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Posts Tagged ‘classe’

E così, anche se ridotta, mascherata e distanziata, nonostante tutto, è partita la Maturità 2020, quella dell’epoca Covid19.

Nessuno scritto, solo orale. Anzi maxi orale, visto che è strutturato in cinque parti in cui l’oralità vince sul segno grafico. La parola raccontata regna quindi sovrana su aule in cui i metri sono giustamente tutto, insieme a mascherine, gel disinfettante e autocertificazioni. A risuonare nelle scuole, come sempre, ansia, narrazione e orgoglio. Ma senza strette di mano, baci e abbracci. Solo il senso della fine in una tasca e il sentore di un nuovo inizio nell’altra.

Ps: Buona vita alle mie ragazze e ai miei ragazzi in uscita dalla loro classe.

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Qualche settimana fa, ad una manciata di giorni dalla fine dell’anno scolastico, una mia classe faceva il conto dei giorni all’alba, e tutti erano visibilmente contenti.

Eccetto un mio studente, passo profondo nel suo cammino. Mi guarda e mi confessa, a cuore aperto e mente oltre la finestra: “Prof, a me un po’ dispiace. Amo venire a scuola perché imparo cose nuove.” I compagni, inconsapevolmente miopi, in risposta: “Ma a settembre ritorniamo!”. E lui, a visione consapevolmente chiara, forse troppo, ribatte placido, come suo solito: “Ma il prossimo anno sarà un’altra cosa!“.

E così porto a casa, felicemente silenziosa, un piccolo ripasso della lezione per me più preziosa. Che il “maestro” è dietro l’angolo, e si presenta quando meno te lo aspetti. Per questo bisogna essere attenti e fiduciosi. Dentro e fuori scuola. Grazie Hartwig.

Ps: buone vacanze alle mie “bimbe” e ai miei “bimbi”, anche a quelli “bischeri”…

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Marc Chagall, "Place de la Concorde ou Tour Eiffel, bouquet de fleurs et amants" - 1969

Marc Chagall, “Place de la Concorde ou Tour Eiffel, bouquet de fleurs et amants” – 1969

Questo è un post/lettera per la “mia” quinta T, per le mie “bimbe” e i miei “bimbi” di uno spazio-tempo infinito, troppo presto finito…

Mi sono davvero resa conto che eravamo tra noi ai “titoli di coda” quando, poco tempo fa, qualcuno di voi al termine dell’ultima lezione su Dante, tra squadernamenti e stelle, disse a tutti noi, cioè me e voi insieme, “E’ proprio finita!“. Occhi spalancati e una manciata di rammarico. Subito ne fui spiazzata ma finsi, Pessoa con me, un po’ di non capire, un po’ di non aderire a quel moto profondissimo e malinconico del cuore.

Fu però lì che si riaffacciò in me la realtà del dover “chiudere” con quel nostro tempo rituale ed ancestrale, intimo e minimo, ortodosso e paradosso. Di voi ho amato l’educazione, l’intuizione, l’ironia e l’eleganza di certi gesti. Ma ciò che resterà con me quale tratto evidente e prepotente della “mia” quinta T è la leggerezza dei cuori, quella che rincorro da sempre, quella che fa di una giornata “la bella giornata”, come ci ricorda il nostro La Capria.

E proprio sul filo della leggerezza, a tratti calviniana, a tratti kunderiana, abbiamo condiviso e riso, letto e detto, meditato e giocato. Per questo vi dedico il video della canzone “Come” di Jain. E’ leggera e bella come voi, ricca di citazioni che saprete cogliere e di gioco di cui saprete godere. Magritte, Escher, vuoto, pieno, nascondino, illusione, moltiplicazione. Che vi sia di bonheur per le nuove strade che percorrerete. Restando leggeri, seppur pieni, come palloncini di un quadro di Chagall. Buona vita a tutti voi.

Ps: Vi ho voluto bene, e più alle persone che agli studenti che siete. Confido nella vostra capacità matematica per desumerne la tara.

