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Archive for the ‘Libro’ Category

“Il cuoco dell’Alcyon” è un’avventura bellissima e cinematografica. A 25 anni da quell’esordio folgorante che era stato “La forma dell’acqua”. Per l’intreccio inaspettato, dagli sviluppi inimmaginabili.

La storia, fin dall’apertura, appare nei suoi segni prodromica dell’uscita di scena di Andrea Camilleri. Per le atmosfere a tratti malinconiche, per le riflessioni in parte amare del commissario. Come se sul fondale scenico fosse il tramonto la luce dominante.

Montalbano si ritrova in ferie obbligate, con lo smantellamento del suo commissariato. Incomprensibile. Un vascello che salpa e approda diventa il protagonista, con i suoi carichi di merce e uomini. E di necessità il commissario diventa cuoco provetto. Dei suoi piatti preferiti, quelli che solitamente trova preparati con antica cura da Adelina.

Ruoli imprevisti, persino immaginifici, con imprevedibili colpi di scena rendono questa avventura di Salvo alquanto speciale.

Un mirabile “congedo” da parte del papà di Montalbano.

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Volo aereo.

Dieci passeggeri cadono addormentati e al risveglio scoprono di essere i soli occupanti del velivolo. Dove sono finiti tutti gli altri? Quale distorsione temporale o altro accidente di Kronos ha agito nottetempo?

L’atterraggio in un aeroporto senza alcuna forma di vita, in cui anche suoni e odori hanno perso le note caratteristiche, sprofonda il lettore in una realtà distopica.

Stephen King in “The Langoliers” riesce così a creare, come sempre, suspence e curiosità. In una narrazione che cattura per fluidità di linguaggio e capacità di rendere reali gli incubi umani.

Il tempo si distrugge da solo una volta trascorso? Tornare indietro nel tempo cosa comporta? Quali gli effetti collaterali del viaggio lungo l’asse temporale?

Lettura ad alto tasso adrenalinico.

Che mostra alcune interessanti connessioni con “Manifest”, la serie televisiva NBC sul mistero del volo 828 Montego Air Flight da Giamaica a New York City, atterrato dopo una turbolenta trasvolata di poche ore, quando in realtà sono trascorsi cinque anni dal decollo, e tutti i passeggeri e l’equipaggio sono stati considerati dispersi.

La serie è già un cult e i produttori si apprestano alla seconda stagione. Perché da sempre il viaggio nel tempo affascina l’uomo.

reo di linea cadano addormentati durante iiaggio per poi scoprire, al proprio rsveglio, di essere gli unici occupanti deelivolo; non migliore è la situazione al di fuori,

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L’amore si può inventare? In parte, seguendone le inconfondibili e luminescenti tracce.

A volte è sufficiente una telefonata ricevuta per errore. E starci dentro, quasi per gioco, indossando panni non propri in cui però si sta e la misura sembra quella giusta. E poi il filo si avvolge su se stesso, diventando rocchetto e poi matassa. Facendone ormai parte.

Scrittura di grazia quella di José Ovejero, sia per stile che per trovata narrativa. Spiazzante. E luminosa.

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Strana storia quella di “Stoner”, il protagonista dell’omonimo romanzo di John Williams.

Storia semplice ma densa e magnetica. Non succede quasi nulla eppure ti senti da subito necessitato alla sua lettura, trattenuto da un fluire abilissimo di parole.

Un esempio? “A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.”

E pensare che, pubblicato per la prima volta nel 1965, il romanzo non ebbe riscontro di pubblico. Forse perché troppo avanti. Ristampato nel 2003 si rivela infatti un fenomeno mondiale.

Come ha dichiarato lo scrittore inglese Ian McEwan, la storia di Stoner “è una vita minima da cui John Williams ha tratto un romanzo davvero molto bello. Ed è la più straordinaria scoperta per noi fortunati lettori.”

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La ragazza del titolo la scorgi solo nelle prime pagine del libro. Poi sparisce. Quindi impari a conoscerla, di necessità, per interposte persone. Quelle che la amano e la cercano. Ma non necessariamente insieme. E neppure coi verbi, amare e cercare, uniti da una comune identità e volontà di far luce su una sottrazione tanto inquietante.

La costruzione del puzzle è complessa, inaspettata e rapida. Come il passato della protagonista e delle figure a lei satellite.

Guillaume Musso non delude mai il lettore. Anzi, dopo “Central Park”, ci regala nuovamente suspense e adrenalina. Con la capacità di tratteggiare visivamente i luoghi della vicenda, da Parigi a New York. E di instillare dubbi intorno a granitiche certezze.

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La copertina contiene il senso della storia. Isola tropicale con vulcano protagonista. Passi affrettati di adulto più bambina. Inseguimento a perdifiato. Storia senza fiato.

E su tutto quella nebbia umida, figlia del vulcano e sorella della terra. Che tanto nasconde e confonde. Così che la giustizia appare stremata alla finestra, con un cattivo quasi inafferrabile.

Come sempre Michel Bussi, il più famoso giallista francese, regala al lettore una storia in cui nulla sembra come appare.

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Copertina e titolo mi sono apparsi immediatamente un abito su misura per me.

Il passo successivo è stato razionale. Seppur con una traccia subliminale che riguardava la biografia dell’autrice, Elisabeth Jane Howard, che per figlio acquisito ebbe lo scrittore Martin Amis.

La saga dei Cazalet, la famiglia protagonista di ben cinque romanzi a partire dagli anni Trenta, mi attirava soprattutto per le atmosfere anglosassoni alla “Downton Abbey”.

L’incanto però è stata la scrittura, ovvero la capacità di far respirare al lettore i protagonisti, e non solo quelli adulti. Una penna felice descrive con raffinata maestria la generazione dei piccoli di casa, facendoti ricordare in modo lucido e chiaro i pensieri e i tormenti di quando ci si affaccia alla vita: un gatto perduto, una varicella inopportuna, un’amicizia tradita.

E la guerra che incombe. Per tutti. Soprattutto per i grandi. Che cercano, tra l’acquisto di un vestito sospirato, i sotterfugi di una relazione clandestina, la potatura distensiva delle rose, di dimenticare la fragilità della vita.

Tale non solo in quegli anni lontani.

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