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Posts Tagged ‘amarcord’

Indro Montanelli dopo aver visto “La dolce vita” scrisse: «Non siamo più nel cinematografo, qui. Siamo nel grande affresco. Fellini secondo me non vi tocca vette meno alte di quelle che Goya toccò in pittura, come potenza di requisitoria contro la sua e la nostra società».

Federico Fellini nasceva 100 anni fa, regalando al mondo sogni in pellicola.

Onirico, visionario, circense il suo cinema, capace di creare mondi in rapporto dialettico con quello reale. Anticipando mode, fustigando pensieri, creando personaggi.

Con il contributo di due indispensabili compagni di viaggio, Giulietta Masina e Marcello Mastroianni. Gli occhi spalancati e ingenui della vagabonda Gelsomina de “La strada” e lo sguardo trasognato del giornalista Marcello Rubini davanti al bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne “La dolce vita” non sono che due esempi di fotogrammi felliniani. Sempre complessi, bizzarri, grotteschi, barocchi.

I suoi film conquistano presto l’attenzione internazionale, fino alla consacrazione con quattro Oscar. Titoli che sono diventati quasi modi di dire: “Lo sceicco bianco”, “I vitelloni”, “Le notti di Cabiria”, “8½”, “La città delle donne”, “Amarcord”, “E la nave va”, “La voce della luna”.

Rendiamo omaggio al grande Federico, con quell’Amarcord con cui ha reso unico il tempo dell’adolescenza, rievocando la propria attraverso la nebbia e il sogno. Riattivandola così, in modo empatico e nostalgico, in ciascuno di noi.

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Rivoglio indietro anch’io “L’estate di John Wayne“. Quella cantata con profondità leggera e retrò da Raphael Gualazzi. Che invoca il ritorno dei figli delle stelle e delle penne stilo in mano, delle vacanze in treno e delle facce un po’ annoiate. In compagnia di Fellini e di Lupin, di Pertini e John Travolta. Fotogrammi vintage, lontani amarcord.

Insomma i “miti dell’estate”, quelli che rendono tutto sempre e ancora possibile. Almeno nell’immaginario.

Potendo così di nuovo ballare spensierati in riva al mare. Con John Wayne sulla collina.

A difenderci dai cattivi. Pensieri.

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Laura Antonelli, sensuale protagonista in “Malizia” nonché sogno erotico degli italiani, e Magali Noël, la “Gradisca” di Amarcord e femme fatale di Fellini, si sono spente due settimane fa.

Apparentemente oscurando per sempre la loro bellezza.

In realtà diventando eterne icone del bello. Che è sempre effimero, a volte malinconico, ma comunque ideale. E in quanto tale molto vicino alla deità.

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Il 31 ottobre 1993 ci lasciava uno dei più geniali registi di sempre, Federico Fellini.

Insieme al ventennale della morte del Maestro, ricorrono anche i trent’anni di “E la nave va”, i quaranta di “Amarcord” e il mezzo secolo di “8 e ½”, forse il film italiano più famoso nel mondo (due premi Oscar e sette nastri d’argento).

Ha inventato personaggi memorabili, dallo “Sceicco bianco” – Alberto Sordi dell’omonimo film alla circense Gelsomina – Giulietta Masina de “La strada”,  e scene culto come quella di Sordi che fa il gesto dell’ombrello ai lavoratori ne “I vitelloni” o quella dell’immersione di una statuaria Anita Ekberg nella fontana di Trevi davanti allo sguardo incantato di un sublime Mastroianni.  E la nebbia che avvolge il borgo del suo “Amarcord” ti conduce in un mondo altro, lontano, visionario, ma dentro le radici di noi tutti. Del resto amava ricordare che “Il visionario è l’unico realista“, definendosi “un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo“. Con ricchezza di satira, sottile malinconia e uno stile sempre onirico.

“Che strano chiamarsi Federico!” è l’ultimo film di Ettore Scola, omaggio all’amico di una vita e alla storia italiana attraversata insieme. Con la rara capacità, di entrambi, di scardinare la realtà. Reinventandola.

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Estati amarcord

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Se penso ad estati amarcord, penso ai cavalloni del mare, alle signorine con le cuffie, agli uomini che sfidavano il moto burrascoso.

E a me bambina, a cui si vietava l’onda insidiosa.

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