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Archive for novembre 2020

Ora che i riti laici e sacri sono conclusi, sembra ancora più irreale che Maradona non sia più. A trasudare talento ed eccesso. Ed è allora che ti rendi conto che il Pibe de oro è già entrato nella leggenda. Essendo lui stesso mito, personaggio epico, dio pagano. Quindi immortale.

Pasolini diceva che “il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo“. Nel caso di Diego Armando Maradona l’aura di sacralità era ammantata di fragilità. Con la vita a spumeggiare però sempre e comunque. Alla maniera di un bambino quando, felice, gioca col suo pallone.

E noi, fortunati, a bere vita per interposta persona. Come nel palleggio di riscaldamento, divenuto celebre, prima di Napoli-Bayern Monaco sulle note di “Live is life” degli Opus. Colonna sonora perfetta a tale surplus di vitalità. Che per qualche istante ci illudevamo potesse essere anche nostro.

Grazie Diego.

 

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Sembra incredibile che tutta quella potenza esplosiva che sul campo di calcio ha reso Diego Armando Maradona il più grande calciatore di tutti i tempi sia spenta. Per sempre. Il Pibe de oro, la mano di Dio.

In fondo uno scugnizzo napoletano. Veloce a schivare gli avversari, amante della vita e dei suoi eccessi. Chiaro e scuro, luci e ombre, sugli altari e nella polvere. Ma sempre amato, osannato, perdonato. Come solo un dio.

L’estasi sui campi di calcio. Dribblava sul tappeto erboso andando a gol, in modo rapido e magico, regalando stupore e felicità a chi lo guardava compiere miracoli. Come un dio, appunto. I Mondiali 1986 vinti superando l’Inghilterra col gol considerato il più bello del secolo, quasi un riscatto argentino alla sconfitta nella guerra delle Falkland. E due scudetti col Napoli che lo ha sempre venerato e ora lo piange come un figlio. Collocandolo tra i suoi Grandi. Totò, De Filippo, Troisi e Pino Daniele.

E le cadute fuori dal campo. Tra cocaina, alcool, esagerazioni, amicizie pericolose, depressione, donne, tradimenti, operazioni. Con la consapevolezza di essere risorto più volte dall’abisso. Come solo un dio.

Il regista Emir Kusturica nel documentario girato su Maradona lo definisce un dio mesopotamico, Gilgames. Un dio a cui perdoni ogni eccesso. Perché tanto ti dà.

Non fosse stato un calciatore forse Maradona sarebbe stato un rivoluzionario. Per quella sua capacità di attirare le masse con un naturale carisma. Come il suo amico Fidel Castro, anche lui spentosi proprio il 25 novembre. O come Che Guevara, che portava tatuato su di sé.

Ma non poteva che essere un calciatore Diego Armando Maradona. Per essere il più grande di ogni tempo. Un dio del pallone.

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Irpinia, ore 19.34 del 23 novembre 1980. La terra comincia a tremare per novanta infiniti secondi ad una magnitudo di 6,9 della scala Richter.

Fu l’Apocalisse. Tremila morti, novemila feriti, trecentomila sfollati. Paesi isolati per giorni, case inghiottite dalla terra, viadotti sbriciolati, frane ovunque. Soccorsi in ritardo, aiuti disorganizzati, ricostruzione lentissima. E il paesaggio, umano e geografico, sfregiato per sempre.

Una lezione dolorosa che obbligò il Paese, da allora, ad inventarsi la macchina della Protezione Civile. Che tante volte è stata messa in moto per i movimenti tellurici del nostro territorio. Come se avessimo compreso il modo, rapido ed efficiente, in cui muoversi dopo un evento catastrofico per portare soccorso. Senza mai imparare però a prenderci cura del territorio prima, con visione prospettica e azione concreta.

Vizio antico, purtroppo, del nostro Bel Paese.

 

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In tale disgraziato (perché la grazia ha volto altrove il suo sguardo) tempo pandemico ci sentiamo tutti, improvvisamente, molto più vecchi.

Vengono in mente i versi della Achmatova scritti nel 1916, già a due anni dall’inizio della guerra mondiale, di quella ecatombe che contenne in sé anche una pandemia, la cosiddetta “influenza spagnola”.

Scriveva Anna, la poetessa russa, “Invecchiammo di cent’anni. E questo accadde in un’ora sola.”

Anche a noi, abitanti del 2020, succede tanto. Siamo, saremo nelle pagine dei libri di storia. Ecco forse perché in tale opprimente modo sentiamo ora il peso del tempo su di noi.

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Mi è capitato di incontrarlo qualche anno fa. Una serata bella, estiva, caprese. Chiostro della Certosa di San Giacomo. Atmosfera festosa, seppur nella sacralità della fuga di archi a tutto sesto. In sintonia con la personalità di Carlo Verdone. In chiaroscuro, come le sue amate nuvole. E le sue storie, da commedia plautina seppur amare nel loro fondo. Comico di razza per noi pubblico, in realtà acuto investigatore dell’animo umano.

