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Posts Tagged ‘Brexit’

Proviamo ad analizzare i dati reali usciti dalle votazioni europee, scevri della comunicazione di “pancia” (seppur di testa) che tanto soggioga noi italiani.

1. Qualunque partito/ movimento/ schieramento abbia preso voti (tanti, pochi, attesi, inaspettati) li ha acquisiti non sulla totalità degli “italiani” (ci sono anche neonati, bambini, adolescenti) ma neppure sull’intero popolo votante, bensì sulla percentuale che ha scelto di praticare il diritto di voto. Questa volta il 56%.

2. Le forze politiche del Parlamento italiano rimangono, nei loro numeri, esattamente quelle del giorno precedente le elezioni. Quindi anche le prossime votazioni a decreti/ leggi/ provvedimenti non potranno usufruire (nel bene e nel male, a destra come a sinistra) di alcun voto in più o in meno.

3. Il “De Profundis” dell’Europa cantato dai cosiddetti sovranisti/ populisti/ euro-scettici è, almeno per ora, rimandato. L’Europarlamento risulta comunque confuso, perché le alleanze non saranno né scontate né facili, e a tratti surreale visto che gli eletti inglesi, che per Brexit votata non dovrebbero esserci, sono invece presenti per Brexit non attuata.

4. Le “letterine” scritte e poco ballate da Bruxelles, invise a tutti noi perché fioriere di cattive notizie (leggi “lacrime e sangue”) e considerate carta straccia da alcuni politici, sono amaramente reali, e non perché portino timbri monarchici. Ci richiamano alla realtà dei conti pubblici, quella che a chi fa di conto (poco elettorale e molto pratico) porta ad esclamare, mutatis mutandis, “è finita la pacchia!”. Col rischio però di finire letteralmente “in mutande”.

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Brexit ultima ora, nessun accordo.

Ratifica negata, da parte del Parlamento inglese, a Brexit, o meglio all’avvio degli accordi con l’Unione europea per l’uscita del Regno Unito dal vecchio continente. Con il governo May ad incassare una clamorosa sconfitta.

E così, dopo tre anni dal referendum Brexit, l’esito popolare viene capovolto dal voto parlamentare. Con un caos economico-politico, nonché umano, più che probabile.

Ora gli scenari non sono molti. Non c’è una maggioranza chiara per un secondo referendum e non c’è più tempo per nuovi accordi con l’Europa. Comunque, in entrambi i casi, anche se possibili, l’etica starebbe alla finestra.

Ecco perché al disordine si stanno preparando tutti.

Anzi, ci stiamo preparando tutti.

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Bruno Catalano, “I viaggiatori”

L’anno 2018 sembra aver avuto, quale protagonista principale, la dissolvenza.

Si sta dissolvendo il sistema Europa, tra Brexit e nuovi secessionisti. Così anche lo Stivale, indossato e bistrattato dai cosiddetti populisti. Popolo sulle labbra e particolare in tasca.

Si stanno dissolvendo buone maniere, fatte di educazione, eleganza, misura, rispetto. Con la voce che diventa più alta, più grossa, più rozza. Poche parole per dire tutto, cioè niente. E parolacce per affondare l’altro, chiunque non sia in linea con quanto si è. O si ha.

Si dissolvono le certezze. Un ponte su cui transitare, un’istituzione su cui contare, un’autorità a cui affidarsi. I potenti ad apparire onnipotenti, mostrando i denti invece dei quozienti.

E si dissolvono, purtroppo, alcuni punti fermi dell’umanità, la sua espressione migliore. Il genio stellare e fiducioso di Stephen Hawking e la voce divina e combattiva di Aretha Franklin. Le immagini poetiche di Ermanno Olmi e quelle visionarie di Bernardo Bertolucci. Le storie umane di Philip Roth e quelle d’amore e tenebra di Amos Oz. Insieme alle parole stampate di Inge Feltrinelli. E l’essere gentile e generoso di Fabrizio Frizzi.

Dissolvenze che evidenziano la nostra povertà.

