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Archive for the ‘Film’ Category

Archiviata la notte degli Oscar 2022 tra offese (di Chris Rock alla moglie di Will Smith), pugni (di Will Smith a Chris Rock), aspettative realizzate (“I segni del cuore”, remake americano da “La famiglia Belier”) e altre tradite (il nostro Sorrentino con “È stata la mano di Dio”), vale la pena tornare su un film capolavoro, “Parasite”, Oscar 2020, inizio del tempo Covid.

Trasmesso qualche sera fa in prima visione sulla tv generalista, è ora disponibile su Raiplay. Da vedere, assolutamente. Per il rocambolesco intreccio, per il dipanarsi vorticoso tra i generi, per le profonde riflessioni morali, per i continui richiami metaforici, per gli attenti movimenti di macchina, per la stupenda fotografia. E per la misura ritmica, incalzante sempre, anche nel ralenti. Perciò perfetta.

Geniale il regista sud-coreano Bong Joon Ho a raccontare, con disincantato sguardo, un meccanismo inizialmente innocente, destinato però a rotolare, scelta dopo scelta, sempre più in “basso”. Con due famiglie, i Kim e i Park, agli antipodi, seppur spesso sullo stesso piano. Tra scale, odori, acqua. Con vita e morte a rincorrersi, senza saperlo.

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Un gioiellino del cinema spagnolo.

Un meccanismo perfetto e del tutto inaspettato. Un thriller alla Hitchcock, con una storia alla Patricia Highsmith. Un intreccio che sembra qualcosa, ma anche l’esatto contrario. Dipende dal punto di vista. E dalla bravura dimostrativa di un avvocato. Sembra una caccia al tesoro. In realtà è una corsa alla verità. Con l’etica che grida vendetta. E vince. Nonostante tutto.

Perché un contrattempo porta con sé una cascata di eventi. E non è quasi mai un semplice contrattempo.

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Me e il mare

Quando sono nel mio mare “piccolo”, quello di Montale e Calvino, mi trasformo in essere acquatico. Almeno la parte di me che scende nell’acqua salsa e incontra pesci.

Proprio come i protagonisti di “Luca”, film Disney e Pixar ambientato in una località costiera della riviera italiana, storia di formazione di un ragazzino che vive un’estate indimenticabile tra gelati, pasta e lunghissimi giri in Vespa, condividendo le sue avventure con il nuovo amico Alberto. Entrambi hanno però un segreto da mantenere, legato al mare e al suo mondo sommerso.

Affascinante e misterioso e primordiale. Con il racconto di quanto siamo stati quando respiravamo acqua. Da cui forse giunge quella inspiegabile sensazione di benessere che ci abita ogni volta che ci immergiamo.

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Ho rivisto da poco il film francese “Bonne pomme”, apparentemente una delicata commedia d’oltralpe, di quelle leggere o poco più.

In effetti tutto, e in modo profondo, si gioca nell’espressione del titolo, “Bonne pomme”, la “buona mela” da mangiare, ossia il “buon uomo”, inteso come “semplicione”, “babbeo”, il Calandrino boccaccesco di cui approfittare.

Senonché il dipanarsi, neppure troppo astruso della vicenda, fa sì che lo spettatore colga nel protagonista Gerard l’essere in realtà un “uomo buono”. Non solo da cercare quando cambia dimora, perché utile (in officina con i clienti piuttosto che a casa per la sua squisita pasta gratinata), ma anche da seguire nei suoi sogni romantici di fuga.

Il plus è però dato dalla superba prova attoriale di Depardieu e Deneuve, il meccanico e la locandiera, naturali e lievi. Insieme però esplosivi, fin dai tempi di “L’ultimo metrò”, arrivando al più recente “Potiche”. E l’ammiccare tra loro complice, seppur âgé, evidenzia un’intesa persino più seduttiva rispetto alla passione fisica dei corpi più giovani.

E ciò non può che far riflettere sul percorso, sempre in potenza, di tutti noi.

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Un regalo atteso e assai gradito per i cultori della materia.

Perché ritrovi le atmosfere, i personaggi, le stanze, i pensieri che hai amato nella serie televisiva britannica ambientata nello Yorkshire durante il regno di Giorgio V. Anche se.

