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Posts Tagged ‘autunno’

E infine la tanto attesa pioggia è giunta.

Sarà per una sacca atlantica che si è fatta strada, sarà per le reiterate preghiere propiziatorie, sarà quel che sarà, il cielo ci sta finalmente regalando acqua.

Ma non tutto è bene quel che ben finisce. Perché i problemi restano.

Il terreno risulta talmente secco da avere un suono sordo e l’acqua, invece di imbibirlo dandogli benessere, gli scivola sopra come su di un telo impermeabile.

Le città continuano ad essere contenitori di anidride carbonica e polveri sottili, così che l’acqua in arrivo non è sufficiente a lavare l’aria mefitica.

E noi umani? Rischiamo di scordare il buon odore della pioggia, quello che dilava l’anima, trascinando a valle dei nostri pensieri le nuvole interne.

Eppure siamo noi ad avere reso l’arrivo della pioggia un evento sempre più raro. Stendendo un velo sul nostro cielo.

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Ottobre serba mite il precedente sole, alambiccando cromatiche conserve delle antiche fiamme estive.

Con le foglie screziate di quel già lontano e languido stare al sole.

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“La stanchezza del melograno” – Photo by Ester Maero

Il mio melograno comincia a dar segni di stanchezza.

Infatti, pur mostrando pomi rigogliosi, ricorda a me, viandante talvolta distratto, che l’autunno incombe. Ogni mattina mi presenta certificazione del passaggio di stagione. Con le foglie, già smeraldo ora oro, a raccontarmi del volgere di tutte le viventi cose.

Eppure quel tappeto che si fa affettuosa protezione del terreno e del suo futuro mi fa ben sperare del volgere delle umane cose.

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La natura ottobrina si fa cangiante tavolozza: le foglie dal verde virano al giallo, passando per l’arancione e il rosso, fino a giungere al marrone, al prugna, al viola.

Sublimi cromatismi d’Autore.

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L’autunno può sorprenderci nelle sue esplosioni di colore.

Con l’arancio a raccontare una natura abbronzata.

E le zucche ad occupare la scena con la fatidica domanda: “Dolcetto o scherzetto?“.

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Frutti del bosco speciali i lamponi.

Davvero Buoni. Cicciosi e giocosi.

Golosissimi poi se mangiati in punta di dita.

Come Amélie. E il suo favoloso mondo.

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Il colore a sorpresa emana calore.

Il filo è sottile ma preziosissimo.

Il risultato è superbo. Seppur effimero.

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Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di settembre. Tutto ciò è familiare e remoto – infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo. 
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro. Basta pensare alle ore della notte, o del crepuscolo, in cui la vigna non cade sotto gli occhi e si sa che si distende sotto il cielo, sempre uguale e raccolta. Si direbbe che nessuno vi ha mai camminato, eppure c’è chi la lavora a tralcio a tralcio e alla vendemmia è tutta gaia di voci e di passi. Ma poi se ne vanno, ed è come una stanza in cui da tempo non entra nessuno e la finestra è aperta al cielo. Il giorno e la notte vi regnano; a volte vi fa fresco e coperto – è la pioggia -, nulla muta nella stanza, e il tempo non passa. Neanche sulla vigna il tempo passa; la sua stagione è settembre e torna sempre, e appare eterna.

Da “La vigna” di Cesare Pavese

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Questa è l’immagine dell’autunno per me.

Colori tinta natura, sfumato e terre di creta.

Un bosco magico. E la presenza regale dei cervi. Passo elegante e sguardo illuminato.

Col silenzio spezzato solo dal crepitare delle foglie che si sbriciolano al loro passaggio.

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settembre

Non ho mai amato settembre.

Forse perché mi ricorda, in modo inequivocabile, che le giornate cominciano a sfaldarsi. E con esse molto di più.

Perché a dilavarsi, oltre la terra, è la luce stessa.

Con il mare che sta per scendere in coperta. E insieme a lui la natura tutta.

E con il tempo dell’estate, di necessità più lento, che deve per ciclicità cedere il passo ad un orologio più svelto. Quindi con minori possibilità di incantamento.

 

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