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Dopo un anno drammatico ed estenuante di pandemia, siamo alla fase “varianti” che sembra adombrare quella “vaccini”.

Ci aspettano gli aggiornamenti antivirus. Per il nostro sistema, come già facciamo per i computer.

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Intanto c’è silenzio.

Nessuna campanella di scuola a segnare la fine dell’anno di scuola. Nessun vociferare di studenti a sciamare in ogni dove negli istituti scolastici per salutare, abbracciare, scappare. Nessun rito acquatico-sciamanico all’uscita per la purificazione dai giorni infiniti, troppo presto finiti, trascorsi sui banchi.

E ogni prof, e ogni studente a rimanere solo con sé stesso. Gli occhi fissi non nell’altro in un arrivederci ma nello schermo di un computer che è divenuto muto, dopo aver fatto la sua parte per più di tre mesi. Lunghi, tristi, pesanti. Virali. Aggettivo che si è rivelato nelle sue spire più drammatiche e impensabili.

Davvero strano questo ultimo giorno di scuola nel tempo Covid19. Come se l’emergenza avesse fatto appunto emergere, dal fondo di ciascuno, le paure più recondite, antiche, ancestrali. Sogni divenuti incubi. Con la scuola, tutta, improvvisamente sparita. Una storia degna di Stephen King.

Solo silenzio. Ma non quello successivo all’animato abitare delle aule. Questo è un silenzio solo. Che fatica, persino lui, ad esplicare il suo ruolo. Perché non riecheggia, se non come un’eco lontana, la parola “vacanze”.

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the imitation game

“The imitation game” è candidato a otto oscar, tra cui miglior film e miglior attore protagonista.

Si tratta, per realizzazione e recitazione, di una pellicola di alto livello. Più ancora per la storia che racconta. Che è vera, incredibile e segreta. O almeno tale è stata per decenni perché secretata dalla sicurezza britannica.

Scoprendo la vicenda del matematico britannico Alan Turing non si può che rendergli onore. Grazie a lui e alla sua “macchina”, un protocomputer, fu decriptato il codice nazista “Enigma”, e in virtù di quelle informazioni la seconda guerra mondiale fu fermata due anni prima salvando 14 milioni di persone. Lo stesso sbarco in Normandia fu un effetto di quei segreti messaggi decriptati.

Tutto bene? No, perché nel racconto si scopre anche che Turing si suicidò a soli 41 anni per l’accusa di omosessualità a cui era seguita la condanna ad una castrazione chimica obbligatoria. A cui il matematico, distruggendo lentamente le sue geniali facoltà intellettive, resse per un anno. “Scegliendo” poi di sottrarsi a quei medicinali che snaturavano, con gli effetti collaterali, la sua stessa persona. Solo nel 2013, anche a fronte di un appello da parte di importanti esponenti del mondo scientifico internazionale, la regina Elisabetta II ha elargito la grazia postuma per Alan Turing.

Colpiscono anche, nel film, i tormenti etici legati alla conoscenza di informazioni segrete che tali dovevano rimanere per non essere scoperti, rendendo inutile la conoscenza di tutto quanto si sapeva. Con il collaterale effetto, anche qui, di scegliere chi “salvare” e chi “sommergere”. Sostituendosi forse all’Onnipotente. E provocando, nello spettatore, molteplici e complesse domande. Scardinando anche intime fedi.

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sms_message

E’ già vent’anni che usufruiamo di questa tecnologia, cioè che ci scriviamo senza scrivere.

Il 3 dicembre 1992 fu inviato infatti il primo SMS della storia, da un computer ad un cellulare, con un testo di messaggio semplice, “Merry Christmas”.

E’ stato l’inizio di una valanga di parole che ogni giorno corrono virtualmente da un luogo all’altro del pianeta.

Innumerevoli post-it lasciati per le stanze del mondo.

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