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Archive for the ‘Arte’ Category

Renato Guttuso, “L’abbraccio” – Mostra: “Renato Guttuso. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68” – Gam Torino, 23 febbraio/24giugno 2018

Alla mostra della Gam dedicata all’arte rivoluzionaria di Renato Guttuso si incontra la sua idea di uomo. Fatica, lavoro, asprezza, ma anche possibilità, incontro, abbraccio. Quello del dipinto manifesto della mostra stessa.

E forse in fondo, ovvero nel senso più profondo, questo è stato il movimento del ’68. Immaginare che “altro”, da quanto prima stato, fosse pensabile e realizzabile. Per l’umanità tutta.

Renato Guttuso, “Comizio di quartiere” – 1975

Così tra i quadri di un Maestro, non sufficientemente ricordato, dell’arte italiana trovi il lavoro schiavizzato dei ragazzini, i carusi, delle solfatare siciliane, ma anche i raduni politici tra e con il popolo. Quel popolo che ai “Funerali di Togliatti” si farà denso e rosso e misto, il volto moltiplicato di Lenin e quello addolorato del contadino. In un abbraccio muto, e forse consapevole, che l’addio era anche per il mondo delle idee.

Renato Guttuso, “I funerali di Togliatti” – 1972

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Amedeo Modigliani, “Alice” – 1915 (SMK – Statens Museum for Kunst, Copenaghen)

Ho scoperto “Alice”, quella di Modigliani, a Copenaghen. In una sala molto luminosa del “Museo di Arte Nazionale” della Danimarca.

È bella, tanto. Come se il “Paese delle Meraviglie” fosse lei, in persona.

Ed è azzurra, come un cielo appena dilavato che non ha scordato le sue nuvole. Pur avendole ormai perse.

Mi piace “Alice”. A tal punto che la considero la mia privata “Sirenetta” in Copenaghen.

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Joan Mirò, “The garden” – 1925

Ultimi giorni per la pregevole mostra “Mirò! Sogno e colore” a Palazzo Chiablese di Torino.

Diceva Joan Mirò: “Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente“.

Perché abbiamo tutti dimenticato il valore della lentezza? Per non dire dell’attenzione, dell’applicazione e della fiducia nel proprio lavoro svolto con impegno?

Oltre il geniale artista, oltre il semplice giardiniere. Oltretutto.

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Banksy, “Walled off Hotel” – Betlemme, 2017

Betlemme. Un laboratorio di ceramica che diventa hotel. Un hotel vista muro, quello che dal 2002 divide Israele dai territori palestinesi.

Una provocazione, l’ultima, di Banksy. Che interviene sui muri delle stanze. In modo immaginifico.

Così un soldato israeliano e un manifestante palestinese lottano sì, ma con i cuscini. E solo le piume cascano a terra.

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E’ già in viaggio per Verona, dove sarà inaugurata il primo aprile, la mostra di “Toulouse-Lautrec La Belle Epoque” che ha appena chiuso i battenti a Torino.

Oltre centocinquanta opere, tutte provenienti dall’Herakleidon Museum di Atene, ad illustrare l’opera anticonformista e innovativa del pittore bohémien della Parigi di fine Ottocento.

Gran parte del percorso espositivo si snoda sui locali di Montmartre, quelli frequentati dall’aristocratico visconte Henri de Toulouse-Lautrec per dimenticare se stesso. Diventando confidente di ballerine e prostitute, sentendosi emarginato come loro. Così rappresenta la vita al Moulin Rouge e in altri teatri del quartiere, insieme alle maisons closes, dove fissa la sua dimora-studio.

Deforma le linee, quasi a sottolineare le proprie deformità, aprendo la strada agli espressionisti. Con profonda partecipazione emotiva, cogliendo aspetti della vita intima delle donne da lui ritratte. E a volte amate. Seppur in modalità burrascosa. Quella della sua stessa esistenza.

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Da collezione il numero 3197 di “Topolino” che omaggia i 50 anni di Corto Maltese.

La storia non poteva che essere la parodia de “La ballata del mare salato”, col Topo più famoso che diventa Corto a partire dall’inconfondibile giacchetta.

E l’abile matita di Giorgio Cavazzano, a sua volta nel cinquantesimo di attività, riesce a rendere con sublime maestria lo sguardo nostalgico e oltremondo di Corto Maltese.

Con quel tratto che si fa colorata acqua nel raccontare passi e pensieri del mitico marinaio di Hugo Pratt.

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E’ divenuto famoso per lo scatto della “Ragazza afghana”, quello sguardo magnetico da “Gioconda” che porta inscritto, senza mostrarlo, il mondo circostante. Occhi verdi e drappo rosso.

E poi gli scatti delle Torri Gemelle in fiamme, in rovina, in caduta. A raccontare un mondo che finiva.

Ma il fotografo Steve McCurry è soprattutto la cura millimetrica, linee e colore, nello scolpire con la luce e l’intuizione i volti delle latitudini meno ricordate. Asia in particolare.

La mostra che gli fa omaggio a Venaria Reale, oltre che ricca di materiale, è un viaggio intorno al paesaggio Uomo. Narrato da un sublime sguardo d’artista.

 

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