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Posts Tagged ‘bambina’

Si è spento il mitico fumettista Quino, il papà di Mafalda, la bambina ribelle che odia la minestra e contesta il mondo degli  adulti.

Di lei Umberto Eco scrisse: “Mafalda è un’eroina arrabbiata che rifiuta il mondo così com’è (…) vive in una continua dialettica col mondo adulto, che non stima, non rispetta, avversa, umilia e respinge, rivendicando il suo diritto a rimanere una bambina che non vuole gestire un universo adulterato dai genitori”.

Nonostante il grande successo e la fama internazionale, Quino nel 1973, dopo quasi dieci anni, decise di non disegnare più strisce di Mafalda, poiché come disse in seguito in un’intervista a L’Espresso: Ad un certo punto mi sono veramente stancato. Non ce la facevo più a dire tutto quello che non andava, a passare il mio tempo in un continuo atteggiamento di denuncia.”

Eppure la sua Mafalda ha continuato a viaggiare per il mondo, interpretando malumori e pensieri della parte piccola di noi. Permettendoci così di dimenticare diaframmi sociali e sovrastrutture. Con leggerezza.

Grazie Quino.

Ps: a proposito di fumetti, oggi i Flintstones compiono sessant’anni. Auguri a quel mondo lieve e surreale, fatto di quotidiani incisi nella pietra, case scavate nella roccia, elefanti-aspirapolvere e genuini affetti.

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Disegno di Sherazade, 8 anni

Disegno di Sherazade, 8 anni

Sempre più convinta che nel nome stia la rosa…

Campo rifugiati di Idomeni, ai confini della Grecia. Scandalo al sole per l’umanità tutta.

Una bambina di otto anni, dal nome destinico di Sherazade, racconta le sue storie, ovvero quanto ha visto nel suo viaggio dalla Siria e quanto vede al campo, con il suo album-reportage.

Disegni colorati e incisivi. Di bambina “grande”. E non solo nel senso di adulta.

Ps: complimenti al gruppo di “Gazebo” – Rai3 che continua, con le sue inchieste giornalistiche, a far parlare luoghi e persone. Soprattutto con immagini, spesso inaspettate.

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Mare di settembre. Spiaggia semivuota. Lunghe prospettive. Di sguardo e di testa. Silenzi sciabordati dalle onde.

E poi una voce di bambina: “Mamma, ma il mare si può trasportare?”. Mi volto ed è il mio interno a fotografarla. Una manciata di anni, otto o dieci, e un atteggiamento riflessivo, di chi di fronte ad un problema si ferma a pensare e chiede illuminazione a qualcuno di cui si fida. Guarda il mare e lo vorrebbe portar via, per quando sarà lontana. E quell’azzurro sarà dislavato da nebbia, tempo e fatica.

Come se fosse pensabile una conserva immensa di mare per i giorni d’inverno.

Ed è così, con quella domanda carpita, che io scommetto ancora sul tappeto della fiducia nel futuro, nel sogno, nella possibilità.

Anche su qualcosa che, ad oggi, ci appare proprio impossibile.

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Ieri è stato il mio primo giorno di scuola. Non il primo dopo la pausa estiva. Il primo in assoluto.

Da qualche mese a casa tutti mi stavano preparando all’Evento. O forse si stavano preparando loro, gli adulti. Chissà perché a loro fa tanto effetto quando un cucciolo inizia a camminare, in fondo è nella natura delle cose.

Io, devo essere sincera, non vedevo l’ora di cominciare: nuovi amici, album da colorare, storie da ascoltare. Certo, ci saranno anche i compiti, ma forse solo tra qualche anno capirò cosa vuol dire non esser più tutta libera da qualsiasi impegno. Come finora.

Comunque ieri ero davvero agitata. Tutto nuovo e tutto insieme mi fa perdere l’equilibrio, come quando si gioca a mosca cieca e, già bendata, ti fanno fare qualche giro su te stessa. Insomma, ieri mattina stavo così.

A ripensarci però, è andato tutto bene. L’ingresso nella scuola (ma quanti spintoni danno i bambini più grandi?), la maestra (sembra buona, anche se ogni tanto perde la pazienza), i compagni (perché i maschi fanno sempre tanto rumore?), il mio banco (mi piace il mio “scudo”, mi fa sentire sicura), la lavagna (che belli i segni che ha fatto la maestra!), i quaderni (ho pasticciato un po’, quasi quasi la prima pagina la strappo. O forse no, chissà che un giorno non sia bello ricordare…).

Mi stavo perdendo, come sempre, nei miei pensieri, ma devo correre che mamma mi chiama per mettermi il grembiulino. E poi devo andare a scuola, sta per suonare la campanella!

Questi, o almeno di tal genere, i pensieri di una bambina di sei anni, ieri. Dopo il suo primo giorno di scuola.

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