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Cosa ti è successo, cara Inghilterra?

Eri la Terra della Democrazia per antonomasia. Apertura e accoglienza. Incontro e possibilità.

Si approdava sulle tue coste, non così perfida Albione, per imparare la lingua lavando qualche piatto e servendo ai tavoli.

E ora tu, tanto democratica, chiudi le frontiere agli europei, facendo i distinguo su quali lavoratori saranno da te bene accolti. Ovviamente solo quelli altamente specializzati.

Congratulations! Io non ti riconosco. Per questo mi piaci molto meno. Un autentico peccato.

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La presunzione si autorigenera col potere. Ma porta con sé un effetto collaterale, il passo troppo lungo.

Convinto di essere politicamente forte, il potente di turno vuole dimostrarlo con l’asso pigliatutto. E il nostro ex premier fiorentino ne è un esempio da manuale.

Ora è il turno di Theresa May, premier britannica. Non paga della sua maggioranza, voleva di più ed è scesa in battaglia. Presumendo di uscirne rafforzata. Di fatto ne esce indebolita, pur avendo vinto.

Come Pirro,  con la sua vittoria. Perché la storia, pur non essendo sempre magistra, va tenuta presente. Insieme ad un rigenerante bagno di realtà e di umiltà.

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Risultati immagini per post-verità

E così “Post-verità” è la parola dell’anno 2016 per l’Oxford English Dictionary, che la definisce come «relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del ricorso alle emozioni e alle credenze personali». Come dire, “se lo raccontano, allora è vero”. Apparenza versus sostanza.

Così una notizia falsa, ma data per autentica, influenzerebbe una parte dell’opinione pubblica, quella che non cerca la verità rapportandosi col mondo reale, ma col proprio sentire emotivo. Come se diventasse reale ciò che ci piace dire e sentire, senza più spazio per il confronto tra le opinioni. E con i social-media la diffusione della falsa notizia aumenta in modo esponenziale, così che la post-verità, ossessivamente ripetuta, tende a diventare un monologo.

In una società caratterizzata da flussi ininterrotti di informazioni, anche contraddittori, paradossalmente diminuisce la possibilità di giungere ad una chiara visione dei fatti, servendosi solo di argomenti razionali. Cresce invece l’interesse per chi inventa e racconta storie, quindi la post-verità sembra essere diventata la chiave per la conquista e per l’esercizio del potere, economico e politico. Non è un caso infatti che il termine si sia diffuso nel 2016 durante le campagne per il referendum britannico sulla Brexit e per le elezioni presidenziali americane.

Torna utile l’indicazione data da George Orwell ne “La fattoria degli animali”: “Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario.”

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Sono trascorse poco più di due settimane dai ballottaggi delle amministrative ma sembrano almeno due mesi.

In mezzo ci sono state le scosse socio-economiche di Brexit e quelle terroristiche di Istanbul e Dacca e Baghdad.

E così autentiche scosse telluriche vengono assestate alla nostra percezione del tempo. Che si fa zippato, compresso. Nonché sempre più difficile da decriptare. Perché viene a mancare la fase di metabolizzazione degli eventi, che vanno assorbiti e digeriti, cioè compresi ed elaborati. Invece, immessi e immersi in un melmoso Blob in cui tutto è ormai recepito sullo stesso piano, fatichiamo a portarci dentro anche solo tracce mnestiche di quanto viviamo.

La percezione in tutti noi è quindi di un tempo sempre più veloce, che non lascia tregua.

In realtà sono gli eventi, numerosi e tragici, a metterci alle corde. Lasciandoci senza fiato.

Con un tempo zippato e disperato.

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Nella partita Inghilterra – Islanda degli Europei di calcio era difficile non vedere in campo, quale convitato di pietra, la parola Brexit. A tal punto che l’esito della disputa, questa volta non referendaria ma calcistica, ha visto l’uscita della “perfida Albione” dal torneo europeo.

Come se dal “Day After Brexit” tutte le porte del vecchio continente si chiudessero senza appello a chi le ha sdegnosamente snobbate.

