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Archive for dicembre 2020

A mural by street artist “TV Boy” (Photo by Andreas Solaro) 

Comunque lo guardiamo il 2020 è l’anno della pandemia SarsCov2.

Tutto è ruotato, al contrario e fuori binario, intorno a Covid19, avversario feroce del sistema immunitario. Capace di trasformare persino il vocabolario del genere umano.

Questo ne è il diario minimo. Ripercorriamolo. Sperando funga, almeno in parte, da catarsi collettiva.

L’anno inizia con l’eco, che appariva geograficamente lontana, di un virus contagioso partito dal mercato cinese di Wuhan, talmente epidemico da costringere nottetempo la popolazione a costruire un ospedale. Ma alle nostre latitudini ci si appresta all’appuntamento nazional-popolare del Festival di Sanremo, e tutto è ancora incredibilmente leggero. Seppur la canzone vincitrice di Diodato, Fai rumore, sembri preannunciare, inconsapevole, quanto sarà da lì a poco: “Ché non lo posso sopportare / questo silenzio innaturale“.

La deflagrazione giunge nei giorni di Carnevale, costringendoci a passare, inopinatamente, dalla maschera di Carnevale alla mascherina chirurgica. Da subito però oggetto introvabile, per cui provvisoriamente sostituito dal “distanziamento sociale”. E altre parole cominciano a fare la loro comparsa, quasi una neolingua di orwelliana memoria: droplet, smart-working, lockdown. Meglio se straniere, perché il significato rimane sfumato. E l’angoscia solo posticipata.

Perché si tratta di reale “incubo”, ossia “ciò che giace sul dormiente”. Infatti le notti si fanno piccole ma lunghissime, uguali nel loro dipanarsi ai giorni. Tutti chiusi, noi e il tempo, nelle case, mentre fuori il virus circola, incombe e miete vittime. I suoni di sirena vanno ad intrecciarsi in modo sinistro con i rintocchi delle campane, mentre le file divengono il nuovo modo di stare e di andare. Tutto fermo, immobile, e vuoto. Un quadro metafisico. Con la solitudine dell’uomo che si amplifica a dismisura intorno alla fine. E il silenzio che fa rumore.

Poi ci fidiamo, troppo, della luce dell’estate. Senza ricordarci che questo virus è infido e subdolo. Approfitta del nostro esser cicale per non permetterci di tornare ad essere formiche nell’autunno. E la seconda ondata ci sommerge, costringendoci in zone chiuse anche se colorate. Numeri spaventosi, come in una guerra. Con la parola “vaccino” a farsi però realtà, seppur ancora minima.

In questo torbido sfondo sempre presente, abbiamo assistito al movimento dei “Black Lives Matter” in memoria di George Floyd e all’elezione complessa di Joe Biden a 46° Presidente degli Stati Uniti d’America.

E abbiamo dovuto dire addio a tanti punti cardinali, sentendoci più sperduti. Luis Sepúlveda, Ezio Bosso, Ennio Morricone, Franca Valeri, Quino, Sean Connery, Gigi Proietti, Diego Armando Maradona, Paolo Rossi, Kim Ki-duk, Pierre Cardin.

Anno di fatica, di gravità, di resistenza. E di ingresso, doloroso, nella Storia.

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Si leggerà sui libri di storia:

‘Il 27 dicembre 2020 iniziò in tutta Europa la campagna vaccinale contro SarsCov2. Lo chiamarono V-day (rischiando la confusione con un altro giorno V, di altra e più antica memoria), ovvero “Vax-day”, “Giorno del vaccino”. Gli automezzi del gelo (il primo tipo di vaccino richiedeva per la conservazione una temperatura di -70°) consegnarono per tutto il Vecchio Continente le prime dosi, considerate l’inizio emblematico di uscita da quell’anno virale, e straordinario nel male, per tutto il pianeta. I primi vaccinati, operatori sanitari e ospiti delle Rsa, ripresi e fotografati dai mezzi di comunicazione per diffondere la Buona Novella. Già dalle prime ore di quel giorno storico sorsero però i primi dubbi, divenuti poi dibattiti e polemiche, sulla spartizione di quelle iniziali e simboliche dosi. L’Italia figurava fanalino di coda rispetto agli altri partners europei. Forse perché aveva scommesso maggiormente sul proprio vaccino, che però tardava per problemi riscontrati nell’ultima fase di sperimentazione. O forse perché in quel tempo il Bel Paese continuava ad essere considerato un po’ meno che alla pari degli altri Stati membri dell’Unione Europea. Per motivi che all’epoca venivano imputati a questioni minime di debiti e credibilità. Ma il tempo quasi tutto ristora, e infatti sappiamo ora… “.

Invece adesso, 27 dicembre 2020, ancora poco sappiamo. Persino non ci accorgiamo che stiamo scrivendo, nostro malgrado, la Storia.

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Auguri di un Natale Sereno. Seppur straordinario.

Che la Nascita possa annunciare agli Uomini di Buona Volontà il rientro in una ritrovata ordinarietà.

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È stato definito il “Solstizio degli Dei”.

Oggi 21 dicembre 2020, solstizio d’inverno, si incontrano i due giganti del Sistema solare, Giove e Saturno, in quella che viene chiamata la Grande Congiunzione.

Evento eccezionale, con un precedente risalente al 16 luglio 1623, occasione in cui non fu possibile l’osservazione diretta perché i due pianeti erano molto vicini al Sole. Una congiunzione così stretta e visibile è datata 4 marzo 1226. Si pensa che un simile evento astronomico fosse quello che guidò i Re Magi verso la capanna di Gesù Bambino, definito nel Vangelo di Matteo “stella cometa”.

La stretta vicinanza di Giove e Saturno li fa oggi apparire nuovamente come un unico astro, già ribattezzato “Stella di Natale 2020”.

Effetti davvero speciali nei cieli. Con probabili tempeste solari per il potente campo magnetico e gravitazionale dato dal “tocco” dei due pianeti. E conseguenti aurore boreali visibili anche alle nostre latitudini.

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SEBASTIAN MÜLLER – AERIAL PHOTOGRAPHY AWARDS 2020

È necessario.

Dobbiamo stare. Nel presente. Fermi. Anche con la mente.

Senza nasconderci la realtà. Senza ancorarci alle forme del passato. Senza precipitarci verso le forme del futuro.

Dobbiamo stare. Aspettando che passi l’onda. Sopra le terre emerse. Sopra le nostre teste.

Senza dimenticare che la vita è primaria su tutto. Ma proprio su tutto. Interessi, profitti, consuetudini.

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“Tutto torna veloce su sé stesso.

Cieli, costellazioni, fiumi, mari.

Bambini e giovani e uomini,

e anziani e vecchi… E bambini.

Tu invece rimani stabile stella,

antico e sicuro porto affettuoso

nel mio viaggio di vento e maroso.

Il pensiero di te mi fa primavera…”

A mamma Marisa (e al Maestro Kim Ki-duk) 

 

 

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Chissà a cosa pensano nell’Altrove per chiamare, poco dopo il numero 10 “Pibe de oro”, il numero 20 “Pablito”, l’eroe del mitico mondiale di Spagna 1982.

Che estate fu quella! Leggerezza e gioia, null’altro. Con la nazione che riscopriva unità e orgoglio attraverso i ragazzi di una nazionale che giocò col cuore, fino in fondo. Fino a vincere un mondiale. Il terzo per l’Italia. Tra quei ragazzi Paolo Rossi, fortemente voluto da Bearzot, nonostante il mondo contro. E “Pablito”, così chiamato da tutti dopo i suoi primi e inaspettati gol, confermò in modo magico le aspettative del mister. Rendendo reale quel fantastico crescendo, partita dopo partita, verso il titolo mondiale.