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errori

Se metà classe di una prima liceo scrive “percuotere” con la “q” (sob!), chi è autorizzato a “percuoterla” con un immaginario “scudiscio” (ancora e ovviamente con la “q”, doppio sob!) affinché sia più “efficiente” (senza “i”, ça va sans dire…)?

Ps: Non pensiate che la soluzione del problema sia la semplice “evacuazione” della classe stessa. Potreste sorprendervi o addolorarvi (dipende dai propri punti cardinali) scoprendo che il verbo “evacuare” è composto, sempre per metà classe, di “acqua”. Quindi immaginatene la grafia…

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Qualche settimana fa ho affrontato con la “mia” (antica illusione quella per cui consideriamo sempre un po’ nostre le persone con cui ci intratteniamo…) classe seconda di liceo l’argomento “Poesia”. Complesso, lo so. Ma ogni volta so anche che tale “operazione” (capirete tra poco perché la definisco tale) mi regala albe e tramonti, direttamente sui banchi. Sarà perché la poesia è connaturata a tutti noi viventi, è solo necessaria una levatrice che porti “alla luce” la vita più intima che, interna a ciascuno di noi, già pulsa.

E così ho assistito, ancora una volta, al miracolo della nascita poetica, che è poi la nascita più autentica, profonda,  e animica di ogni essere umano. Perché entra in contatto con le parti più nascoste e potenti del sé.

Dopo aver spiegato ed esemplificato l’acrostico, ovvero quel particolare tipo di componimento, solitamente dedicatario, che porta per ogni verso nelle sue lettere iniziali un nome proprio, ho chiesto a loro di provare a scriverne uno, ricordando di raccontare, attraverso i versi, la persona il cui nome fa acrostico.

Vi riporto qualche esempio, ricordandovi che sono ragazze/i quindicenni, quelle/i che solitamente vengono descritti “sdraiati” e “smanettoni”, cioè nullafacenti, alias nullapensanti.

Fabio, nuotatore fin da bambino, si è raccontato così:

Fin da bambino/Amavo nuotare/Battevo gli avversari/In tutte le gare./Ora son sempre uguale.

Michele, solitamente tranquillo ma attento ad ogni evento, si descrive in questo modo:

Mi/Immergo/Completamente./Ho/Eleganza,/Lentezza/Esagerata.

Assia, con un suo sfaccettato mondo interno, scrive di sé:

Aiutami,/Sono/Sola/In questo/Abominio.

Sebastiano descrive la bellezza di Rebecca:

Rossa/E/Bella/E/Calda/Come la notte/Appena prima che arrivi.

Giada racconta il proprio rapporto con Edoardo:

Eravamo/Due ruote di legno,/Ora/A mala pena/Riesco a/Distinguerti nel mio/Orizzonte di tristezza.

Cosa ne dite? Possiamo ancora definirli nullapensanti?

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Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,

al registro, all’appello (oh, il nome, il nome

mio nel silenzio!) e mi sentivo come

proteso nell’abisso dell’ignoto…

Marino Moretti, da “Le prime tristezze”.

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Prof in vacanza

Stanno terminando gli esami di maturità. Con gli ultimi colloqui si mette in archivio l’estrema fatica dell’anno scolastico per i prof. E adesso? E adesso comincia la solita litania, refrain, ritornello: “Ora ti aspettano due mesi di vacanza, che fortuna!” (omissis sulla parola più usata al posto di “fortuna”…).

A parte il fatto che due settimane vanno per rientrare ad un livello di facoltà intellettive corrispondente all’homo sapiens o semisapiens. A parte il fatto che dovrebbe iniziare un periodo di autoformazione/autoconservazione per essere ancora utile ai tuoi studenti e anche a te per non essere di danno a loro. A parte il fatto che per chi lavora ci sono le “ferie” dovute, e per chi va a scuola (che, si sa, non è proprio lavoro…) chissà perché c’è la “vacanza”, cioè premio. Un mio amico ha avuto il coraggio di confessarmelo: “E’ invidia, invidia pura, è che sto ‘a rosicà’ !”. Allora, se di invidia trattasi, invidiate i prof anche:

– Quando non possono usufruire di un giorno di ferie all’anno fuori dai periodi di sospensione didattica. Mai. E scommetto che vi è successo di dire al mattino “oggi prendo un giorno di ferie”. Bene, da insegnante è cosa da scordare per sempre.

