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Posts Tagged ‘Andy Warhol’

Riapre oggi 21 ottobre il rinnovato Moma, il “Museum of Modern Art” di New York, dopo quattro mesi di chiusura, un costo di 450 milioni di dollari e un ampliamento di 3700 metri quadrati in più. Il progetto, firmato dallo studio di architetti Diller Scofidio + Renfro in collaborazione con lo studio Gensler, permetterà di mostrare 2400 opere contemporaneamente.

Ripensata l’esposizione delle stesse: non più per periodi e movimenti ma per associazioni e grandi temi. Un esempio? Aver posto a fianco del quadro di Pablo Picasso Les demoiselles d’Avignon del 1907 un quadro di 60 anni dopo, dell’artista americana Faith Ringgold, American People Series #20: Die. La Ringgold, ritraendo uomini e donne bianchi e neri dopo una sparatoria e un accoltellamento, si era ispirata proprio a quel lavoro di Picasso, raffigurante cinque prostitute nude e con maschere africane sul volto, ripercorrendone la velata violenza.

All’ingresso del Museo più iconico del mondo la scritta “Hello. Again.”, opera di Haim Steinbach. Per accogliere il visitatore in un autentico Tempio della genialità umana.

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“La pop art é un modo di amare le cose.” – Andy Warhol

La scelta di Warhol di raccontare anche gli oggetti del quotidiano, rendendoli icone, ha cambiato per sempre il modo di guardare le cose.

E anche di amarle, come sottolineava lui. Andy Warhol, genio creativo e visionario.

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David-Bowie

In molti lo consideravamo l’extraterrestre, “L’uomo che cadde sulla Terra“, quindi immortale. Anche se David Bowie l’aveva rivelato, “Ziggy Stardust” non è l’uomo delle stelle ma il messaggero terreno delle stelle. Un messaggero che torna nel suo ultimo video, “Lazarus“, video predittivo del “viaggio” che si preparava ad affrontare. “Guardate qui, sono in Paradiso“, canta il Duca non solo Bianco ma diafano, con voce più roca e graffiata. Un autentico testamento, non solo artistico.

Già nel “firmamento” degli artisti di caratura eccezionale, ora il “Duca Bianco” diviene comunque “L’uomo delle stelle”. Parte di quel mondo “Altro” e “Alto” da cui fu sempre attratto, musicalmente, si pensi a “Space Oddity” in cui il viaggio spaziale di Major Tom riguarda anche l’alienazione o all’ultimo album “Blackstars” in cui i colori sembrano definitivamente oscurarsi, ma anche spiritualmente. Il suo ritiro nel 1967 tra i buddisti rimase in lui uno degli insegnamenti fondamentali: “La lezione che ho probabilmente imparato più di qualsiasi altra cosa è che la mia soddisfazione viene da quel tipo di investigazione spirituale. E questo non significa che voglio trovare una religione a cui aggrapparmi, significa cercare di trovare la vita interiore delle cose che mi interessano“.

Sperimentazione sempre, creatività, camaleontismo, uso sapiente della voce sì, ma anche del corpo in vista dell’azione scenica. E l’aura di leggenda intorno, lui stesso Leggenda del rock, dalle iridi diverse (in realtà una midriasi permanente per un pugno ricevuto da adolescente) all’algida androginia, dall’amicizia con Andy Warhol (da lui interpretato nel film “Basquiat“) al matrimonio con la modella somala Iman.

Negli anni ’80 David Bowie chiedeva, con “Let’s dance“, di ballare. E io, con altri, ti abbiamo ballato e amato a dismisura. Nelle note, nei gesti, e in quello sguardo, spesso Altrove. Quell’Altrove che ora tu sai, “uomo delle stelle”, continuando la tua ricerca.

Ora per noi mortali è il vuoto di te. Parafrasando Montale, sarà il vuoto ad ogni tuo suono senza il tuo esserci.

Goodbye David Bowie.

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fiorucci_logo

Quanto ho amato gli angioletti Fiorucci!

Occhieggiavano da T-shirt e felpe con ammiccante ma casta malizia. Persino gli adesivi, negli anni ’70, erano ricercatissimi, da richiedere con insistenza nei mitici e coloratissimi negozi Fiorucci. Servivano ad “n-fiorucciare” diari, borse et affini.

