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Posts Tagged ‘alberi’

stivale italia

Gli italiani di buona volontà indossano sempre più gli stivali.

Per spalare il fango tracimante da un terreno che ormai urla nient’altro se non vendetta dopo decenni in cui ha sentito estirpare dalla propria “pelle” quegli alberi le cui radici lo drenano e lo trattengono.

Dei fiumi, poi, che esondano non tanto per la nuova quantità d’acqua che scende dal cielo (pensavamo che l’effetto serra fosse semplicemente un curioso e nuovo modo di dire…) quanto per avere gli alvei occupati da tutto eccetto che da se stessi, si è già detto alquanto.

Che sia solo un caso che la forma del nostro Paese sia uno Stivale?

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alex-saberi-quattro-cervi-rossi-cervus-elaphus-nella-foresta-autunnale

Questa è l’immagine dell’autunno per me.

Colori tinta natura, sfumato e terre di creta.

Un bosco magico. E la presenza regale dei cervi. Passo elegante e sguardo illuminato.

Col silenzio spezzato solo dal crepitare delle foglie che si sbriciolano al loro passaggio.

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La campagna sta per chiudere per ferie. Le sue, lunghe e naturali.

Tra gli ultimi lavori la raccolta delle olive, “pettinate” dai loro alberi.

E così gli uliveti si presentano come spose.

Coi loro veli colmi di profumi e di promesse.

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Vanno bene per gli angeli le ali, a un uomo pesano. A un uomo per volare deve bastare la preghiera, quella sale sopra le nuvole e piogge, sopra soffitti e alberi. La nostra mossa di volo è la preghiera.”

Erri De Luca, da “Montedidio”.

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La Parola: Siesta

SIESTA: Dal latino “(hora) sexta”, l’ora sesta del giorno, ovvero il mezzogiorno.

Già per gli antichi romani era il tempo del riposo pomeridiano, per la Spagna e per  molti Paesi dell’America latina è il momento del sonnellino post prandiale, quando l’ora si fa più calda e la palpebra pesante. Condizione principale della siesta è la possibilità di distendersi. Ecco perché alla fissa e rigida chaise longue i veri esperti preferiscono un’amaca appesa tra due alberi. Quel lieve movimento ondulatorio dà la piacevole sensazione di galleggiare sulle correnti d’aria. Se poi pensiamo a quei ritagli di cielo e foglie che fluttuano ipnotici sulla testa del semidormiente, si rende evidente l’effetto soporifero naturale. Per esagerare, un lieve frinire di cicale quale sottofondo sonoro di una pausa che riconcilia col mondo. L’ora della siesta.

"The hammock" di Gustave Courbet (1844)

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“Il quaderno degli Alberi antichi e leggendari” di Paola Fantin (2009 – Kellermann editore)

E’ realmente un quaderno, e aprendolo si entra in un bosco fatato.

Intanto per la grafia, quella di un tempo antico, di quando, bambini delle elementari, scrivevamo le lettere tonde e chiare come da abbecedario. Poi per i disegni che accompagnano questi passi tra i “Patriarchi Verdi”, alberi con i tratti di china che raccontano rami e corteccia, colline abbozzate, scorci di borghi, tracce di cartine. E infine per le dettagliate storie di alberi secolari, dal Cedro (alto 26 metri) di Giulio Cesare (e pare sia stato proprio lui a piantarlo) a Chiarano (Treviso) al Leccio di Bucine (Arezzo) che permette di sedersi all’interno della sua chioma, dall’Olivo della Strega a Magliano (Grosseto) coi suoi tre millenni di vita ai tre Larici di San Gertrude (Bolzano) che risalirebbero all’epoca di Annibale e Scipione.

Un viaggio di curiosità, ma anche un viaggio “dentro” perché, come ricorda l’autrice, “ognuno di noi, prima o poi nella sua vita – di grande e piccino – diventa un albero: isolato, chiuso in sé, impenetrabile, indecifrabile, ma soprattutto senza voce”.

Forse avvicinarsi agli alberi ci conduce a toccare le nostre umane cortecce. In silenzio, col dovuto rispetto.

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Ormai si fanno le prove di tutto. Per vedere se siamo pronti.
La prova dell’abito, per verificare che ci stia bene, come in vetrina. La prova dello spettacolo, per assicurarsi che tutto funzioni, come da copione. La prova del nove, per controllare che il risultato sia lo stesso, come da precedente calcolo. La prova del cuoco, per misurare le abilità in cucina, come da manuale.

E  quest’anno anche l’estate ha voluto fare la prova. La prova di se stessa. Prima del tempo, fuori dalla sua stagione. Fuori programma. Si è presa un po’ di giorni, a sua disposizione.

Pare che tutto abbia funzionato. Caldo al grado giusto (29) con qualche punta verso l’alto (32), umidità di contorno per recepire una temperatura più fastidiosa, cielo del tutto sgombro da nuvole, qualche folata di vento, föhn perché è quello che ricorda anche nel nome la ventata calda che a comando ti asciuga veloce i capelli.

E noi alle prove generali dell’estate come abbiamo reagito? A fatica  per l’improvvisata, con fastidio per le conseguenze. Tutto troppo in fretta, dal giaccone alla maglietta. E nel giro di una manciata di giorni le fontane sono tornate protagoniste, insieme ai gelati, ai sandali, alla pelle scoperta, ai movimenti rallentati, ai colori azzardati, alle cabine a mare montate in fretta, perché, si sa, la spiaggia non aspetta. Ma chi ha reagito peggio sono gli alberi. Nessuno li ha avvertiti che è solo la prova generale dell’estate, che questa non è l’estate vera. Così i fiori delicati di primavera hanno già ceduto il posto al fogliame verde e prepotente di inizio luglio.

Dicono che tra poche ore le prove generali dell’estate si concluderanno, così che le colorate infradito lasceranno la scena a più stagionali mocassini, le cotolette d’agnello sostituiranno in tavola l’insalata di riso, e le vacanze  estive già sognate finiranno in armadio, lasciando spazio alla più breve pausa pasquale.

Ma alle piante, a loro, chi dirà che, per non prender freddo, devono tornare indietro, risalendo la “corrente” e rivestendo i “panni” delle gemme e delle prime fioriture? Il tempo che va all’indietro. À rebours. Controcorrente. Salmone impazzito di questa primavera. O finta estate.

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