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Archive for aprile 2022

Una statua di Kiev, rappresentante l’amicizia tra un operaio russo e uno ucraino, violata. Definitivamente.

Con la testa del russo rotolata a terra, che scruta, quasi sorpreso, il mondo dal basso.  Inaspettatamente.

Perché il monumento era nato affinché i due operai stessero sempre insieme. A sottolineare quanto i due popoli siano/fossero fratelli. Atavicamente.

Ma la guerra scava trincee. In terra. E in testa.

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Resistenza, Libertà, Costituzione.

Tre parole cui rendere omaggio, ricordando.

Perché la Resistenza, come scriveva Beppe Fenoglio ne “Il partigiano Johnny”, è un’esperienza “assoluta“, che trascende il tempo. Quando Johnny guardò per l’ultima volta il viso del partigiano Tito, “ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti“.

Perché la Libertà, nelle parole di Piero Calamandrei intimandoci a ricordare, “è come l’aria: ci si accorge quanto vale quando comincia a mancare”.

Perché la Costituzione, come sottolineava Sandro Pertini, “è un buon documento, ma spetta ancora a noi fare in modo che certi articoli non rimangano lettera morta, inchiostro sulla carta. In questo senso la Resistenza continua.”

Ecco perché il 25 aprile è data costitutiva per noi italiani. Da tenere impressa e stretta. A monito.

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Anna Achmatova, ritratto di Kuzma-Petrov-Vodkin

Come a una voce lontana presto ascolto, 

Ma intorno non c’è nulla, nessuno. 

In questa nera buona terra 

Voi deporrete il suo corpo. 

Né il granito né il salice piangente 

Faranno ombra al cenere leggero, 

Solo i venti marini dal golfo 

Per piangerlo accorreranno...”

Anna Achmatova, da “Poema senza eroe e altre poesie”

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Charmant, l’aggettivo che la descrive meglio. Perché Catherine Spaak era elegante, ironica, raffinata, mai sopra le righe e discreta. Nella voce, nei gesti, nei fatti.

Anche quando, icona adolescenziale in tutina marinara, nel film “Il sorpasso” non era sempre rispettata dagli uomini del set, per il suo essere timida e ingenua, col “Me too” di là da venire.

Anche quando le fu sottratta la primogenita avuta con Capucci, perché il mestiere d’attrice, in sede giudiziale d’affidamento, fu considerato di dubbia moralità.

Anche quando finiva un amore, più o meno famoso, con tutti gli strascichi, ritorsivi e nostalgici che esso può sempre comportare.

Anche quando, d’improvviso, le fu chiuso quel programma, cult e di successo, che era “Harem”, in cui lei magistralmente sapeva far salire in superficie i pensieri più nascosti e inaspettati delle ospiti di turno.

Perché era proprio charmant Catherine Spaak, di quello charme che non fa mai alzare i toni. Eppure la stanza in cui entrava si riempiva ogni volta della sua presenza.

Adieu Catherine, e bon voyage

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Auguri di Buona Pasqua, tenera e serena, a tutti i viaggiatori di espress451.

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Surrealtà allo stato puro. Un “The Truman show” quasi in diretta. Al punto da rischiare di confondere i piani.

“Servitore del popolo”, la serie televisiva con cui Zelensky attore si è fatto conoscere al mondo e grazie a cui è diventato Presidente dell’Ucraina, è ora in onda su La7. Da vedersi. Perché è una capriola di vertigini. Specie ora che Volodymyr Zelensky è anche altro.

La serie racconta un’idea già sfruttata: un uomo qualunque, qui un professore di storia, viene eletto inaspettatamente Presidente del proprio Paese, con la possibilità di porre finalmente in atto quanto spiegava ai suoi studenti e che ogni popolo sogna. Eliminare ogni corruzione (e corruttore) nella “stanza dei bottoni” e diventare “Servitore del popolo”.

La prima vertiginosa capriola si prova vedendo gigioneggiare sul set l’attore Zelensky in abiti di scena, lo stesso che oggi vediamo a tratti giganteggiare sul set reale e mondiale in abiti militari difendendo eroicamente il suo Paese invaso e bombardato e depredato dalla Russia.

La seconda vertiginosa capriola si prova realizzando che Zelensky, il quale nella serie finge di diventare Presidente ucraino, è divenuto poi realmente Presidente ucraino con il settanta per cento di voti a favore del suo partito, “Servitore del popolo”, manco a dirsi. Così Zelensky si è trasformato nel suo personaggio televisivo, a tal punto da poterlo sostenere anche fuori dal set. Col plauso plurale del suo popolo.

La terza e mirabolante capriola si fa quasi in diretta. Partecipando, in tale smistamento di piani, al salto temporale e materiale tra l’iniziale Zelensky attore, leggero e predittivo, e l’attuale Zelensky Presidente, ahinoi drammatico e sotto attacco. Con due stature morali non comparabili, sia per la diversa altezza dei ruoli (seppur identici) che per la finzione insita in uno di questi. Seppur in entrambi i piani sia comunque “Servitore del popolo”. O meglio, resista tale.

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Pink Floyd di nuovo insieme per l’Ucraina.

Lo struggente brano “Hey Hey Rise Up” nasce dalla collaborazione di David Gilmour e Nick Mason con il bassista Guy Pratt e Nitin Sawhney alle tastiere, insieme ad una performance vocale di Andriy Khlyvnyuk della band ucraina Boombox. La voce di Andriy è stata estrapolata da un suo post Instagram che lo immortala mentre canta in Sofiyskaya Square a Kiev un brano ucraino folk di protesta, “Oh, The Red Viburnum In The Meadow”, scritto durante la prima guerra mondiale e che si è diffuso in tutto il mondo durante le proteste all’invasione dell’Ucraina.

I ricavati del singolo andranno alla Associazione benefica per il popolo ucraino Ukraine Humanitarian Relief Fund.

 

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Renato Guttuso, “Fucilazione in campagna” – 1938.

La guerra è sempre dolore inutile e con quella sua triste costante che ricordava Gino Strada, “il 90% delle vittime sono civili, persone che non hanno mai imbracciato un fucile“.

Poi ci sono i crimini di guerra. Che sono sofferenza inflitta in modo spietato e gratuito, cioè tortura, ad una popolazione. Per eliminarla. Abbandonandone i corpi in strada o nascondendoli in fosse comuni. E negando che ciò sia avvenuto. Un massacro da denunciare, perseguire e punire.

Dire infine che tali crimini sono, come sostiene la Russia, “una produzione di Kiev per i media occidentali”, è follia non più umana, bensì un orrore elevato a sistema. Che fa mancare persino il fiato, non solo le parole.

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E se i corridoi umanitari avessero infine la possibilità di essere, ma per davvero?

E se durante le trattative di pace i bombardamenti cessassero?

E se i bambini potessero tornare a fare girotondo?

E se questi “se” non apparissero solo miraggi da primo d’aprile, permettendoci di giocare ancora con gli innocui “pesciolini d’aprile”?

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