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Posts Tagged ‘classi’

E così riapre in presenza la scuola (superiore, l’altra lo è quasi sempre stata). Più per partito preso che per completa convinzione. Così almeno appare.

Riunioni infinite, convocazioni urgenti, decreti governativi e sentenze di Tar, ordini e contro ordini, forse sì forse no. E alla fine si va in scena. O meglio, dopo che gli impresari hanno deciso ora tocca ai teatranti: studenti, docenti, operatori scolastici. In nuova ondata pandemica con diverse varianti del virus ad allarmare. Chissà se anche in completa sicurezza.

Dipenderà da quanto succede nei trasporti e nelle attività extrascolastiche, dicono. Ma anche da quanto accade nelle scuole, all’interno delle aule, dico. Perché la maggior parte delle scuole vedrà sì nell’edificio il 50% delle classi, ma nelle singole aule il 100% degli studenti. Stanze per la maggior parte piccole e poco aerabili, anche per la stagione fredda.

A tal proposito, chiedendo ad una mia collega “cosa faremo con le finestre?”, le ho scritto “cosa faremo con le ginestre?”. Lapsus leopardiano, predittivo della mia/nostra voglia di natura versus chiusura.

Che poi proprio la ginestra, simbolo di resistenza, si sia affacciata al davanzale del mio inconscio, lo rende un lapsus al quadrato…

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Felice Casorati, “Gli scolari” – 1927/1928

La scuola oggi ricomincia. Tutto pronto? Tutto a posto? Mah…

Dipende dalle regioni, dipende dalle singole scuole, dipende dalle regole applicate.

C’è infatti chi comincia oggi, chi ha già cominciato, chi posticipa le lezioni a dopo le elezioni, e chi pone in dubbio l’inizio anche dopo il suffragio.

Ci sono poi scuole con tutti gli studenti in presenza (e il distanziamento si fa minimo, replicando come sempre la classe pollaio), altre con i doppi turni (ma i docenti non sono raddoppiati), altre ancora con didattica mista (invece che “didattica a distanza” si chiama “didattica digitale integrata”).

Ancora, a proposito di uniformità nazionale, c’è il dilemma temperatura (a casa e registrata su diario o a scuola con termoscanner), il ruolo della mascherina (sempre e ovunque, oppure solo fuori banco e in movimento), il rebus ingressi (tutti insieme da accessi diversi o scaglionati da un unico portone).

Per tacere dei docenti, in numero minore rispetto all’effettivo bisogno, preoccupati perché in fondo alle preoccupazioni del ministero, sfiduciati per la scarsa considerazione del Paese. Nonostante abbiano continuato ad istruire, educare, sostenere gli studenti anche in lockdown, anche a distanza, anche in vacanza.

Tanto che, nonostante tutto, saranno ai nastri di partenza come sempre, col sorriso che quasi per magia ricompare nei loro occhi in prossimità degli allievi. Anche quando provano a piegarli. È il caso dei docenti fragili che per il ministero non hanno altra opzione che essere dichiarati temporaneamente “inidonei” alla mansione (neanche fossero sovversivi o psicopatici) ed essere ricollocati in archivio o in segreteria, oppure continuare ad essere definiti “idonei” quali sono e andare comunque in classe, con una mascherina più filtrante (e meno aerante per parlare), ma rischiando un po’ di più di tutti gli altri.

La scuola oggi ricomincia. Tutto pronto? Tutto a posto? Mah…

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abbecedario A

Voglio dimenticare tutte le parole politiche e demagogiche sulla scuola. Almeno per oggi, prima campanella dell’anno.

Voglio invece portare con me, nelle mie classi, quella gioiosa curiosità che aveva caratterizzato il mio primo incontro, a sei anni, con la scuola. E con quelle lettere che già allora mi affascinavano, pur non essendo ancora consapevole del valore di cui fossero portatrici. Dipendentemente però dal loro comporsi, diventando parole. Forma e contenuto in cammino. Con la possibilità di conoscere così mondi nuovi. Sguardo sul mondo, mano al pensiero.

Buon anno scolastico!

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E’ ormai noto a tutti che nella Legge di Stabilità, che doveva essere pensata sul principio di equità, tra le varie chicche (un aumento dell’Iva piuttosto che dell’Irpef fa sì che l’aggravio cada come una mannaia su tutti indiscriminatamente e non in base al reddito), ci sia anche l’articolo 3 che prevede un aumento delle ore cattedra settimanali nella scuola superiore da 18 a 24.

