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Archive for the ‘Scuola’ Category

Steve McCurry - INDIA. Jodhpur. 2007.

Steve McCurry – INDIA. Jodhpur. 2007.

Far della sera. Messaggio Whatsapp. Ex allievo lontano nel tempo, a cui torno in mente (“grazie per essere passata nei miei pensieri“) per un libro di Anna Marchesini a cui associa il mio libro di poesie: “Quindi ho ricercato il tuo blog per vedere se tutto procedeva; ho avuto nostalgia, ma una di quelle che ti fanno sbocciare un sorriso.” Dopo il passato mi aggiorna sul suo presente, fatto di canto lirico, all’Opéra di Montecarlo e tournée per l’Europa. Una costruzione iniziata quando ci siamo incontrati, due lustri fa, insegnante e allievo, con visioni mie sul futuro di lui e primi passi suoi in quello che sarebbe stato il suo oggi. E tentativi, prove, work in regress che si fa progress. Con lui, come per gli altri studenti. Ognuno coi suoi tempi e modalità e sogni. E via via qualcosa che prende “forma”, su cui credere, scommettere, applicarsi, cambiare il tiro, rivedere la rotta, navigare ancora. A volte a vista. Insieme alla convinzione però che in qualche modo, per ciascuno, si renderà palese la sua specifica “forma”.

E allora non posso poi non pensare per associazione, neppure troppo libera, alla “formazione” docenti, quella che la “Buona scuola” ha brevettato come sua scoperta, definendola “continua” e “permanente”. Ma davvero noi docenti avevamo necessità di vedere scritto per regio decreto tale lapalissiana verità? Penso ai miei libri, amati e imprescindibili compagni di viaggio. E alle scritture, di getto, meditate, rivisitate. E ai film d’autore visti in sale d’essai. E alle performance teatrali, quelle classiche e quelle sperimentali. E alla curiosità, mia bussola permanente. Che mi conduce ad un testo inedito di Leonard Cohen, ad una conferenza “liquida” di Bauman, ad una possibile associazione tra i passi solitari di Corto Maltese e a quelli non così diversi di Ulisse. Cammini miei che di necessità, anche solo osmotica, diventano passi di chi è studente “mio”.

Così mi chiedo dove possa dirigersi un Paese in cui colui che per professione “mette segni”, “insegna” appunto, deve certificare i propri “segni” attraverso un preciso numero di ore di qualche corso accreditato, dimenticando quanto quella professione non sia omologabile ad altre. Perché essa ha un feedback, quello sì, “continuo” e “permanente”, che sposta sempre i termini del tuo essere “forma”: quando correggi un compito, quando noti un comportamento, quando cerchi una soluzione relazionale, quando respiri il clima di una classe, quando tenti di muovere leggerezza, quando ascolti profondità, quando accogli emozioni, quando ripensi alle tue. In un feedback realmente continuo e permanente. Che è anch’esso formazione.

Come quel messaggio giunto a me sul far della sera. Che è stato un “segno” anch’esso. Sapere che quell’allievo di ieri ha preso una sua “forma” nell’oggi rende reali le mie lontane “visioni” sul suo divenire. E allora, quasi quasi, io autocertifico, con quel messaggio e con i pensieri che ha attivato, una manciata di tempo di “formazione”. Quanto esattamente? Q.b., come il sale. Tanto quanto basta.

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Parole surreali mandate in onda ieri in un Tg nazionale.

Servizio sul nuovo anno scolastico. Piano lungo su una scuola elementare. Stacco. Primo piano su due gemelli di 9/10 anni con la madre. Domanda della giornalista: “Signora, cosa si aspetta quest’anno dalla scuola?” (Domanda originale e inaspettata). Risposta: “Visto che ogni anno i miei figli hanno cambiato maestra, ce ne fosse finalmente una che se li tiene per due anni.” (Risposta originale davvero e inaspettata anche).

