del mese di settembre, a mettersi in cammino, essendo tempo di migrare. Tornando a casa.

Lontano, ma forse anche vicino, alle attuali questioni migratorie, D’Annunzio spronava a riprendere, in settembre appunto, i ritmi della normalità, lasciandosi alle spalle i freschi tratturi percorsi in estate.

Già, i ritmi della normalità. Che in tempi pandemici sono miraggi di eccezionalità. Sempre che il tempo vorticoso e la folla asfissiante del tempo pre-Covid possano definirsi “normalità”.

Oggi siamo in mezzo al guado: il corso d’acqua che ci troviamo ad attraversare presenta un punto di passaggio percorribile, seppur arduo, ma con incognite ancora presenti per poter giungere incolumi sull’altra riva.

Il rischio, raccontato in modo epico dalla narrativa della conquista del West, è per un verso cedere a facili entusiasmi pensando che la traversata sia già completata negando gorghi, fango, rapide, cadute, fatica. Dall’altro, il rischio è soccombere alla paura dell’ignoto rimanendo immobili nel punto mediano del rivo, là dove nulla sembra accadere di male, tuttavia con la sponda a portata solo di sguardo.

Forse la lezione dei pionieri, di ogni epoca e luogo, è stata quella di avere sempre davanti a sé una visione della terra da raggiungere.

A quella lezione, a quella visione dovremmo attingere noi oggi. Nel nostro comune e faticoso settembre di migrazione.

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Scuola, su cosa sorvolare?

Forse sui nuovi banchi con le rotelle. Anche se… Davvero gli adolescenti con quelle ruote staranno immobili? E si è già pensato a come smaltire una catasta imponente di vecchi banchi, che nel frattempo occupano spazio, di questi tempi tanto agognato?

Potremmo forse glissare su chi controlla che cosa. La temperatura corporea sembra destinata a diventare affare di famiglia. E la mascherina col naso allegramente esposto, vezzo ormai largamente diffuso, andrà sanzionata interrompendo in modo metrico ogni tentativo di lezione? E il ricambio d’aria sarà garantito nonostante le lamentele dei discenti che hanno sempre freddo anche quando l’aria interna all’aula è asfittica e maleodorante?

Ma sono quisquilie, si può procedere su cose più serie. Forse sul numero alto di persone che si incroceranno sul trasporto pubblico tra le 8 e le 9 del mattino, rendendo una barzelletta il distanziamento sociale? Del resto ci siamo già allenati sui treni regionali di pendolari e vacanzieri.

Arrivo a dire che ormai faccio finta di nulla persino quando il Gotha televisivo, giornalisti politici e soloni vari, parla degli otto milioni di studenti che devono essere in sicurezza, dimenticandosi di altri due milioni di persone, docenti e personale scolastico, che di quei ragazzi si occupa materialmente.

Su cosa però non posso fare finta che “tutto va ben, tutto va ben”, è quando risento dire per l’ennesima volta che “in Italia dal 5 marzo non si sono più fatte lezioni”. A parte che le lezioni si tengono e non si fanno, perché nessuna trasmissione giornalistica ha la decenza di sentire la voce di qualche docente? Ma voi che pontificate sul tutto e sul nulla, dove eravate in quelle mattine in cui, attraverso le lezioni, a distanza solo per i devices usati, con i miei studenti si cercava di leggere la fatica virale del mondo, analizzando tracce del dramma attraverso testi antichi e parole che fungessero da nuova mappa? E che dire delle notti, in cui le mail di questi adolescenti mi giungevano con quel carico pesante di ansia, paura, dolore? Dove eravate quando quegli stessi ragazzi si preparavano con scrupolo e profondità al loro esame di stato in epoca Covid19?

E anche se, come dice Pessoa, “il poeta è un gran fingitore“, quando vi sento parlare della scuola non riesco più a far finta che tutto vada bene.

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Tanti guariti e contagi a decrescere.

Questa sarebbe una buona sorpresa per il primo aprile. Senza scherzi.

Con i pesciolini a sorridere insieme a noi.

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Una delle foto più iconiche di questo tempo Covid19.

Papa Francesco in solitario cammino per Via del Corso. In pellegrinaggio verso la Chiesa di San Marcello per chiedere in preghiera a Dio la fine della pandemia. Con passo lento e pensiero raccolto. E solo.

Perché scorta, uomini e auto, sono su un fondale arretrato rispetto a quello del Papa. Con riguardo delle regole di distanza richieste dal momento emergenziale.

Ma solo, Francesco, lo è soprattutto di fronte alla difficile comprensione di un tale tragico evento.

Solo come ogni uomo. Sempre pellegrino su questa “palla di cera“.

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In questi giorni difficili, crudeli e tristi hanno detto, in ordine sparso per gravità:

-Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, per affrontare la crisi economica scatenata dal Coronavirus: “Noi non siamo qui per accorciare gli spread. Non è questa la funzione né la missione della BCE. Ci sono altri strumenti e altri attori deputati a queste materie“. A seguire, tonfo delle Borse europee, in particolare quella di Milano.

