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Archive for ottobre 2022

Proviamo a stare, giusto il tempo di questo post, nel mood “dolcetto o scherzetto” tra zucche e pipistrelli, ripensando agli “scherzetti” degli ultimi giorni, che spereremmo davvero tali. E invece…

Number 1: Il Presidente del Senato La Russa, seconda carica dello Stato, in una recente intervista a “La Stampa” alla domanda se celebrerà il “25 aprile”, Festa per tutti gli italiani di liberazione dal nazifascismo, ha risposto: “Dipende. Certo non sfilerò nei cortei per come si svolgono oggi. Perché lì non si celebra una festa della libertà e della democrazia ma qualcosa di completamente diverso, appannaggio di una certa sinistra.” Sembra uno scherzetto, e invece…

Number 2: Nostalgici del Ventennio in camicia nera, anche bambini, a Predappio per commemorare il centenario della “Marcia su Roma”. Con tanto di saluto romano (e l’apologia di fascismo?). Sembra uno scherzetto, e invece…

Number 3: Nel primo decreto del nuovo governo stop mascherine negli ospedali, il luogo dei fragili per antonomasia. Poi anche no. E invece sì al reintegro di medici e operatori sanitari no vax, come se nulla fosse stato (aria di condono?). Il che suona, rispetto a quanto fatto da tutti, più come una beffa che come uno scherzetto…

Ps: Consegno dolcetti, basta scherzetti…

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C’è chi si ostina nel fastidio (“parliamo ancora di fascismo?“), chi invece rievoca con qualche nostalgia (pochi ma pericolosi), chi infine sente giustamente un dovere morale ricordare quel 28 ottobre 2022, “una data funesta – come ha detto Liliana Segre – della storia italiana, che segna l’inizio del fascismo, la più grande sciagura della storia nazionale del secolo scorso“.

Non dimenticare gli eventi storici, cercando di comprenderne le cause, è buona e doverosa pratica che va insegnata alle nuove generazioni in una sorta di passaggio del testimone. Affinché le democrazie, sempre fragili, sempre in divenire, possano sviluppare anticorpi stabili verso possibili sottrazioni di libertà ed uguaglianza.

Anche il cinema, attraverso il documentario “Marcia su Roma” del pluripremiato regista Mark Cousins, con archivi inediti ferma la riflessione su quell’evento epocale, l’ascesa al potere di Mussolini e la sua Marcia su Roma nel 1922, che innescò una catena di accadimenti sempre più tragica. Influenzando poi molte delle tirannie mondiali dal XX secolo in avanti.

Ricordare, senza relegare un tale episodio a fenomeno di contorno, è necessario. Anche per l’esecutivo di un Paese. Di qualsiasi parte politica esso sia.

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Appare senza età Roberto Benigni, il nostro folletto nazionale capace di suscitare riso, commozione, riflessione. Secondo l’abito indossato.

Una comicità dissacrante la sua, che usa in maniera sapiente il linguaggio del corpo insieme ad un talento che sa cogliere i diversi registri umani. Così è “Il piccolo diavolo”, “Johnny Stecchino”, “Il mostro”, ma anche “Pinocchio”, sia figlio che padre. Per non parlare della surreale coppia in viaggio nel tempo in “Non ci resta che piangere”, in cui la magica complementarietà con Massimo Troisi diventa un cult in numerosi sketch del film, quasi novelli Totò e Peppino in un mondo rinascimentale.

Ma è ne “La vita è bella”, tre Premi Oscar, che Benigni compie il miracolo, pescando in sé la vena malinconica e struggente sottesa alla battuta mordace. Raccontare l’orrore della Shoah ad un bambino attraverso lo strumento del gioco fiabesco sembrava una sfida azzardata, eppure vinta tra lacrime e sorriso.

Non si può però dimenticare la capacità affabulatoria e recitativa di Roberto Benigni, sommo attore per il Sommo Poeta. Le sue “lezioni” su Dante hanno avvicinato alla Commedia anche chi faticava a leggerla. Insieme al suo racconto appassionato intorno alla nostra Costituzione, “La più bella” la definì, e i Dieci Comandamenti, quasi un memorandum dell’agire etico di ogni uomo.

E in ogni campo sempre con quella scanzonata leggerezza, che è poi profonda riflessione sulla natura intrinseca dell’umano. Tenendo presente, come ci ricorda lui, di essere felici, “e se qualche volta la felicità si scorda di voi, voi non scordatevi della felicità”. 

Quindi auguri di felicità a te Roberto, e buon Settantesimo!

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La vertigine è la sensazione che alcuni di noi stanno provando di fronte all’insediarsi del governo Meloni, dopo aver già provato un leggero sbandamento di fronte alla nomina dei Presidenti di Senato e Camera.

Il centenario dalla “Marcia su Roma” rende poi surreale quanto sta avvenendo. Ma procediamo con “ordine”, come piace al nuovo corso.

Intanto chapeau a Giorgia Meloni per essere riuscita a sfondare il tetto di cristallo, diventando la prima donna premier in Italia. Peccato che le donne ministro del suo governo siano davvero poche, seppur con nomi di peso. O meglio sono i nomi dei ministeri a rievocarci pagine già scritte di Storia.