Ho qualche sassolino da togliermi, che col passare delle ore e il crescere dell’indignazione sta diventando una miniera.

1) A fronte di una stampa ed opinione pubblica giustamente insorte contro la proposta di tagli nei confronti della disabilità (vedi legge 104) non una parola nei riguardi di un contratto lavorativo che senza tavoli contrattuali passerebbe ad un incremento orario del 30% senza aumenti stipendiali. Altro che leso diritto del lavoro, qui dobbiamo risalire all’inizio del secolo scorso per trovare casi simili. E solo per alcune parti del mondo. Eppure per l’opinione pubblica forse “è la volta buona che quelli lavoreranno di più”.

2) E’ tempo che all’opinione pubblica si spieghi meglio cosa e quanto fanno gli insegnanti a scuola, perché se il parcheggio è il luogo che si ha in mente quando al mattino i propri figli vanno a scuola, è bene far notare che persino il parcheggio quando è pieno non è più responsabile degli incidenti possibili e peraltro più probabili. Sperando che però l’idea di scuola in un genitore sia qualcosa d’altro rispetto ad un park.

3) Le classi sono ormai “pollaio” sembra frase da slogan, ma esserci in quei “pollai” è altra storia. Vi assicuro che fare lezione (!) in un’aula (non magna) con 30 persone all’interno è non solo faticoso ma anche indecente per un Paese europeo. Ma gli standards europei fa scena citarli, anche se errati.

3) A proposito di Europa a cui dobbiamo adeguarci, facciamolo Ministro, noi siamo pronti! Come orari (la media europea è di 16,3), come stipendi (è anche solo vergognoso citare il nostro livello stipendiale rispetto a quello europeo), come strutture (e qui rischiamo di essere del tutto fuori dall’Europa). Senza continuare a sottrarre risorse della scuola pubblica riversandole in quella privata. Perché altrimenti l’equità sempre più risulta parola desueta.

4) Vero è che la parola d’ordine è ora “reingegnerizzazione” (ma come fa un governo di professori a parlare tanto male?) dell’orario di lavoro, perché tale operazione chirurgica porta a conseguenti tagli di posti, quindi ad una pronta cassa. Che ne sia di chi perde il posto è un effetto collaterale. Come saranno redistribuiti gli studenti a cui saranno sottratti dei docenti non è materia di discussione. Perché per un tecnocrate il fattore umano è una contraddizione in termini, visto che ciò che conta è la somma dei fattori. E di questi tempi la sottrazione degli stessi è meglio.

5) Le 18 ore in questione (solo la punta dell’iceberg) sono quelle che i docenti svolgono “frontalmente” a lezione con gli studenti. Ci sono poi le ore impegnate in riunioni (consigli di classe, collegi docenti, dipartimenti, scrutini), preparazione lezioni, correzione verifiche, ricevimento genitori. Tutte queste attività avvengono in orario “oscuro” perché non visibile ad alcuno che non sia la famiglia di chi vive accanto ad un insegnante. Che a questo monte ore si aggiungano le ore per aggiornarsi sta diventando utopia. Ma il peggio è che ci stanno sottraendo tempo nostro, non lavorativo!, per ascoltare i nostri studenti, approfondire con loro una problematica, sostenerne una debolezza. Questo, chi insegna lo sa, è sempre avvenuto fuori dal suono della campanella. Perché, a differenza degli altri lavori d’ufficio, noi abbiamo gli studenti con noi in tutte le ore di lavoro e anche oltre. Nella tua testa (e spesso nel cuore) loro stanno con te al di là del momento in cui altri tipi di lavoro hanno la timbratura del cartellino a decretare la fine dell’orario di servizio.

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Non per tutti! Solo per i docenti e per chi ha un debito da saldare.

Sulla seconda categoria ne parlerò prossimamente, tanto in questi giorni “debito” e “saldare” sono parole molto attuali.