Sì, la signora ha usato il verbo “tenere”, con la prossemica già in moto per raccontare il non detto: nel pronunciarsi allontanava dal proprio corpo gli amati pargoli indirizzandoli verso l’istituto.

E così si rivela, se mai ce ne fosse bisogno, il primo pensiero “scolastico” di certi genitori: la scuola quale luogo in cui qualcuno “tiene” la figliolanza, un’area di baby-sitteraggio, controllo et similia. E così il senso etico, civile, profondo di scuola ne esce, ancora una volta, tramortito.

Ma davvero a certi genitori interessa così poco di come siano “tenuti” i propri figli a scuola? E facendo cosa? E ascoltando quali storie? E imparando quali passi? Perché poi, curiosamente, a scuola si va per stare qualche ora. Ma sometimes accade che proprio lì impariamo a camminare una vita intera.

PS: Buon anno di sorprendenti camminate a tutti gli studenti. Ai miei in particolare.

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Marc Chagall, "Place de la Concorde ou Tour Eiffel, bouquet de fleurs et amants" - 1969

Marc Chagall, “Place de la Concorde ou Tour Eiffel, bouquet de fleurs et amants” – 1969

Questo è un post/lettera per la “mia” quinta T, per le mie “bimbe” e i miei “bimbi” di uno spazio-tempo infinito, troppo presto finito…

Mi sono davvero resa conto che eravamo tra noi ai “titoli di coda” quando, poco tempo fa, qualcuno di voi al termine dell’ultima lezione su Dante, tra squadernamenti e stelle, disse a tutti noi, cioè me e voi insieme, “E’ proprio finita!“. Occhi spalancati e una manciata di rammarico. Subito ne fui spiazzata ma finsi, Pessoa con me, un po’ di non capire, un po’ di non aderire a quel moto profondissimo e malinconico del cuore.

Fu però lì che si riaffacciò in me la realtà del dover “chiudere” con quel nostro tempo rituale ed ancestrale, intimo e minimo, ortodosso e paradosso. Di voi ho amato l’educazione, l’intuizione, l’ironia e l’eleganza di certi gesti. Ma ciò che resterà con me quale tratto evidente e prepotente della “mia” quinta T è la leggerezza dei cuori, quella che rincorro da sempre, quella che fa di una giornata “la bella giornata”, come ci ricorda il nostro La Capria.

E proprio sul filo della leggerezza, a tratti calviniana, a tratti kunderiana, abbiamo condiviso e riso, letto e detto, meditato e giocato. Per questo vi dedico il video della canzone “Come” di Jain. E’ leggera e bella come voi, ricca di citazioni che saprete cogliere e di gioco di cui saprete godere. Magritte, Escher, vuoto, pieno, nascondino, illusione, moltiplicazione. Che vi sia di bonheur per le nuove strade che percorrerete. Restando leggeri, seppur pieni, come palloncini di un quadro di Chagall. Buona vita a tutti voi.

Ps: Vi ho voluto bene, e più alle persone che agli studenti che siete. Confido nella vostra capacità matematica per desumerne la tara.

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i bambini sanno

Liceo. Classe prima. Visione collettiva del docu-film “I bambini sanno” di Walter Veltroni.

Ricezione empatica, profonda, a tratti inaspettata. Così i quindicenni “sdraiati” di Michele Serra, quasi magicamente, rialzano la testa, ridestati forse da quei bambini che da poco sono stati loro. Sollecitati nei precordi da risposte impreviste, sguardi lungimiranti, sorrisi trasparenti. Insomma, apertura al mondo. Talvolta ingenua, talvolta saggia, talvolta critica. Spesso inusitata.

Alla parola “Fine” non tutto si conclude. Come spesso accade fuori dallo schermo. Comincia la decantazione. Nel modo in cui accade con il vino. Che ha bisogno di riposare per dare i migliori risultati.