Elio Fiorucci è stato un’icona dello stile pop attraverso tutte le sue creazioni, fossero tessuti, jeans, pubblicità o allestimenti di vendita. Con una caratteristica che lo rendeva irresistibile ai miei occhi: la leggerezza, del dire e del fare. Merce sempre più rara. Oggi addirittura insostenibile.

Grazie Elio.

fiorucci

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Ultimo giorno per una delle mostre celebrative i 25 anni dalla scomparsa di Andy Warhol, esponente di punta del movimento americano della Pop Art.

Questa mostra, “Andy Warhol. Dall’apparenza alla trascendenza”, è stata allestita al Centro Saint-Bénin di Aosta con un’ottantina di opere che ricostruiscono il percorso creativo dell’artista, dai personaggi-icona, quali Marilyn Monroe, Liza Minnelli, Mao Tse-Tung, Mick Jagger, agli oggetti seriali che lo hanno reso famoso, dagli Space Fruits alle Campbell’s Soup, dai Carton Box alle bottigliette di Coca-Cola, permettendoci un viaggio nella sua dirompente inventiva nonché una riflessione sulla comunicazione di massa.

Guardando le opere di Andy Warhol si sentono le parole che lo stesso artista aveva scritto su di sé: “Lo sguardo senza interesse, la grazia disfatta, il languore annoiato, il pallore sprecato… La maschera di gesso da folletto, lo sguardo un po’ slavo… L’ingenuità bambina, al chewing-gum, il fascino della disperazione, la trascuratezza narcisa, la perfetta diversità, l’inafferrabilità, l’ombrosa, voyeuristica aura vagamente sinistra… La pallida pelle d’albino. Incartapecorita. Rettile. Quasi blu… La mappa delle cicatrici, le labbra che tendono al grigio, gli arruffati capelli bianco-argenteo, soffici e metallici. Mi guardo allo specchio e dico: c’è tutto”.

Autoironia, timidezza, cinismo, vanità. Apparenza e trascendenza. E anche quella maschera di cui l’artista diceva: “A volte è così bello tornare a casa e togliersi il costume da Andy”.



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GIANDUIOTTO: dal piemontese “giandojòt”, indica un tipo di cioccolatino, avvolto in carta dorata o argentata, a forma di spicchio o barchetta rovesciata composto con cioccolata gianduia (impasto di cacao, zucchero e nocciola tonda gentile delle Langhe) prodotta a Torino. E’ considerato il simbolo dolce della città. Il nome deriva dalla famosa maschera popolare torinese, Gianduia (derivante dalla locuzione “Gioann dla doja” ovvero Giovanni del boccale), maschera che, in occasione del Carnevale del 1867, distribuì per la prima volta questi nuovi e golosi cioccolatini al pubblico festante, dando ad essi il proprio nome.

La “pasta Gianduia” nasce nel 1852 da Michele Prochet che, in seguito al Blocco Continentale indetto da Napoleone che rese il cacao un prodotto proibitivo e troppo costoso, decide di unire all’impasto un prodotto locale più economico, la nocciola delle Langhe, la cosiddetta “Tonda gentile” dal gusto deciso e delicato. Ma solo nel 1865 i “Gianduia”, popolarmente chiamati “Gianduiotti”, vengono messi in commercio avvolti in una sottile carta dorata, diventando così i primi cioccolatini incartati. La società dolciaria torinese capostipite nel produrli fu la Caffarel.

Per provare questa golosità tutta torinese un’occasione da non perdere è una visita a “Cioccolatò”, la manifestazione dedicata dalla Città della Mole al cibo degli dei. Lo slogan di quest’anno? “O ci vai o ci sei“. La strada per arrivarci? Seguire la mappa stradale che, nell’immagine simbolo dell’edizione 2012, diventa insolito incarto del Gianduiotto piemontese, facendovi giungere nella piazza del cioccolato, sulle rive del grande fiume.

La curiosità: il gianduiotto era una delle due cose preferite di Torino dall’artista Andy Warhol. Indovinate l’altra…

 

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