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Archive for the ‘Film’ Category

Il film non l’ho visto. Non ancora.

Ma ciò che mi ha incantato è stata la locandina. Minimale, poetica e bellissima.

Il trailer poi mi sembra un invito ghiotto ad un’immersione in una particolare bolla di sguardi condensati sul mondo. In un silenzio terso di cui sentiamo, da troppo tempo, la mancanza.

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Trent’anni senza le sue trovate filmiche, autentiche invenzioni entrate di diritto nella storia del cinema.

La musica che da colonna sonora, complice il talento di Ennio Morricone, diventa sceneggiatura. Il dettaglio sugli occhi di un attore, complice il carisma naturale di Clint Eastwood, a narrare emozioni quanto un’azione scenica. Il duello che per la prima volta si trasforma, complice il suo genio, in triello. Spiazzando del tutto lo spettatore e diventando una voce da manuale nella filmografia.

E altre scene, ormai cult. Un’armonica suonata con maestria, una fossa scavata con affanno. Pistole e fucili, ironia e dramma, West e America.

Ci manca Sergio Leone. Anche se i suoi film continuano, per interposta immagine, a consolarci.

Ps: anch’io, come altri cinefili, giunta a Brooklyn non ho potuto che arrendermi alla ricerca trafelata della sua inquadratura/locandina di “C’era una volta in America”. Restandone sopraffatta…

“C’era una volta l’America, e c’è ancora” – Photo by Ester Maero

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Una Lady Gaga irriconoscibile. Naturalmente bella. E incredibilmente talentuosa.

Il suo debutto cinematografico in “A star is born”, presentato al Festival del cinema di Venezia, è una sorpresa, in parte inaspettata. Per la sua bravura. In un ruolo non facile, perché porta con sé dei precedenti illustri, da Judy Garland a Barbra Streisand.

Illuminato Bradley Cooper, regista coprotagonista, il chitarrista/pigmalione Jackson Maine, che ha fortemente voluto Lady Gaga per la parte della cameriera/cantante Ally. Prevedendo la potente capacità mimetica dell’artista. E riuscendo, con abile dote maieutica, a far nascere una stella.

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Chissà perché la felicità è sempre più breve del dolore” si chiede il piccolo protagonista di “Un sacchetto di biglie” in uno degli ultimi momenti luminosi trascorsi con la sua famiglia.

Sono ancora tutti insieme sulla spiaggia di Nizza a godere del sole. Di quello che splende in cielo e di quello che pulsa dentro ciascuno di loro mentre respirano insieme la medesima aria salsa. Un’aria in cui il sale è ancora quello del mare e non quello venefico del male del mondo che di lì a poco appesterà l’umanità intera.

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Difficile credere che Tony Manero possa aver compiuto quaranta anni da quando è entrato nell’immaginario collettivo. Rimanendo non solo uguale a se stesso, come avviene per qualsiasi personaggio fittizio, ma per certi versi ancora attuale.

Però “attuale” in senso filosofico, ovvero “che è passato dalla pura possibilità all’esistenza reale”. Perché la vitalità e la voglia di riscatto sociale del protagonista è diventata, e rimasta, reale per più di una generazione. Come quella discoteca, l’Odissey 2001, luci stroboscopiche e atmosfera futuribile come solo un viaggio nello spazio, galattico o sognato.

La musica disco dei Bee Gees è poi quella che fa credere al protagonista e a chi lo guarda che alquanto, se non tutto, sia possibile. Nonostante violenza, emarginazione e disagio.  Fosse anche solo per una sera della settimana. Il sabato, con la sua febbre di felicità immaginata.

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È uno dei film che più ha contribuito a diffondere nel mondo l’immagine di Firenze e della sua bellezza.

“Camera con vista” di James Ivory compie 30 anni, ma la pellicola con tre Oscar vinti continua a sprigionare incanto per la potenza di tutti gli elementi in gioco. La felice scrittura di E.M.Forster dal cui romanzo è tratto il film, la maestria registica di Ivory non nuovo a tali risultati, il delicato equilibrio attorale su cui spicca una notevole Maggie Smith, la magica luce di cui appare ammantata la città medicea e la sua assolata campagna.

Come dimenticare infatti quella collina di spighe mosse dal vento in cui la rivelazione si rende palese ma non ancora possibile? Sarà necessaria la terra d’Albione a sciogliere i nodi. Rendendo sempre più forti i legami tra gli inglesi e la Toscana.

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“Il cliente” di Asghar Farhadi, Premio Oscar come miglior film straniero 2017, é il racconto di in avvicinamento progressivo verso le proprie linee d’ombra, rompendo gli equilibri relazionali. Elevando al quadrato la riflessione. Perché i protagonisti, giovane coppia borghese di attori, portano in scena “Morte di un commesso viaggiatore”.

Le crepe iniziali nei muri della loro casa di Teheran non sono che il metaforico segno di frattura del loro mondo interno. L’instabilità e la paura diventano così la cifra filmica dominante. Insieme alla discesa verso le proprie parti oscure quando qualcosa di violento irrompe nel fluire quotidiano.

Perdono e vendetta, indulgenza e brutalità, suspense e scelta costringono lo spettatore ad indagare sui confini variabili delle azioni umane. Che Shahab Hosseini, nel suo ruolo di marito protettivo, rende magistralmente credibili.

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