Per quanto riguarda la prima categoria, è tutta l’estate che sento: “Se rinasco faccio il Professore! Così fino a metà settembre sono in ferie!” Ricordo agli amanti dei desideri per la prossima reincarnazione che dovrete presentarvi, immancabilmente, sul posto di lavoro tanto sospirato, il primo settembre  per il collegio docenti di inizio anno scolastico. Entrerete a scuola belli abbronzati e ricchi di buone intenzioni sul “Nuovo Corso”, ma dopo le prime comunicazioni vi sentirete come se i benefici delle vacanze fossero improvvisamente svaniti. Vi ritroverete assegnate classi sconosciute perché a volte la continuità didattica è solo una bella espressione, dovrete compilare il foglio dei desiderata sull’orario e il giorno libero, già sapendo che i desideri rimarranno tali, scoprirete che oltre ai dipartimenti, ai consigli di classe, alla programmazione, alle prove di recupero, agli scrutini per i “rimandati”, forse per il 12 settembre, inizio delle lezioni, vi si richiederà anche di mettere mano alla manovra finanziaria, tanto cambia ogni giorno…

Bene, se sarete sopravvissuti al primo giorno non scordatevi il passaggio in segreteria per il ritiro del vostro personale registro. Qui bisogna essere veri esperti del settore. Infatti dalle richieste che vengono avanzate si possono intuire gli anni di servizio del richiedente: il supplente aspetta timoroso quanto gli sarà dato, il docente d’annata richiederà un registro dal numero di fascicoli corrispondente al numero delle classi.

Dimenticavo!  Non avrete più alcun ufficio di riferimento, ça va sans dire, come nel lavoro della vostra vita precedente, né scrivanie solo vostre. Non scordate il materiale didattico, i libri di testo, che avrete come saggio gratuito, ma dovrete scoprire a quali rappresentanti di zona corrispondano le case editrici che cercate, e i numeri di telefono per rintracciarli sono la prima caccia a tesoro dell’anno. Vi piacerà, perché quasi nulla a scuola si può fare in automatico, e ogni giorno è davvero un nuovo giorno!

E il bello deve ancora venire. Lo scoprirete nei prossimi giorni, con l’arrivo di tanti ragazzi a riempire tutto lo spazio del vostro nuovo “ufficio”. Ma siete rinati e, come da vostro desiderio, siete Professori!

Buon anno scolastico! Il circo comincia.

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Quest’anno, anno scolastico intendo, mi è capitato un corpo intero. Sì, dotato cioè di testa, cuore e pancia. E tutti organi nuovi, cioè sconosciuti. Devo dire che nel lancio dei dadi le cose sono andate per il verso giusto. Cioè bene. Alquanto bene.

Perché ci sono anni in cui ti capita di avere solo cuore e pancia, in altri hai pancia e testa, in altri ancora cuore e testa. Altre annate ti costruisci le parti mancanti con le istruzioni per l’uso, ovvero coi “pezzi” che ti lasciano degli anni precedenti, e a volte riesci da una pancia a costruire una testa, o da un cuore a inventarti una pancia.

Quest’anno invece non devo sforzarmi per nulla, ho un corpo tutto intero.
Una pancia con cui sentire d’istinto e a piene mani il mondo, e con cui il riso nasce all’improvviso così come la sfuriata. E’ proprio una bella pancia, la pancia di quest’anno. Ancora in crescita, piena di potenzialità. E di giovane ironia.
Poi ho un cuore nuovo di zecca. Le pulsazioni giuste, un po’ tachicardico di fronte ad appuntamenti importanti, come è giusto che sia, e un po’ bradicardico al mattino in ripresa, come è naturale che sia. E’ un cuore gonfio di sane emozioni, mai stucchevole, sempre misurato nel farsi presente. Persino elegante nel proprio ritmo.
Per la testa… E’ proprio vero che la testa decide. Perché la testa non è arrivata completamente per sorte. La testa ha in parte deciso di essere la testa del mio corpo scolastico assegnatomi quest’anno. E in certe mattine è ancora lei, la testa, a decidere, se non la rotta di navigazione, almeno l’andatura di crociera. E a volte mi piace lasciarla fare, la testa, di suo, perché deve essere pronta al mare aperto, perché la testa, quella con certezza, la devo riconsegnare.

Certo, come tutti i corpi, ci sono giornate in cui un mal di pancia improvviso o un’emicrania persistente, o un cuore capriccioso ti mettono a dura prova. A volte ti stendono a terra. Nel vero senso della parola. A tal punto che vorresti abbandonare quel corpo, o almeno le parti più doloranti, e per quel giorno dimenticarti un po’ di lui. Perché per certi corpi devi essere un po’ più forte per accettarne le fragilità.

Sarà un problema restituire questo corpo, quest’anno. Mi ci trovo bene, mi sto affezionando. Sto insegnando, sto imparando. Stiamo camminando. Che poi è il senso di un corpo. E della vita stessa.

Ps: le “mie” parti di corpo, loro sì,  sanno le “classi” di corrispondenza…

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