Anche se è assente del tutto l’intreccio, ora giallo ora rosa, che ha reso “Downton Abbey” un vero oggetto di culto. E le relazioni, prezioso tessuto di trama della famiglia Crawley e dei loro domestici, sono nel film appena accennate. Quindi incomprensibili ai non “addetti ai lavori”, che possono al più godere di un bell’affresco d’epoca.

A noi orfani della serie vincitrice di tre Golden Globe e quindici Emmy, il film rischia di farci rimpiangere i colpi di fioretto che venivano continuamente tramati nell’ombra. Sia nei piani alti che in quelli bassi. Ricordandoci che l’Uomo è, ben oltre il suo stato sociale.

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Il film non l’ho visto. Non ancora.

Ma ciò che mi ha incantato è stata la locandina. Minimale, poetica e bellissima.

Il trailer poi mi sembra un invito ghiotto ad un’immersione in una particolare bolla di sguardi condensati sul mondo. In un silenzio terso di cui sentiamo, da troppo tempo, la mancanza.

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Trent’anni senza le sue trovate filmiche, autentiche invenzioni entrate di diritto nella storia del cinema.

La musica che da colonna sonora, complice il talento di Ennio Morricone, diventa sceneggiatura. Il dettaglio sugli occhi di un attore, complice il carisma naturale di Clint Eastwood, a narrare emozioni quanto un’azione scenica. Il duello che per la prima volta si trasforma, complice il suo genio, in triello. Spiazzando del tutto lo spettatore e diventando una voce da manuale nella filmografia.

E altre scene, ormai cult. Un’armonica suonata con maestria, una fossa scavata con affanno. Pistole e fucili, ironia e dramma, West e America.

Ci manca Sergio Leone. Anche se i suoi film continuano, per interposta immagine, a consolarci.

Ps: anch’io, come altri cinefili, giunta a Brooklyn non ho potuto che arrendermi alla ricerca trafelata della sua inquadratura/locandina di “C’era una volta in America”. Restandone sopraffatta…

“C’era una volta l’America, e c’è ancora” – Photo by Ester Maero

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Una Lady Gaga irriconoscibile. Naturalmente bella. E incredibilmente talentuosa.

Il suo debutto cinematografico in “A star is born”, presentato al Festival del cinema di Venezia, è una sorpresa, in parte inaspettata. Per la sua bravura. In un ruolo non facile, perché porta con sé dei precedenti illustri, da Judy Garland a Barbra Streisand.

Illuminato Bradley Cooper, regista coprotagonista, il chitarrista/pigmalione Jackson Maine, che ha fortemente voluto Lady Gaga per la parte della cameriera/cantante Ally. Prevedendo la potente capacità mimetica dell’artista. E riuscendo, con abile dote maieutica, a far nascere una stella.

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Chissà perché la felicità è sempre più breve del dolore” si chiede il piccolo protagonista di “Un sacchetto di biglie” in uno degli ultimi momenti luminosi trascorsi con la sua famiglia.

Sono ancora tutti insieme sulla spiaggia di Nizza a godere del sole. Di quello che splende in cielo e di quello che pulsa dentro ciascuno di loro mentre respirano insieme la medesima aria salsa. Un’aria in cui il sale è ancora quello del mare e non quello venefico del male del mondo che di lì a poco appesterà l’umanità intera.

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Difficile credere che Tony Manero possa aver compiuto quaranta anni da quando è entrato nell’immaginario collettivo. Rimanendo non solo uguale a se stesso, come avviene per qualsiasi personaggio fittizio, ma per certi versi ancora attuale.

Però “attuale” in senso filosofico, ovvero “che è passato dalla pura possibilità all’esistenza reale”. Perché la vitalità e la voglia di riscatto sociale del protagonista è diventata, e rimasta, reale per più di una generazione. Come quella discoteca, l’Odissey 2001, luci stroboscopiche e atmosfera futuribile come solo un viaggio nello spazio, galattico o sognato.

La musica disco dei Bee Gees è poi quella che fa credere al protagonista e a chi lo guarda che alquanto, se non tutto, sia possibile. Nonostante violenza, emarginazione e disagio.  Fosse anche solo per una sera della settimana. Il sabato, con la sua febbre di felicità immaginata.

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