Non diversamente dalla Spagna, battuta senza appello dagli Azzurri, squadra apparsa confusa come la sua nazione, uscita dal voto con un quadro ancora una volta frammentato e poco certo.

Ora, per trarre segni dagli aruspici del terreno di gioco, si guarda alla prossima sfida. Cioè a quella partita Italia – Germania dei quarti che porterà con sé ricordi atavici ma anche previsioni sul campo europeo politico.

Davvero possiamo credere ad un asse italo-tedesco a tessere le fila di un’Europa nuova e reattiva? O piuttosto, essendo ormai ai supplementari dell’Unione Europea, è tempo di rompere gli indugi e preferire scelte di sostanza ai soliti giochi tattici?

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La giornata è storica. La Gran Bretagna ha scelto: fuori dall’Unione Europea. Un autentico terremoto per il vecchio continente, con onde di propagazione in ogni dove.

I sondaggi dicevano di un Paese diviso, ma lievemente sbilanciato pro Remain. Anche le Borse avevano scommesso sullo status quo della situazione.

Poi i dati reali, con un’affluenza del 72,2%, segno che i cittadini hanno sentito la chiamata quale momento storico per esprimersi. E infine, alle prime luci dell’alba, lo spoglio delle schede mette a fuoco la scelta britannica facendoci svegliare col dato nudo e crudo: Brexit ha vinto. L’impensabile è accaduto.

Ora tutto sarà diverso. Non solo dal punto di vista economico, capitale umano/ spostamenti/ trattati/ scambi, ma anche da quello politico. Da oggi infatti bisognerà fare i conti con un’Europa più piccola e meno forte ma anche con un potenziale effetto domino da parte di altre nazioni europee, in primis Olanda e Danimarca.

Quell’Europa nata sulle macerie della seconda guerra mondiale e attraverso il sogno di un gruppo di illuminati visionari appare lontana e sfocata, attorniata da schiere di euroscettici che spingono per disconoscerla e da istituzioni svuotate delle intenzioni originarie.

E intanto il bilancio delle prime ore post Brexit vede le Borse in caduta libera e le dimissioni del Primo ministro britannico David Cameron, colui che per fortificarsi ha compiuto tale azzardo. Un monito per altri leader.

L’instabilità regna quindi sovrana. Col fantasma di Donald Trump più vicino alla Casa Bianca. Ma è un mondo liquido e velocissimo. Quindi quasi completamente imprevedibile.

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Omaggio a Jo Cox, la deputata laburista anti-Brexit uccisa in Gran Bretagna

Omaggio a Jo Cox, la deputata laburista anti-Brexit uccisa in Gran Bretagna

Nella notte dei tempi l’uomo imponeva il proprio punto di vista con la forza. Poi imparò ad usare la parola, e la dialettica fu il nuovo modo di combattere chi la pensava in modo diverso.

Nei tempi oscuri che respiriamo torna prepotente la mano per dire la propria, ma forse perché il linguaggio stesso è divenuto violento. E la lotta viene sentita come quella definitiva, all’ultimo sangue. Solo chi debella l’avversario sopravvive.

Così tutto, ma proprio tutto, avviene ormai in termini violenti. Nei modi, nei toni, nei gesti. In qualsiasi contrapposizione. Per una precedenza mancata, per una vittoria sfiorata, per un orgoglio da curare, per un modo (solo il proprio) di governare. Nel rapporto interpersonale, tra squadre di calcio, tra partiti politici. In casa, per strada, sui social.

Tutto rischia di diventare “Mi piace” o “Non mi piace”, “Dentro” o “Fuori”, “Sì” o “No”. Assoluti, oltre l’idea. Oltre la vita stessa. Con tesi e antitesi ad osservare, mute, chi resta a terra.

Ps: Che il giorno successivo al brutale assassinio della deputata laburista Jo Cox le Borse europee si rialzino e si vociferi che il fantasma Brexit si allontani fa pensare male. Molto male.

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