Si va da quello della “Famiglia e Natalità e Pari Opportunità”, che nella “natalità” sembra richiamare inviti novecenteschi a procreare, a quello di “Istruzione e Merito”, in cui il “Merito” profuma appena un po’ di “Ventennio”. Che pensare poi di “Sport e Giovani” e “Imprese e Made in Italy”? Benvenuti in populismo e autarchia.

Sorvoliamo sul ministero della “sovranità alimentare”, insieme all’Agricoltura, prendendo per buono l’esempio francese. Con la speranza che il richiamo a Trump sia solo un pensiero malizioso di noi nostalgici delle frontiere aperte e delle libertà condivise.

Ci sono poi i ricorsi storici più recenti con il leitmotiv “conflitto di interessi” in gran ripresa, grazie alle spiagge di Santanchè (al Turismo) e all’industria bellica di Crosetto (alla Difesa). Ma sono dettagli. Allo stesso modo di quelle lievi tracce di nepotismo sparse qua e là, tanto quanto basta come il sale in cucina.

Sulla Costituzione Italiana, saldo baluardo alla salvaguardia dei diritti di tutti, i neo ministri hanno comunque giurato. L’augurio è che l’esecutivo tutto se ne ricordi quando porrà mano ai propri atti di governo.

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A legislatura appena iniziata, si procede al meglio tra ritratti, desiderata e lettere. Virando lievemente a destra.

Tra le foto dei ministri di epoca repubblicana appese al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) è apparso il ritratto di Mussolini. Forse perché, come sostiene La Russa Presidente del Senato, “siamo tutti eredi del duce” (davvero?!). La giustificazione ufficiale? Perché fu il primo ministro delle Corporazioni. Ohibò!

Il senatore Gasparri ripresenta (per la terza volta) una proposta di legge antiaborto. Rendendo forse compiaciuta la terza carica dello Stato (leggi Fontana) ma parecchio inquiete le donne.

Tra Berlusconi e Putin è ripreso, a detta del primo, il rapporto di amicizia attraverso un affettuoso scambio, rivendicato con orgoglio, di dolci lettere e bottiglie di vino. Con imbarazzo delle cancellerie europee, di alquanti cittadini italiani e persino di alcuni suoi alleati.

Ma tutto procede al meglio…

Ps: che traffico poi intorno alla lista dei ministri…

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Un passaggio di consegne distopico quello tra la senatrice Liliana Segre, che ieri 13 ottobre 2022 ha presieduto l’apertura della diciannovesima legislatura a Palazzo Madama, ed il senatore Ignazio La Russa che è stato eletto alla seconda carica dello Stato. E proprio nel centenario della “Marcia su Roma”.

Quello di Liliana Segre è stato un discorso di monito per tutti: “Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti. In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione Repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.”

Parole da brividi, soprattutto vedendo poi l’elezione a Presidente del Senato di Ignazio La Russa che non ha bisogno di presentazioni. Giunto a tanto col contributo di una ventina di voti dell’opposizione. E che, nel suo discorso di insediamento, ha auspicato che alle feste nazionali del 25 aprile (Liberazione), 1°maggio (Lavoro) e 2 giugno  (Repubblica), a cui aveva fatto riferimento la senatrice Segre come date da celebrare e vivere non come “divisive” ma con “autentico spirito repubblicano”, si possa “aggiungere la data di nascita del Regno d’Italia che prima o poi dovrà assurgere a festa nazionale”. Tempo storico in cui, va ricordato, eravamo monarchia e senza alcuni territori ora italiani (leggi Veneto e Trento e Trieste e Roma e il Lazio). Cosa dovremmo festeggiare (forse il re?!) e in cosa sentirci uniti (senza alcune parti) non è affatto chiaro. Sarà l’emozione (e forse l’incredulità) di sedere su tanto scranno dato il cursus honorum. 

Cominciamo davvero bene…

Ps: oggi si è replicato, con la nomina di Lorenzo Fontana (anche per lui ogni presentazione appare superflua) a Presidente della Camera, ovvero alla terza carica dello Stato. Nomi quali Sandro Pertini o Nilde Iotti appaiono davvero lontanissimi.

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Nel nome il suo destino. Purtroppo.

La scultura in marmo, un giovane profugo sdraiato a terra su un ponte, quello che a Roma conduce a Castel Sant’Angelo, è talmente realistica nella sua inquietante bellezza da ricordare in modo evidente al passante che non si può inciampare nell’altro con indifferenza.

L’opera, In Flagella Paratus Sum – “Sono pronto al flagello”, è stata deturpata in questi giorni a tal punto che il Comune di Roma ha dovuto rimuoverla. L’artista Jago, al secolo Jacopo Cardillo, ha dichiarato: “Sapevo che sarebbe successo”, considerato il titolo dato alla scultura. Quindi la bellezza quale fastidio. Soprattutto se rappresenta quanto fastidia.

Tacendo poi degli uomini, in carne ed ossa non solo scolpiti, “pronti al flagello”. Per ignominia di altri uomini.

Mala tempora currunt. 

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Toni caldi, quasi accesi, per una stagione che sembra presentarci alte temperature. Non tanto climatiche, almeno nell’immediato, quanto ambientali.

Crisi energetica, inflazione galoppante e venti di guerra surriscaldano il nostro immaginario e il nostro reale, già duramente provati dalla bufera pandemica.

Stiamo perdendo ogni giorno un po’ di più la capacità, fondamentale per l’uomo, di vedere orizzonti. Accontentandoci di vivere alla giornata. Anzi, di sopravvivere.

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