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Posts Tagged ‘cinema civile’

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Francesco Rosi è stato il cinema civile. Le sue inchieste, le sue domande, i suoi film nascevano da una visione alta, civile appunto, della vita. Un insegnamento attuale, sia per il risultato filmico (lo sfruttamento edilizio nella sua Napoli raccontato ne “Le mani sulla città” non mostra il suo mezzo secolo di vita) che per il pensiero sotteso.

A tal proposito mi piace ricordare una sua riflessione, che appare un faro nel buio di questi giorni:

L’arte si accompagna sempre a una sofferenza. È un tormento e nello stesso tempo una gioia. Si passa, molto velocemente e intensamente, da momenti di gioia ed esaltazione a momenti di depressione e di dubbio, continuamente. Non si è mai sicuri di aver raggiunto la verità di quello che si voleva dire, mai certi di essere capaci di assumersi la responsabilità del legame fra sé e gli altri. Non si può essere solitari. La creazione in origine è certamente un atto solitario, ma l’oggetto della creazione appartiene a tutti, è un oggetto sociale. Essere creatore deriva da questa esigenza: ci si rende conto di avere una responsabilità nei confronti di tutti, e occorre assumersela completamente, malgrado i dubbi e le sofferenze.” (da Gilles Jacob et al., Lezioni di cinema).

Ps: nel frattempo si è anche spenta l’attrice svedese Anita Ekberg. La sua immagine, superba e bellissima, che entra con il lungo strascico del vestito nella fontana di Trevi ne “La dolce vita” di Fellini entra definitivamente nella storia.

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Vent’anni fa, il 6 dicembre 1994, ci lasciava uno dei più grandi attori del cinema italiano, Gian Maria Volonté.

Attore magnetico ed istrionico, ma soprattutto un simbolo del cinema d’impegno civile. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, film premiato dall’Oscar, ne resta l’esempio più alto ed illuminato. Forse perché fu una pellicola nata da un magico incontro artistico: la regia magistrale di Elio Petri, la musica divina di Ennio Morricone e la recitazione in stato di grazia di Gian Maria Volonté, commissario di polizia che pur confessando l’omicidio della propria amante non viene punito dai colleghi per difendere l’onorabilità dell’apparato. Sottolineando così un possibile aspetto deviato delle istituzioni. E facendoci riflettere. Allora, e anche ora.

Ps: Tempo di ricordi, questo. Quarant’anni fa ci lasciava Pietro Germi, il regista di un capolavoro quale “Divorzio all’italiana”, un film che dietro la facciata di “commedia all’italiana” celava una non tanto velata critica satirica alla società “d’onore” di quel tempo, in cui le apparenze erano tutto. E ancora oggi sono molto.

 

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