Come ebbe a dire lo stesso calciatore, “Non avrei più vissuto un momento del genere. E me lo sentivo scivolare via. Ecco: era già finito…“.

E oggi la sensazione è quella. Che tutto sia scivolato via. Troppo in fretta. Lasciandoci senza l’energia rapida di Paolo Rossi, che rese possibile un sogno. Già finito.

Grazie, Pablito.

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L’8 dicembre 1980 Mark David Chapman aspetta per un autografo John Lennon davanti al Dakota Building di New York, dove viveva con la moglie Yoko Ono. Subito dopo lo uccide con quattro colpi di pistola.

E così, in modo brutale e drammatico, se ne andava uno dei Fab Four, due mesi dopo il suo quarantesimo compleanno. Col numero quattro ad avvitarsi su se stesso.

La sua musica, le sue canzoni, i suoi sogni intorno ad un mondo migliore continuano ad essere attuali. A tratti immaginifici:

Immaginate tutta la gente
Che vive la vita in pace

Si potrebbe dire che io sia un sognatore
Ma io non sono l’unico
Spero che un giorno vi unirete a noi
Ed il mondo sarà come un’unica entità“.

 

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Chi sfoglierà in futuro i libri di storia avrà un brivido a leggere che il Natale 2020 fu normato. Per tutto il globo terrestre. Al fine di evitare una terza ondata di pandemia. Quella da SarsCov2, che sconvolse la vita degli umani in quel terribile 2020, sottraendo a molti umani la vita stessa. In modo rapinoso e drammatico, lasciando una scia di devastazione in chi tanto perdeva. Restando attoniti, senza congedi, senza consolazioni. Perché il contagio stava nell’ombra e alla luce, sempre pronto a fagocitare altre vittime.

Ecco perché, si leggerà, in quel 2020 annus horribilis si decretò per legge cosa fare e come comportarsi a Natale.

Senza feste e abbracci, più soli che accompagnati. Tavole con sparuti commensali, generazioni divise. Territori isolati, viaggi vietati.

E il colore rosso, quello per antonomasia del Natale, temuto per la sua componente intrinseca di pericolo alto di contagio.

E il calendario dell’Avvento che sciorinava ogni giorno, all’apertura della casella, un numero tristissimo di vite sottratte alla vita.

E la speranza del Bambino riposta in un nuovo vaccino. Che stava per giungere, salvando forse l’Uomo, ancora una volta, dal suo peccato…

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Il regista Emir Kusturica, con il suo sguardo poetico, è riuscito a cogliere nel profondo l’essenza sfaccettata di Diego Armando Maradona, quel suo élan vital da eterno bambino che lo ha reso carismatico insieme al talento calcistico da fuoriclasse.

E il suo film documentario “Maradona by Kusturica”, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2008, ci racconta le sfumature, gli sguardi, i sogni, i démoni dell’uomo Diego, insieme al mito inarrivabile Maradona, Mano de Dios, che attirava in modo magnetico folle oceaniche.

Vivo la vita che voglio vivere” affermava con forza Diego al regista. Raccontando in modo lucido e senza diaframmi la sua origine povera ma affettuosa, il suo legame ancestrale con la pelota e l’Argentina, il suo amore sincero per la famiglia e i tifosi, la sua dipendenza dalla cocaina.

«So di aver fatto del male prima di tutto a me stesso e quindi alla mia famiglia, alle mie figlie. Credo che in futuro imparerò a volermi più bene, a pensare di più alla mia persona. Non mi vergogno però. Non ho fatto male a nessuno, salvo a me stesso e ai miei cari. Mi dispiace, sento una profonda malinconia, soltanto questo».

E nella canzone che canta insieme ai suoi amici, sotto lo sguardo attento del regista, il ritmo gioioso è venato proprio di quella profonda malinconia.

Quella di ogni uomo quando ripensa ai fotogrammi già storia di sé.

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