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Archive for giugno 2021

Il nostro Bel Paese da oggi si smaschera all’aperto, mentre la variante Delta corre e la campagna vaccinale, seconde dosi, tenta di starle appresso. Ma tale e smaniosa era la richiesta (forse più politica che civile) di smascherarsi (del resto l’uso atrofico di un cencio è quasi peggio del non uso) che alla fine è.

Anzi, a ben dire già era. Gli stessi abbracci di piazza a maschera zero nei dopo gol europei, seppur comprensibili, sembrano aver scordato il tunnel da cui tutti noi proveniamo.

Paese davvero strano il nostro. Nel senso etimologico di “estraneo”, quindi “straniero”. Etranger, almeno per me. Un Paese in cui il dibattito sulle “maschere” (Pirandello insegna) ci appassiona di più di quello sui diritti civili e sulle condizioni dei lavoratori. Senza quasi renderci conto del rischio di trasformarci così in maschere nude.

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Ho nuovamente scelto un libro perché è stata la copertina a scegliere me. Per le forme semplici, i colori primari e l’atmosfera estiva, intuibile da costume-mare-relax.

La macchia rossa sottolinea però il genere poliziesco, già definito dal titolo, “Madame Le Commissaire e l’inglese scomparso”. In realtà è l’ambiente provenzale, con i suoi profumi di lavanda e il frinire di cicale e il ritmo lento tra un pastis e una tapenade all’ombra dei platani, ad accompagnare il lettore fin dalle prime pagine.

Ci si ritrova così, grazie alla sapiente scrittura di Pierre Martin, in vacanza in una tranquilla e ridente località del Sud della Francia insieme alla protagonista, in fuga da ricordi traumatici di lavoro. Senonché una strana scomparsa mette in moto un meccanismo alquanto naturale in lei, per cui comincia ad indagare, tra una nuotata e una grigliata. Ma ad ogni passo la trama sembra infittirsi, con un meccanismo di suspence crescente. A tal punto da richiedere a Isabelle Bonnet piena e completa operatività, seppur tra una partita di petanque e una gita a Saint-Tropez.

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Dicono che abbiamo compiuto, in poco più di un anno, un balzo temporale di un lustro. Forse proprio da ciò deriva quel senso indefinito di straniamento, che ci sta abitando, rispetto ai soliti binari di percorrenza.

L’effetto è quello di un elastico quando, in massima tensione, aumenta il suo potenziale di contenimento (per noi cinque anni in uno). Ma, appena esaurita la spinta tensiva (il ritorno al tempo “normale”), rientra nella propria regolare dimensione con un balzo all’indietro, provocando un nuovo crash test.

Ecco forse perché fatichiamo a ritrovare i binari antichi. Quasi che la scossa d’assestamento abbia reso a scartamento ridotto i binari d’allora. Lasciandoci smarriti sul nuovo passo da adottare.

Come un salto nel vuoto col bungee jumping. Dopo l’adrenalinica caduta, il ritorno ti può portare a sfiorare la roccia/realtà mentre per un po’, fino all’esaurimento della spinta, continui a penzolare, in attesa di essere riportato su. Con la sensazione di straniamento a tenerti compagnia per qualche tempo.

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Tele di Alberto Burri

Ci avviamo a diventare, tra contraddizioni e fatiche e drammi, un Paese quasi tutto “bianco”. E in tempo pandemico “il colore non colore” è sinonimo di ritorno ad una modalità quasi senza restrizioni. Eppure…

Eppure questo “bianco” ha poco da spartire col colpo di spugna che rende la tela nuovamente intonsa, pronta per essere ridipinta. Questo “bianco” rimanda semmai alle tele di Alberto Burri, in cui la “purezza” si frammenta e le ombre delle fenditure disegnano in maniera netta l’immagine di un terreno inaridito. Che è quanto siamo e ci sentiamo ora. Senza “acqua/vita” da parecchio tempo. Incapaci persino, nel nostro interiore tessuto, di “dissetarci”, perché ci siamo rinchiusi in un approvvigionamento di sopravvivenza, quindi sterile.

Abbiamo necessità di una “rieducazione”, propriamente un “ex-ducere“, un “condurre fuori” noi stessi verso quanto giunge dal nostro esterno. Il che non è poi così istintivo, né semplice.

Un “bianco” quindi che ci incanta e ci abbaglia. Forse perché, come recita il “Moby Dick” di Melville, “Non abbiamo tuttavia ancora risolto l’incantesimo di questo biancore, né appreso perché esso rivolga un richiamo di così grande potenza all’anima.”

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Sebastião Salgado durante la lavorazione del documentario “Il sale della terra” di Wim Wenders

Nella giornata mondiale dell’ambiente sono auspicabili meno parole e più sguardi. Di autentica attenzione al pianeta nostro.

Perché, come dice il fotografo Sebastião Salgado, “L’uomo è l’animale più crudele ma capace di elevarsi sopra se stesso”. E lo ha magistralmente raccontato nel superbo poema visivo “Il sale della terra” realizzato col regista Wim Wenders. In cui l’affetto sacrale e commovente per l’ambiente diventa pennellata di luce e ombra. A sottolineare quanto l’uomo sia “sale” della terra.

E come tale l’uomo apporta sapidità ai luoghi che abita. Ma proprio lì sta, etimologicamente e anticamente, la saggezza dell’uomo. Che ha il dovere di riflettere su quanto l’eccesso di “sale” possa rendere la terra inospitale.

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La Repubblica Italiana nasceva 75 anni fa.

La Costituzione l’ha resa indubbiamente bella. Le imperfezioni si sono però rese evidenti fin da subito nel suo tessuto endemico, dalla corruzione alla mafia, dalla scarsa cura intorno ad ambiente ed infrastrutture alla insufficiente attenzione verso le aree e le persone più fragili del Paese.

Continuare a ricercare un senso comune, insito nella parola stessa “repubblica”, porgendolo alle generazioni future, questo dovrebbe essere il dovere etico di ciascuno. Ancora, purtroppo, poco endemico.

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