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Posts Tagged ‘comunicazione’

“Viviamo in un’epoca che richiede fiducia e speranza. Pantone 19-4052 Classic Blue, una stabile tonalità di blu sulla quale possiamo sempre fare affidamento, trasmette proprio questa sensazione di costanza e fiducia. Dotato di profonda risonanza, esso costituisce una solida base a cui ancorarsi. Blu sconfinato che ricorda il vasto infinito cielo serale, ci incoraggia a guardare al di là dell’ovvio per pensare più in profondità e fuori dagli schemi, ampliare i nostri orizzonti e favorire il flusso della comunicazione.”

Con queste parole  Leatrice Eiseman, executive director del Pantone Color Institute, presenta il colore dell’anno 2020 il 19-4052 Classic Blue.

Una sfumatura elegante di blu, che evoca tranquillità e favorisce la riflessione. Un invito a vivere in modalità slow il tempo del nuovo decennio.

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Quando Donald Trump é stato eletto a Presidente degli Stati Uniti d’America mi sono chiesta: “Chissà se il mondo lo regge per quattro anni.” Nel frattempo sono io a non reggerlo già più, nonostante il suo mandato abbia all’attivo una striminzita manciata di settimane.

“Sta facendo quanto promesso in campagna elettorale”, ti fanno notare compiaciuti i suoi sostenitori. Già.

Però… Però bisogna prendere atto di un salto di forma: ora quella istituzionale é equivalente a quella da tono elettorale. Nuovo oggetto di studio per chi si occupa di comunicazione. Che sta diventando non solo violenta e urlata ma anche estremamente povera di termini.

Tanto che il lessico usato da Trump é comprensibile anche a chi mastica poco inglese, segno forte e inequivocabile della decadenza dei tempi.

Perché Trump non usa un linguaggio semplice e chiaro, ma elementare e primitivo. Un linguaggio cioè che non contempla i termini mediani, quelli di cui deve essere ricco il desco delle trattative. Non solo in politica, ma nelle cose umane in genere.

Infatti sono le sfumature a raggiungere l’altro. Solitamente i colori primari tendono ad essere autoreferenziali.

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Sembra ormai imprescindibile dal nostro tempo non solo la Rete ma anche l’esserne prede. A volte in modo viralmente mortale. Senza più vie di fuga.

Senza quella “maglia rotta nella rete” a permetterci la libertà. O anche solo una sua pallida idea.

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ilfuturo

Nell’estate 2013 era uscita una raccolta di aforismi di Bob Marley, edizioni Mondadori, dal titolo Il futuro è solo l’inizio.

Un anno dopo, in quel di Firenze, in un finto garage alias “Leopolda”, torna quello slogan, diventando un brand.

Nella ex storica stazione ferroviaria si è fatta una scelta comunicazionale, taccio su quella dei contenuti, facendo propria questa frase del re del reggae. Senza che in realtà lo sia.

Infatti il new brand leopoldiano/renziano è il titolo italiano della raccolta di pensieri del musicista giamaicano. Il titolo originale è una sua canzone, Everything’s Gonna be Alright, “Tutto andrà bene“. Che non è propriamente uguale a Il futuro è solo l’inizio. Anche perché se del titolo della canzone si può immediatamente cogliere l’augurio di un buon futuro, in quello usato a Firenze è difficile cogliere un significato concreto. A meno che non ci si voglia riferire, per quanto ci sia dopo l’inizio, all’eternità.

In realtà la Mondadori ha estrapolato da una frase del cantautore sui dread (“Mi rallegra il cuore vedere magnifici dread che crescono rigogliosi in ogni angolo di mondo. È il futuro. Sarà bellissimo… sarà un inizio.“) un titolo che suona bene. Del resto così funziona una scelta editoriale.

Altro è una scelta di linguaggio politico-programmatico, che non è arte ma “parte”.

Ps: dedico a quell’assemblea la canzone “Natty Dread” di Bob Marley. Illuminante in quei versi: “In questo fantastico futuro, non puoi dimenticarti / del tuo passato.

 

 

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orso bruno

La storia dell’Orso Bruno cominciò qualche tempo fa con un mio ingresso in classe. Dissi: “Ragazzi, oggi ho mangiato male, ma male, ma proprio male!”.

Davvero, prof?“, mi chiese preoccupato uno studente. Io insistetti, con sorriso incorporato. Al che un altro, forse futuro copywriter, disse: “Ma Prof! Sta citando l’Orso Bruno della pubblicità!“.

Da quel giorno seguiamo, la mia classe e moi, le avventure “umane” dell’Orso Bruno, dalle improbabili partite a tennis alle temerarie pattinate, e spesso usiamo le sue battute quale sottocodice interno al gruppo per sdrammatizzare citando.

Ultimamente, quando vedo i miei studenti preda di ansie e preoccupazioni immotivate, parte la battuta: “Come siete teneri, quasi quasi vi mangerei!“.

Battute a parte, L’Orso Bruno della pubblicità viene considerato un vero fenomeno e, come tale, spopola in Rete.

Studiosi della comunicazione e attenti semiologi hanno analizzato i motivi di questo successo, che vede un animale farsi umano per sponsorizzare un prodotto, come lo fu il nero Calimero per un detersivo o l’ippopotamo Pippo per dei pannolini.

In questo caso l’orso piace perché rimanda ad un animale goffo ma simpatico, più Yoghi nel Parco di Yellowstone che autentico e pericoloso orso bruno. Ma Bruno piace soprattutto per la sua voce, che gli è stata prestata dall’attore Diego Abatantuono.

Diego poteva scegliere tra diverse sfumature, da quella “eccezzziunale” con cui il pubblico l’ha conosciuto a quella più recitata per cui è piaciuto a grandi registi. Invece ha scelto un tono informale, poco personale, ma con quel modo nonchalance e leggero di porgerci la battuta che solo un nostro amico poco “orso” potrebbe avere. Rendendocelo davvero simpatico.

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