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Posts Tagged ‘America’

Esserci stata, in quel luogo di terrore e dolore e oggi di memoria, ha fatto virare la mia percezione di quella data ormai tristemente storica, 11 settembre 2001 New York City.

Ho respirato un perimetro di tristezza, in cui l’acqua scende verso il basso, fondamenta di quelle torri, un tempo gemelle come oggi le liquide vasche, “Reflecting Pools”, coi nomi incisi di chi è stato vittima di un atto terroristico impensabile.

In una città come New York in cui tutti camminano sempre veloci, il “9/11 Memorial” è invece un’area di lentezza e silenzio. I passi che lì muovi sono un viaggio verso il fondo di quel giorno tanto buio. Pur con il “Survivor Tree”, l’albero sopravvissuto a tanta distruzione, ad ergersi quale simbolo della vita stessa.

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Toni Morrison (Photo by Timothy Greenfield-Sanders/Corbis via Getty Images)

In tempi così oscuri per i diritti dell’uomo, ricordare Toni Morrison, prima donna afroamericana a ricevere il Nobel per la letteratura, è un imperativo categorico.

Discendente di persone schiavizzate, fin da piccola provó sulla sua pelle, non solo in senso metaforico, il significato barbaro della parola “razzismo”. Non è un caso che nel suo primo romanzo “L’occhio più azzurro”, indagando sul tema a lei caro dell’identità, narri di una bambina nera, povera e abusata dal padre, che sogna di avere gli occhi azzurri per somigliare ai bianchi.

La sua opera più famosa, “Amatissima (Beloved)”, Premio Pulitzer 1988, è il racconto di una giovane donna di colore che fugge dalla schiavitù prima dell’inizio della Guerra civile. Uccidendo la figlia piuttosto che farle vivere gli orrori della segregazione.

Storia che ricorda alquanto quanto sta avvenendo nel Mediterraneo, con l’avallo dei governanti dei Paesi detti “avanzati”. Forse nel senso di “residuali”.

Toni Morrison è stata parte del Grande sogno americano, quello della giustizia e dell’armonia tra i popoli. Le sue parole restano una lezione di saggezza per tutti noi. Soprattutto ora.

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Appena sentivo la sua voce, roca e magnetica, diffondersi via etere, correvo nella stanza da cui proveniva. Perché il modo di raccontare di Vittorio Zucconi mi incantava. Insegnandomi l’arte di rendere visivi e degni di ascolto i propri pensieri.

Le sue corrispondenze da Washington mi portavano pezzi d’America, nutrendo il mio immaginario anche delle cose minime. Forse le più necessarie.

Poi c’erano i suoi articoli, certo. Cronache perfette della latitudine in cui si trovava, della pagina di storia che respirava, delle abitudini che amava. Come quella di andare a cercare con frenesia, nelle notti calde d’estate, “Il lato fresco del cuscino”, facendolo diventare la sua ultima testimonianza letteraria.

Un maestro di giornalismo e di scrittura. Arguto, ironico e suadente nella capacità di visionare e sbobinare gli eventi nel loro farsi. Anche ripescandoli nella memoria: “Era il gennaio del 1990. L’URSS di Michail  Gorbačëv si stava sfarinando come una torta sbrisolona sotto le dita della storia e Cuba rischiava di franare con il disfacimento del socialismo reale. […] Era l’agonia di un popolo che da lontano, dai racconti, dalle immagini, mi era sempre apparso come un popolo bambino e ingenuo, sbruffone e tenero, oppresso e orgoglioso, sballottato da una storia troppo più grande, arcigna e feroce di lui. […] Per esorcizzare la paura, mi ero portato un talismano, un portafortuna pesante sette chili e due etti. Era il primo computer Macintosh Apple trasportabile, perché definirlo portatile sarebbe stata un’iperbole.”

Difficile fare a meno dei suoi racconti…

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“Mentre ero lassù (guardando giù)” – Photo by Ester Maero

Ad un mese dalla mia avventura in terra newyorkese, tento di capire quanto abbia mutato il mio paesaggio interiore muovere i primi passi nel Nuovo Mondo.

Cosa ha significato per me mordere, gustare, digerire, assimilare la Grande Mela?

È stato l’incontro con un mondo in continuo movimento. Rigenerante però, mai delirante. Per la sensazione che tutto può accadere, in qualsiasi momento. E che ogni cosa forse è possibile.

Provando l’ebbrezza di sentirsi al centro del mondo insieme a chi ti sta intorno, in completa integrazione e con un culto speciale per la libertà. Senza mai invadere l’altro. Usi, cibi, costumi, parole a convivere pelle a pelle, in un energetico melting pot.

Un luogo in cui è forte l’esperienza di straniamento, quasi vivessi ogni ora su un set cinematografico. Che è pur vero, perché in ogni dove vedi pellicole già viste sbobinarsi: “Manhattan”, “Taxi driver”, “Harry ti presento Sally”, “Colazione da Tiffany”, “C’è posta per te”, “Il maratoneta”, “C’era una volta in America”.

Come se, anche essendoci dentro, in New York City, non ci credessi mai del tutto. Lo descrive bene il giornalista  del “New Yorker” Adam Gopnik: “Perfino quando ci stabiliamo qui a New York, in qualche modo questa città sembra sempre un luogo a cui aspirare”.Tra grattacieli, hot dogs, frenesia, potenzialità.

Uno stato della mente, come ho letto un giorno in un caffè. Uno skyline di energia emotiva.

“Mentre ero là (guardando da qua) – Photo by Ester Maero

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“Barbie” – Andy Warhol, 1985

Ancora a proposito di donne.

La mitica Barbie ha appena compiuto 60 anni. Ad inventarla, curve da pin-up e nome della figlia, Ruth Handler, la moglie del fondatore della Mattel.

In ventotto centimetri di plastica sogni di generazioni di bambine e anticipazioni di moda e costume.

Iconica fashion doll, sempre al passo con i tempi, Barbie ha rappresentato fin dai suoi esordi una donna moderna, indipendente e sicura di sé. In cui riconoscersi, superando uno stereotipato e antico modello femminile. E aprendo così l’immaginazione di ogni bambina ad un futuro accattivante e sfaccettato per sé stessa.

Da autentica girl power. Seppure patinata. Tanto è un gioco, bello per quello. La realtà alla prossima puntata.

La Barbie di Karl Lagerfeld

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«La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo».

Sergio Marchionne, manager (1952–2018)

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Era Marchionne. Quando un tempo viene definito col tuo nome, è palese, sei Storia.

Per gli ammiratori Sergio Marchionne ha salvato la Fiat, esportando il marchio torinese nel Nuovo Mondo. Epici gli incontri coi potenti della terra. Per i detrattori ha tagliato posti di lavoro e sottratto diritti ai lavoratori. Duri gli scontri coi sindacati della fabbrica.

Conti alla mano, oggi Fca vale dieci volte rispetto alla Fiat di 14 anni fa. Un guadagno in borsa del 1000 per cento. Un manager illuminato per molti. Spregiudicato nei modi, per altri. Comunque un uomo che ha fatto storia.

Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a qualcun altro, la vera nobiltà è essere superiore a chi eravamo ieri” ha detto Marchionne, citando Hemingway, lo scorso 1° giugno a Balocco al Fca Capital Market Day presentando il nuovo piano del gruppo. Aggiungendo: “L’unico approccio che conosciamo è guardare sempre avanti. È l’eredità che possiamo essere orgogliosi di lasciare a chi verrà dopo di noi”.

E sicuramente lui lascia un’eredità di peso.

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