– Quando non possono abbandonare la propria postazione di lavoro (leggi “classe”), perché, prima di ogni loro esigenza (anche fisiologica), devono pensare ai loro studenti e all’ incolumità degli stessi (leggi “responsabilità civile”). Avete mai assistito ad una “prova evacuazione” (dall’edificio scolastico, al bando le battute…)? Se per qualche motivo urge scappare non siete soli, con voi ci sono 25/30 adolescenti da gestire, con calma veloce (che è un ossimoro, come notano subito i miei studenti, cioè un paradosso).

– Quando al mattino, ore 7.45, con capacità di intendere e volere ancora sotto il minimo sindacale perché la caffeina tarda a svolgere il proprio compito (o è il mio cervello che tarda a connettersi…) un tuo allievo ti corre incontro, le parole prima di lui: “Prof, prof mi ascolti…” e segue un fiume in piena da arginare con urgenza e sollecitudine, senza ricorrere alla protezione civile.

– Quando consegni un compito scritto con valutazione negativa, ovvero quando è d’obbligo, anche se per te non è giornata, l’uso dell’intera gamma della delicatezza, raccontando però la verità, per far comprendere che” la parte non è il tutto”, quindi un brutto voto non inficia l’interezza della persona.

– Quando ti trovi nel mezzo di tempeste ormonali e sentimentali e vedono l’adulto come una possibile boa cui attraccare per riprendere fiato, e tu magari sei nella settimana in cui sei stato appena lasciato o stai ripensando seriamente al senso profondo che ha il tuo matrimonio.

– Quando, dopo aver trascorso tutta la giornata a correggere i compiti di una classe, con gli occhi che bisticciano ormai tra loro a chi debba guardare per primo le parole sgangherate sul foglio, sai che per la serata ti aspetta un altro “pacco”, ancora compiti, di un’altra classe. Anche perché poi al mattino la prima domanda è: “Prof, ha corretto i compiti?”. Altro che Brunetta…

– Quando, last but non least, ricevendo la busta paga controlli solo più che gli importi non siano ancora ulteriormente diminuiti, perché un “ulteriore margine di risparmio” sui prof si trova sempre. Ma ormai siamo alla frutta ammaccata del nostro cestino della merenda.

Eppure, nonostante tutto, la vera invidia che dovreste provare, e forse neanche vi sfiora, è quando i cuccioli d’uomo entrando in classe ti chiedono affettuosi: “Ma a che ora è andata a dormire, prof?”. E io a tranquillizzarli sulla mia vita sociale, spiegando loro che si è trattato “solo” di compiti (quelli della prima domanda che mi pongono, ancora nel corridoio…). O quando condividiamo nel profondo una poesia o discutiamo appassionatamente intorno ad un argomento. O quando qualcuno, suonata la campanella, si avvicina alla cattedra per dirti: “Legga questo libro, prof, le piacerà”. Allora capisci, ancora una volta ma è sempre nuova, che i cuccioli stanno imparando a camminare, e il testimone lo puoi serenamente passare a chi continuerà la corsa.

Ecco, se avete qualcosa da invidiare ai prof, forse è soprattutto questa possibilità preziosa di assorbire sempre qualcosa, respirando ogni giorno la vita nel momento in cui trabocca per eccesso. Quell’eccesso che, nel volgere di poco tempo, entrando nell’ingranaggio automatico del sistema, evaporerà…

In fondo, avete ragione ad invidiare i prof. E ora, come dite voi che ci invidiate, VACANZA!

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