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Posts Tagged ‘contagi’

La pandemia di Covid19 finirà “entro la metà del prossimo anno”. Questa almeno la previsione di Stéphane Bancel, amministratore delegato di “Moderna”, la società di biotecnologie produttrice dell’omonimo vaccino anti Covid. Un anno dovrebbe essere il tempo utile per avere dosi sufficienti di vaccini in modo che l’intera popolazione mondiale possa essere immunizzata.

Nel frattempo ci si chiede cosa il devastante virus ci abbia insegnato. Innanzitutto che i piani previsionali pandemici sono necessari per evitare panico generalizzato e mancanza di attrezzature indispensabili. Poi che la sanità pubblica va salvaguardata nel suo capitale umano e incentivata in investimenti tecnico-farmacologici nonché nella ricerca, voce purtroppo quasi dimenticata nei bilanci nazionali. E infine la pandemia ci ha insegnato che il mondo è talmente interconnesso che un battito di ali di farfalla ad una latitudine provoca, se non un urugano, un sommovimento anche ad altri paralleli.

Ma noi umani cosa abbiamo realmente imparato? Difficile dirlo, visto che l’inquinamento è tornato ad essere quello dell’era pre-covid, il traffico appare più convulso che mai, la corsa contro il tempo è ricominciata con affanno e lo sguardo verso l’altro continua ad essere dettato da malcelato fastidio o palese indifferenza. Eppure si diceva saremmo stati migliori.

Triste constatare che, nonostante le onde rovinose dello tsunami pandemico, siamo sempre gli stessi. Se non peggiori. Come se fossimo del tutto impermeabili a qualsiasi lezione.

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SEBASTIAN MÜLLER – AERIAL PHOTOGRAPHY AWARDS 2020

È necessario.

Dobbiamo stare. Nel presente. Fermi. Anche con la mente.

Senza nasconderci la realtà. Senza ancorarci alle forme del passato. Senza precipitarci verso le forme del futuro.

Dobbiamo stare. Aspettando che passi l’onda. Sopra le terre emerse. Sopra le nostre teste.

Senza dimenticare che la vita è primaria su tutto. Ma proprio su tutto. Interessi, profitti, consuetudini.

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A vedere la cartina colorata dell’Italia in questi giorni sempre più strani, sembra di assistere ad un déjà vu di quelle campagne pubblicitarie Benetton anni ’90, in cui i colori si mescolavano provocatoriamente a situazioni sociali con esiti sfrontati e geniali.

Poi, abbandonati i ricordi, si ripiomba pesantemente nell’oggi. E quella gamma di colori caldi ed energici, giallo-arancione-rosso, diventano drammaticamente quelli che misurano la temperatura pandemica delle nostre città, delle nostre regioni, in fondo di ciascuno di noi.

E nonostante il quadro colorato male, ciascuno procede come se quelle tinte fossero poco più che un accidente poco incidente sulla propria routine, a meno di complete e tragiche chiusure. Come se ciascuno si ingegnasse, o illudesse, a rendere giallo pallido, quasi verde sogno, il proprio privatissimo orto, nonostante uno spazio esterno dai toni rosso carminio.

Ma la gamma Pantone, di questo passo, rischia di farsi seriamente esigua.

Ps: frattanto, a proposito di colori, restiamo in attesa di responsi intorno ai blu e ai rossi americani…

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La parola, ormai evocatrice di scenari drammatici che si sperava superati e lontani, viene solo sussurrata. Ma ormai da qualche giorno in modo sempre più insistente. Associandola a cupi scenari di contagi esponenziali, sanità al collasso, rivolte sociali, economia in caduta libera.

I numeri, ci insegnano, non ci mentono. Eppure è come se volessimo convincere i nostri circuiti neuronali che “andrà tutto bene”, seppur quell’ottimistico motto sembri già appartenere ad un’altra era.

La classe politica d’altra parte, sempre più piccina e miope, cerca di nascondere sotto il tappeto di una comunicazione ormai stanca e non più credibile, la polvere attossicata di un contagio che non è solo più sanitario, seppur virale. È un contagio di rabbia, intolleranza, violenza, frustrazione, incertezza, stanchezza. In un crescere continuo, insieme ai numeri, di emozioni esplosive.

Sembriamo tutti più incapaci, ciascuno nel suo, a comprendere la necessità ormai stringente di rispettare le regole e accettare rinunce. Dalla mascherina indossata e bene, finalmente tutti, senza più farse teatrali, all’assenza della palestra e del cinema e del ristorante, perché in questo momento non è possibile. Perché la salute viene prima di tutto, nonostante. L’Ilva di Taranto è lì a ricordarcelo da anni.

È un sottinteso che le categorie più colpite debbano essere ristorate, e da subito. Ma non dimentichiamo quei settori che durante questa pandemia hanno raddoppiato quando non triplicato gli utili. Si chiedano anche a loro dei sacrifici per il bene dell’intero Paese, per il bene di noi tutti.

E se è necessario chiudere quasi tutto a chiave, lo si faccia. Prima che sia troppo tardi, prima che si debba buttare la stessa chiave.

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Contagi, tamponi, Covid19, quarantena, disinfettante, positivi, lockdown, virus, isolamento fiduciario attivo, mascherine, contact tracing, chiusure, pulizia mani, vaccino, distanziamento, cure, terapie intensive, ricoveri, SarsCov2, pandemia.

Ci risiamo con le parole ormai tristemente note a tutti. Con quanto poi, già sappiamo, drammaticamente ne consegue. Dalla perdita di vite umane, innanzitutto, alla perdita di esistenze lavorative, stili di vita, frammenti di libertà. Lo sapevamo. Almeno quasi tutti. Il verosimile racconto manzoniano e quello storico della “spagnola” hanno continuato a ricordarcelo come una triste nenia a sottofondo di comportamenti laschi ed esorcizzanti movide.

Ma davvero qualcuno si era già dimenticato ogni singolo passaggio?

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Mascherina chirurgica, questa sconosciuta.

Si porta come borsetta, braccialetto, gomitiera, pochette, sottomento, collare, bandana. Quasi mai nel modo corretto per cui è stata pensata.

Se copre, finalmente, la bocca, il naso è ovviamente fuori dalla stessa. Dimenticando allegramente, o non sapendo per niente, che il naso è parte integrante dell’apparato respiratorio. Detto in altro modo, il naso è una canna fumaria, che aspira ed emette aria.

Nel frattempo fuoriescono da ogni dove, come funghi dopo una pioggia estiva, i negazionisti, anche della mascherina. Quindi non solo non ne prevedono l’uso, anche quando e dove è obbligatorio (leggi luoghi pubblici al chiuso) ma non sopportano di vedere chi la indossa.

Forse perché ricorda loro la realtà, ossia che il virus sottotraccia continua a circolare e che la mascherina, a loro tanto invisa, ha comunque ridotto i contagi del 50%.

E se ciò appare poca cosa, pensando ai dati tragici di Covid19, allora il problema dell’animale a due gambe va ben oltre la pandemia.

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