-Boris Johnson, Primo Ministro del Regno Unito, a proposito di Covid19: “molte famiglie perderanno prematuramente dei loro cari”. A seguire, aggiunge che il virus è preferibile che si diffonda per aumentare le difese immunitarie dei cittadini.

-Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese, nel suo discorso alla nazione per l’emergenza Coronavirus: “Dovremo continuare a guadagnare tempo e proteggere i più vulnerabili per questo motivo da stasera chiedo a tutte le persone con più di 70 anni di restare a casa il più possibile limitando il più possibile i contatti“. A seguire, conferma le elezioni municipali di domenica.

-Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, considerando Covid19 un’influenza: “nulla viene chiuso, la vita e l’economia vanno avanti“. A seguire,  proclama lo stato di emergenza nazionale.

Quando si dice diplomazia e coerenza.

E fare silenzio?

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Gli evocativi versi di Ivano Fossati possono diventare, in questi giorni scuri, un suggestivo mantra, con cui cullare i nostri turbati pensieri. Di modo che “I treni a vapore” siano in grado di riportarci, ancora, “di stazione in stazione”…

“Io la sera mi addormento
E qualche volta sogno
Perché voglio sognare
E nel sogno stringo i pugni
Tengo fermo il respiro
E sto ad ascoltare
Qualche volta sono gli alberi d’Africa a chiamare
Altre volte sono vele spiegate a navigare
Sono uomini e donne, piroscafi e bandiere
Viaggiatori viaggianti da salvare
Tra le citta’ importanti io mi ricordo Milano
Livida e sprofondata per sua stessa mano
E se l’amore che avevo non sa piu’ il mio nome
E se l’amore che avevo non sa piu’ il mio nome
Come i treni a vapore
Come i treni a vapore
Di stazione in stazione
E di porta in porta
E di pioggia in pioggia
E di dolore in dolore
Il dolore passera’
Io la sera mi addormento
E qualche volta sogno
Perché so sognare
E mi sogno i tamburi
Della banda che passa
O che dovra’ passare
Mi sogno la pioggia fredda dritta sulle mani
I ragazzi della scuola che partono gia’ domani
E mi sogno i sognatori che aspettano la primavera
O qualche altra primavera da aspettare ancora
Tra un bicchiere di miele e un caffe’ come si deve
Questo inverno passera’
E se il mio amore di ieri non sa piu’ il mio nome
E se il mio amore di ieri non sa piu’ il mio nome
Come i treni a vapore
Come i treni a vapore
Di stazione in stazione
E di porta in porta
E di pioggia in pioggia
E di dolore in dolore
Il dolore passerà”

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È accaduto quanto da giorni si paventava ma, guardando gli incrementi di contagio, si sperava. L’Italia tutta è zona rossa.

Si sta a casa. Tutti. Si esce solo per andare al lavoro (se si può si usufruisce dello smart working) e per fare la spesa (senza fare inutili incette). Punto.

Si cerca, in corsa, di marginare l’esponenzialità del contagio, evitando aggregazioni e vicinanze. Per cercare di salvaguardare la salute di tutti. In primis dei più fragili.

Perché la situazione è seria. Anzi, emergenziale. Con l’aspetto sanitario al limite. Giorni difficili, pensieri cupi.

Con una notizia buona, il paziente 1 che respira ormai in modo autonomo.

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“L’Amore ai tempi del Co…vid-19” di TVboy, street artist

La nuova parola che circola è droplet”, “gocciolina”. Dalle “goccioline di Flügge”, lo scienzato che lavorò sulle microgocce di saliva che riescono a rimanere sospese in aria, in grado perciò di veicolare agenti infettivi attraverso conversazione, tosse e starnuto.

Da qui la distanza considerata utile tra le persone, un metro, per evitare il contagio in tempi di Covid19. Ecco perché è arrivata la decisione delle autorità sanitarie di chiudere le scuole e i luoghi di aggregazione, come cinema, teatri e palestre.

E così ci ritroviamo, di necessità, più soli. Smart working, didattica a distanza, pochi incontri cene eventi, eliminati abbracci baci strette di mano.

Più soli appunto, e a contatto con noi stessi come quasi mai. Gomito a gomito con i demoni, che si fanno più evidenti e percepibili. Ricordandoci così ataviche paure che la vita frenetica e iperconnessa non ci dà il tempo di considerare.

Poi però, voltando la carta, vedi l’abnegazione del personale sanitario, e non ti puoi sentire solo. Nonostante le sacrosante misure droplet. 

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In questa vicenda complicata e virale del Covid19 c’è un aspetto discriminatorio inquietante, quasi orwelliano.

Ci dicono che il nuovo virus “è poco più di un’influenza”. Però i numeri non tornano. La mortalità per influenza in Italia è 0,1% mentre ad oggi per Covid19, sempre in Italia, siamo al 3%. Ma si aggiunge che “trattasi di persone anziane, quasi sempre oltre gli ottant’anni, con patologie pregresse”.

Qualcuno però mi spiega perché gli ottuagenari devono essere considerati poco più di un effetto collaterale?

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