Ed è al tema proposto intorno a quel film che il “vino” comincia a mostrare corpo e consistenza, rivelando intensità e aroma.

  • Leggendo il titolo di questo film, “I bambini sanno”, viene da domandarsi ma cosa sanno?” – Francesco
  • Si dice che un bambino insegni tre cose ad un adulto: ad essere sempre occupato con qualcosa, ad essere sempre contento senza motivo, e a pretendere sempre con ogni sua forza ciò che desidera.” – Lorenzo
  • E poi arriva l’adolescenza, un “minestrone” ricco di sostanze amare e dolci, quel “minestrone” che rimarrà nello stomaco per tutta la vita.” – Andrea

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lupini

Voi penserete a mie inconsulte esagerazioni. O forse invenzioni. Comiche, ovviamente. Per il solito ed inveterato gusto del calembour. Ma vi assicuro che mi si offre “cibo” (e qui è il caso) su un piatto che brilla più dell’argento. O forse piange.

Sempre Liceo, questa volta classe quinta. La maturità è alle porte. Interrogazione di letteratura italiana. Domanda su Verga e i “Malavoglia”. Mia idea, balzana, di indagare sul commercio di quella famiglia. Idea sua, dello studente interrogato, di associare suoni simili e forse anche ricordi di altri testi (si era precedentemente citata “La lupa” dello scrittore siciliano).

E così sul “piatto” viene servito non quel cibo semplice, legumi sazianti e nutrienti, i lupini appunto, in cui commerciava la famiglia “Malavoglia”, ma dei “lupacchiotti” corretti quasi subito in “lupetti”. Orde di lupi famelici, seppur piccoli, si sono palesati ai miei occhi affollando quella barca “Provvidenza”, per poi provocarne (forse il peso…) il drammatico naufragio.

Ovviamente tutto questo fu a suo debito tempo spiegato. Ma forse poco assimilato. Pazienza. O meglio, come avrebbe detto padron ‘Ntoni, “al servo pazienza, al padrone prudenza“.

Ps: A volte mi chiedo se a tali inconsapevoli autori comici vada corrisposto un giusto emolumento…

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Tiziano Vecellio "Caino uccide Abele" (1544) - Basilica di Santa Maria della Salute, Venezia

Tiziano Vecellio “Caino uccide Abele” (1544) – Basilica di Santa Maria della Salute, Venezia

Il Professor Umberto Eco avrebbe forse apprezzato questo calembour.

“Caino uccide Adele”, forse perché invidioso del successo della cantante inglese.

Ma il calembour è tale se riconosci il suo multiplo gioco. Se invece è inconsapevole perché di Caino, e dei suoi misfatti familiari, proprio non sospetti l’esistenza, allora cos’è? Non so, sospendo il giudizio. Però accade. Liceo, tema, titolo dettato, citazione sulla lettura: “Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Il più sospirato “sob” scaturisce in me ripensando all’autore di tale aforisma.

Già, sei tu Professor Eco. Doppio sob. Avevi ragione a definire tale tempo con le incomprensibili parole del Pluto dantesco: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe“.

E così sia.

Ps: Illogica per illogica, perché scegliere un tema di cui non conosco una parte, quando ne ho altri due a mia disposizione? Forse perché uno contemplava altri due personaggi, e non di soap, Ettore e Andromaca (chi sono costoro?), e l’altro il livello elementare e afasico del linguaggio giovanile. Già.

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errori

Se metà classe di una prima liceo scrive “percuotere” con la “q” (sob!), chi è autorizzato a “percuoterla” con un immaginario “scudiscio” (ancora e ovviamente con la “q”, doppio sob!) affinché sia più “efficiente” (senza “i”, ça va sans dire…)?

