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Posts Tagged ‘casa’

Jackson Pollock, “No. 5”- 1948

Perché anche in questo Tempo Nuovo dobbiamo, quasi di necessità, riempire tutti gli spazi?

Perché l’Horror Vacui continua a farci scegliere la strada, anche stando a casa?

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Giordana Angi, giovane cantautrice italo-francese finalista nel talent musicale “Amici”, sta spopolando con un suo inedito, “Casa”. Funzionano timbrica e musicalità in associazione a parole pensate: “Se non sei tu la casa io non so più abitare”.

Ma nel nostro tempo veloce sono gli sguardi ad avere la meglio, e allora un video originale fa la differenza. E qui gli oggetti sono fumettosi, il che fa rima con giocosi e affettuosi. Una “Casa” 2.0 dai sapori antichi.

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In questi giorni gli abitanti, già ex, delle case site sotto i resti del ponte Morandi di Genova sono chiamati ad un’incombenza enorme e triste. Decidere quali oggetti della propria casa, quindi della propria vita, portare via. E farlo in due ore, stipando i ricordi in cinquanta scatoloni.

Ho quindi provato a fare questo esercizio mentale, un po’ buddista un po’ masochista, di pensare per un momento di essere in quella disperata e dolentissima situazione. Di scelta. Tra gli oggetti d’affetto e d’uso e d’abitudine. Tra le cose nostre, che ci rappresentano e ci confortano. Presente e passato. Necessità e consolazione.

E comprendi, se ancora ce ne fosse bisogno, che la vita è accumulo solo per un periodo. E poi, di necessità e per tutti, sottrazione. Di stati, luoghi, persone. E persino oggetti, che di tutto ciò sono anche simbolo. Di cui abbiamo infinito bisogno.

La nostra privata coperta di Linus. Che, seppur consunta, è per ciascuno affettuosa.

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Mai tante renne come quest’anno.

Con occhi dolci e pelo lucido osservano curiose il viandante da ogni dove: vetrine, pubblicità, addobbi, auguri.

A chi le guarda con più attenzione risulta però evidente la loro languida stanchezza. Imputabile in parte al surplus di lavoro stagionale, visto che il loro datore/babbo di lavoro elimina in tale periodo i turni di riposo. Ma per una restante quota, quella che celano quasi sempre bene è la nostalgia di casa, dei luoghi noti, dei profumi amati.

E per associazione, non tanto libera ma subito immediata, vedi gli sfruttati del lavoro, pause poche-carichi tanti, e gli immigrati, più o meno volontari. Così ricordi, sempre per associazione, i cosiddetti “uomini di buona volontà”. Sempre più rari, quanto la “pace in terra”.

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Bello trovare dei fiori, fuori.

Fuori dalla porta di casa.

E quindi fuori dalla portata dei pensieri comuni.

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Jean-Prouvé-1

La mostra, “Una passione per Jean Prouvé: dal mobile alla casa”, è bella, esaltata dal luogo che la ospita, la Pinacoteca Agnelli a Torino, perché è sita in alto, tra luce e silenzio. E salendo un’ulteriore rampa ti ritrovi in compagnia delle acque di Canaletto e dei colori di Matisse.

Ma quello che mi ha colpito di questa mostra dell’architetto autodidatta Jean Prouvè è la capacità geniale di alcuni umani di usare al meglio le proprie doti, ponendole anche al servizio degli altri.

Così nasce nel 1954 una casa dal nome poetico, la Maison des Jours Meilleurs, la “Casa per giorni migliori”. Era un inverno freddo e l’ecclesiastico Abbé Pierre aveva fatto un appello per le donazioni finalizzate alla costruzione di alloggi di emergenza per le persone senza fissa dimora. Prouvé pensa a “giorni migliori” anche per gli “ultimi” e progetta 57 metri quadrati, con due camere e un ampio soggiorno. La novità è che la casa è pronta in sette ore col lavoro di due uomini.

La filosofia di lavoro di Prouvé prevedeva un principio, non rimandare le decisioni in modo da non perdere la spinta né indulgere in previsioni non realistiche.

Quanto era avanti rispetto ai suoi tempi questo homo faber

Quanto è indietro il nostro tempo rispetto alle esigenze primarie delle persone.

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giocodelloca

Corri, corri dietro l’oca… Altrimenti ti raggiunge lei…

Il percorso è sempre quello, a spirale serpentesca. Persino le caselle numerate sono tramandate.

Speri di cadere nel “pozzo” perché non paghi pegno, ma di questi tempi finiamo sempre col portafoglio in mano, in “ponte”, “casa” e “labirinto”. Da uno ti butti, l’altra la sudi, nel terzo ti perdi.

Stiamo per abbandonare il gioco quando, coup de théatre, cadiamo, con un lancio di dadi peraltro atteso, nella casella di restituzione del maltolto. E la “pancia” sta già meglio, crede persino sia possibile.

Ma siamo a Carnevale, e ogni scherzo vale…

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Carlo Carrà, "Paesaggio sotto la neve" - 1909

“La casa è grande, antica, quasi nascosta in fondo a un viale di pini ora coperti dalla neve.
Fermo davanti al cancello di ferro battuto, l’uomo guarda a lungo la casa, prima di decidersi a fare un altro passo. Sono le prime ore del pomeriggio, ma l’aria è già scura, le ombre lunghe e fredde. Due finestre sono già illuminate, a pianterreno e al primo piano.
L’uomo è stanco. È vecchio. O almeno così gli dice il suo corpo. Ha camminato dalla stazione fin lì, stando attento a non scivolare sui marciapiedi gelati, fino a quella casa quasi in fondo al paese, appena prima delle colline e dei boschi che cingono le case come hanno sempre fatto.

Un tempo ha amato qualcuno, in quel posto. Un tempo in cui questo luogo sembrava diverso. Ricorda gli alberi, e nel ricordo i pini sono più alti di adesso. Ma le cose sembrano più grandi ai giovani, o quando le vedi per la prima volta.”

“L’anno dei dodici inverni” di Tullio Avoledo

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