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Posts Tagged ‘19 luglio 1992’

Così tanta paura vi faceva quell’uomo da provocare tale sconquasso?

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Il giorno della strage di Via D’Amelio a Palermo, il 19 luglio 1992, è stato raccontato così da Manfredi, figlio di Paolo Borsellino, nel libro “Era d’estate”: “Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione. Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii”.

E in un universo parallelo il giudice Paolo Borsellino continua a lasciare cicche di sigarette a terra, sorridendo alla sua eroica scorta. Con l’agenda rossa testimonianza presente dei suoi pensieri…

Tutto cancellato invece nell’universo nostro, a quello solo parallelo. In completo sfacelo.

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Ricordo come allora l’atmosfera di quel giorno. Atmosfera strana, lenta, irreale. Quasi di attesa. Con una luce fredda, lunare. Come se qualcosa di alieno stesse per visitare la nostra quotidianità.

E in quell’afoso pomeriggio di luglio qualcosa di impensabile avvenne. Dopo 57 giorni dalla strage di Capaci si perpetrava un’altra strage, in Via D’Amelio a Palermo. Dopo il giudice Falcone e la sua scorta la mafia uccideva il giudice Borsellino e i suoi uomini. E donne. Morì infatti anche Emanuela Loi, prima donna poliziotto ad essere uccisa in servizio.

In due mesi il nostro Paese perdeva due dei suoi patrimoni migliori, in termini umani e professionali. Fu fatto tutto il possibile per evitare quegli efferati eccidi? Perché i due magistrati furono lasciati soli? E perché Paolo Borsellino dopo l’omicidio del suo amico-collega Giovanni Falcone continuava a ripetere “Adesso tocca a me”? Cosa sapeva che era bene non si sapesse? E perché la sua famosa “agenda rossa” sparì? E perché tanti depistaggi? E perché la verità sembra sempre altrove e di là da venire? Anche dopo 25 anni?

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Speriamo che cambi il vento, che venga il libeccio e che si porti via quest’afa“, diceva il giudice Paolo Borsellino.

E queste parole sono state scelte nel ventiquattresimo anniversario della strage di Via D’Amelio dal movimento delle “Agende rosse”.

In memoria, ma anche in ricerca continua e mai rassegnata della verità.

Con la speranza che folate di un vento a direzione ostinata e contraria possano scompaginare, infine e finalmente, le antiche trame occulte.

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Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.

Da “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (ricostruzione delle pagine dell’agenda scomparsa nella strage di Via D’Amelio, in cui il giudice annotava riflessioni e verità che andava scoprendo).

Ps: di questi giorni l’intercettazione choc delle parole dette su Lucia Borsellino (figlia del magistrato, già assessore alla sanità della giunta Crocetta) da Matteo Tutino, ex primario di chirurgia plastica dell’ospedale Villa Sofia di Palermo (già arrestato per truffa, falso e peculato), al governatore della Sicilia, “Va fatta fuori come suo padre“. Alla luce di questo assumono un nuovo ed inquietante significato le parole sopra citate di Paolo Borsellino.

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borsellino

“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno”.

Paolo Borsellino, magistrato italiano (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992)

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Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, il giudice antimafia Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Lì una Fiat 126 imbottita di 100 chili di esplosivo salta in aria uccidendo Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Agli inizi di quel tragico luglio, queste le parole del giudice in un’intervista a Lamberto Sposini: “La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. 

Tutto questo costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta. Lo sapeva, lo sapevano a cosa andavano incontro. Continuando a camminare in quella direzione, pur sapendo, ci hanno fatto sentire orgogliosi di essere concittadini di tali uomini giusti e coraggiosi. Ma purtroppo ci hanno anche fatto sentire orfani delle loro persone e di una profonda coscienza civile.

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