Ps: Non pensiate che la soluzione del problema sia la semplice “evacuazione” della classe stessa. Potreste sorprendervi o addolorarvi (dipende dai propri punti cardinali) scoprendo che il verbo “evacuare” è composto, sempre per metà classe, di “acqua”. Quindi immaginatene la grafia…

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Jacques Henri Lartigue, "Fuborg" - 1929

Jacques Henri Lartigue, “Fuborg” – 1929

Stamane vado a scuola e, ancora una volta, torno a casa con la lezione del giorno.

Nel senso che ho ripassato un tema che nella corsa quotidiana rischiamo di perdere dalla vista del cuore.

Un mio studente quindicenne, ma con un tempo interno alquanto sviluppato, dopo aver sostenuto la mia interrogazione torna al proprio banco e mentre io sono già al successivo interrogato, tra sé e sé sorride, ma di un sorriso che odora felicità allo stato brado. E io che tutto quanto è “obliquo” annuso, entro in punta di piedi nella sua “bolla” per chiedergliene conto. Perché se, come dice il Poeta Trilussa, “la felicità è una piccola cosa“, sfiorarla è però raro.

E la sua risposta, nella meravigliosa apertura di chi sale la propria “collina”, è stata semplice e profondissima: “Prof, da adesso sono in vacanza!“, con un altro sorriso a proseguire quanto i suoi occhi stavano già intravedendo. Pregustandone la felicità. Quasi ape “su un bottone di rosa“…

Grazie, Faber.

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Dipinto di Banksy realizzato sulla Israeli West Bank barrier, 2005

Dipinto di Banksy realizzato sulla Israeli West Bank barrier, 2005

Un mio studente, non modello ma originale, non applicativo ma sensitivo, non eccellente nella ricerca di risultati, ma metodico cercatore di segni, mi ha regalato, per interposta persona, una risposta sorprendente. E i giorni di tali risposte, da chiunque esse giungano e in qualsivoglia forma, sono autentiche “epifanie”.

Alla domanda “cosa vorresti fare da grande” postagli da una collega, lui, quindici anni di occhi sgranati sul mondo e corpo dinoccolato per camminarlo, risponde: “Tre cose, il tatuatore, il prof di italiano, il ferroviere graffitaro“.

Va detto che il primo e il terzo “mestiere” da lui citati rientrano nel suo modus operandi, amando lui “segnare” il mondo che sperimenta. Ma la sorpresa sta nel “ritrovarmi” nel mezzo, quasi al calduccio, di tanta apparente rudezza.

Perché in quella posizione mediana “il prof di italiano” sembra quasi protetto da/tra due mestieri “forti”, parentesi estreme a difesa della delicata poesia di cui “il prof” si fa paladino.

E se apparentemente il mestiere “prof di italiano” sembra lontano anni luce dal mondo tattoos e Banksy, in realtà chi meglio di colui che “in-segna” prova a scalfire con “segni” chi incontra?

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scuola1

Nei giorni in cui spopola la parola “Scuola”, chi ci lavora cerca di capire il “piatto” che sta per essere cucinato.

Già, perché lo stesso slogan adottato dal governo odora alquanto di ristorante da gourmet. Chissà se poi all’assaggio si rivelerà tale.

La riflessione si scatena proprio da quell’aggettivo “buona”, che linguisticamente presenta tre possibili declinazioni. Il concetto di “buono” si può infatti associare al gusto, o all’etica o alla resa. Un elemento può infatti essere “buono” al palato, oppure “caritatevole” verso gli altri, o ancora “economico” nei risultati.

E dopo le prime indiscrezioni sul Ddl del governo intorno alla scuola, il timore, tra Presidi manager e bilanci aziendali e offerte strategiche, è che sia chiaro il significato dell’aggettivo “buona”. Una “buona” scuola sembra per ora dover assomigliare ad una “scuola-azienda” in cui alcune parole, da relazione a comprensione, da ascolto a curiosità, da dialogo a responsabilità, cioè parole da sempre fondamentali nell’educazione, rischiano di dover sbiadire sullo sfondo. Di un declinante orizzonte.

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