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Posts Tagged ‘Calvino’

È stato un imperatore del teatro italiano, Giorgio Albertazzi. Per la sua capacità attorale, altissima. E per la profonda empatia coi personaggi interpretati.

“Le memorie di Adriano” della Yourcenar, da lui recitate da anni, raccontavano ormai quella parte di lui e di chi, al tramonto della vita, raccomanda alla sua anima un viaggio “leggero”. “Animula vagula blandula”.

Ho avuto la fortuna di assistere due anni fa alle sue “Lezioni americane” di Calvino. La sua voce incantava, il suo corpo parlava. E la scena si riempiva di luce, di magia. Era davvero il teatro nel suo farsi.

Grazie, Maestro.

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Nei giorni del Salone non si può non omaggiare quello “struzzo” che tutto digerisce, uno struzzo che da stemma cinquecentesco è divenuto, grazie alla scommessa editoriale di Giulio Einaudi, simbolo di una delle più alte imprese culturali del Novecento, a cui associamo nomi della caratura di Pavese, Vittorini, Ginzburg, Calvino e molti altri.

La Città di Torino e la Regione Piemonte ricordano il centenario della nascita di Giulio Einaudi anche con una mostra en plein air,  “Giulio Einaudi e il suo mondo”,  allestita sotto i portici di via Po, composta da 46 banner realizzati con fotografie d’epoca relative alla figura di Giulio Einaudi e ai protagonisti del suo tempo.

L’amore di Giulio Einaudi per il libro lo si può respirare dalle sue stesse parole: “Il libro, sia esso romanzo, saggio o poesia, deve coinvolgere al massimo l’intelligenza e la sensibilità del lettore. Quando in un libro una frase, una parola, ti riporta ad altre immagini, ad altri ricordi, provocando circuiti fantastici, allora, solo allora, risplende il valore di un testo. Al pari di un quadro, di una scultura o monumento, quel testo ti arricchisce non solo nell’immediato ma ti muta nell’essenza.

Quella sensazione di sentirsi spostati, dopo una lettura di valore, di qualche centimetro. Con l’essenza mutata.

Grazie Giulio.

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Carlo Fruttero in un disegno di Giuseppe Festino

Lo scrittore torinese se n’è andato nella sua amata Maremma, dove sarà seppellito davanti all’amico Calvino, “così prenderemo il tè insieme anche nell’aldilà” era solito dire. Sta tutto in questa frase Fruttero, leggero, ironico, profondissimo. Si riunisce così, dopo dieci anni di “vedovanza” alla sua “metà” di penna, Franco Lucentini, con cui ha firmato romanzi polizieschi di grande successo, tra cui “La donna della domenica” che divenne famoso anche per la trasposizione cinematografica con un ottimo Mastroianni nei panni del commissario Santamaria e un’affascinante Jacqueline Bisset.

Autentico intellettuale, senza spocchie né lagnanze, bensì con quella matrice illuministica che con l’intelletto gioca per comprendere, consigliava la lettura di Pinocchio, il libro da lui più amato, almeno una volta all’anno, perché “è un capolavoro straordinario, attraversato da una voracità geniale“».

Della propria vita diceva: “Sono stato fortunato, ma al tempo stesso ho incassato colpi terribili. E per dirla come un pugile: non sono caduto al tappeto, ho continuato il mio incontro di boxe. E alla fine “io speriamo che me la cavo” è stato un buonissimo lume che mi ha accompagnato e mi ha fatto dire: intanto questa cosina ce l’ ho e per il resto si vedrà. Ho vissuto senza aspettarmi molto, anzi senza aspettarmi niente. E se ti convinci che non ci sono speranze e che il mondo è impazzito, da quel momento in poi puoi vivere benissimo. Scherzi, ridi, conversi, perché quel problema lì lo hai chiuso. Non ci puoi fare niente e allora ti resta tutto il bello della vita“.

A me di Carlo Fruttero, oltre i libri che ho amato, in particolare “Enigma in luogo di mare” e “Il palio delle contrade morte”, restano impresse le cose che scelse tra quelle fondamentali della vita, raccontandole nel 2010 in un appuntamento speciale di ‘Che tempo che fa’ di Fabio Fazio su Rai3:  «lo zapping notturno tra i libri nel letto»; il fritto di paranza, «quei pescetti meravigliosi» da prendere «con le mani, non con la forchetta!»; le camminate con il padre e con l’amico Franco Lucentini con il quale «ridevamo delle stesse cose».

Non posso che pensarlo ancora così: un libro sotto il braccio, un cartoccio di pescetti da gustare e risate da condividere camminando nuovamente…

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“Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. Il signor Palomar è in piedi sulla riva e guarda un’onda. Non che egli sia assorto nella contemplazione delle onde. Non è assorto, perché sa bene quello che fa: vuole guardare un’onda e la guarda. Non sta contemplando, perché per la contemplazione ci vuole un temperamento adatto, uno stato d’animo adatto e un concorso di circostanze esterne adatto: e per quanto il signor Palomar non abbia nulla contro la contemplazione in linea di principio, tuttavia nessuna di quelle tre condizioni si verifica per lui. Infine non sono “le onde” che lui intende guardare, ma un’onda singola e basta: volendo evitare le sensazioni vaghe, egli si prefigge per ogni suo atto un oggetto limitato e preciso.”

 “Palomar”, di Italo Calvino.


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