Scambiai qualche parola con lui, soprattutto per ringraziarlo dei suoi personaggi. Specchi multipli di tutti noi. Mi è rimasta impressa la sua umiltà e la sua malinconia. Come se avesse sempre presente, nel suo essere dolente, l’intera Commedia Umana.

Il film suo che adoro è “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”, per la sua proverbiale ipocondria e abilità farmaceutica, per le battute fulminanti e le situazioni esilaranti, per il luminoso incontro con Margherita Buy. E per quella vena malinconica che racconta al meglio chi è Carlo Verdone. Profonda umanità e talento scenico.

Settanta affettuosi auguri

 

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Edward Hopper – “Cape Cod Morning” (1950)

Il tempo dell’attesa e della solitudine, ahinoi, continua.

Prolungato. Esasperato. Spietato.

Un nastro che continua inesorabilmente a srotolarsi, pur stando drammaticamente fermo.

Come in un quadro di Edward Hopper, noi umani ci ritroviamo spodestati dal consueto ruolo di attori in perpetua parola. Ridotti ormai a silenzioso fondale scenico.

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Joe Biden, 46° Presidente degli Stati Uniti d’America, tocca alcuni primati: è il Presidente con più primavere e quello che ha ricevuto più voti. È anche il primo ad avere al suo fianco come Vice presidente una donna, l’afroamericana Kamala Harris. Ed è il secondo Presidente di origini irlandesi, dopo John Fitzgerald Kennedy.

Già Vice presidente sotto Obama, conosce la politica da sempre. Fin dai tempi in cui, giovane senatore, faceva la spola tra Washington e Wilmington in cui vivevano i suoi due bambini sopravvissuti all’incidente automobilistico in cui Biden perse la moglie e la figlia più piccola. Sarà l’incontro con Jill Tracy Jacobs, insegnante di inglese, a regalargli una ritrovata serenità, un’altra figlia e un appoggio incondizionato alla sua carriera politica. Rivendicando sempre con passione e orgoglio, anche ai tempi della vicepresidenza, la sua indipendenza lavorativa.

Fin dal suo primo discorso, al Chase Center di Wilmington, la sua città in Delaware, Joe Biden ha posto l’accento su due verbi, “unire” e “guarire”. “Torniamo a essere gli Stati Uniti d’America. Mi impegno a essere un presidente che porta unità e non divisione. Non ci sono stati blu o stati rossi. Non ci sono nemici ma avversari. Io sarò il presidente di tutti“. E ancora, ″La Bibbia ci dice che c’è un tempo per ogni cosa. C’è un tempo per costruire, un tempo per raccogliere, un tempo per seminare e un tempo per guarire. Questo è il momento di guarire gli Stati Uniti“.

Anche Kamala Harris sottolinea il verbo “guarire”: “Ora inizia il nostro lavoro, duro, necessario, per sconfiggere la pandemia, risollevare la nostra economia, sradicare il razzismo, riportare un sistema di uguaglianza, guarire l’anima della nostra nazione“.

Prima mission proprio la lotta al Covid. Già nominata una task force per un piano di azione contro la pandemia. “Mettete la mascherina, non ha colore” esorta il neo presidente.

Nel frattempo, mentre giungevano gli auguri dei capi di Stato di mezzo mondo a Joe Biden, assordante il silenzio di Donald Trump asserragliato nella Stanza Ovale della Casa Bianca, pronto ad una guerra legale su un riconteggio dei voti. In realtà preoccupato della perdita dell’immunità a fronte di possibili processi a suo carico. Ma alcuni familiari sembrano consigliarlo da giorni su un’uscita elegante, salvando così l’istituzione della Presidenza americana. E in fondo anche se stesso.

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A vedere la cartina colorata dell’Italia in questi giorni sempre più strani, sembra di assistere ad un déjà vu di quelle campagne pubblicitarie Benetton anni ’90, in cui i colori si mescolavano provocatoriamente a situazioni sociali con esiti sfrontati e geniali.

Poi, abbandonati i ricordi, si ripiomba pesantemente nell’oggi. E quella gamma di colori caldi ed energici, giallo-arancione-rosso, diventano drammaticamente quelli che misurano la temperatura pandemica delle nostre città, delle nostre regioni, in fondo di ciascuno di noi.

E nonostante il quadro colorato male, ciascuno procede come se quelle tinte fossero poco più che un accidente poco incidente sulla propria routine, a meno di complete e tragiche chiusure. Come se ciascuno si ingegnasse, o illudesse, a rendere giallo pallido, quasi verde sogno, il proprio privatissimo orto, nonostante uno spazio esterno dai toni rosso carminio.

Ma la gamma Pantone, di questo passo, rischia di farsi seriamente esigua.

Ps: frattanto, a proposito di colori, restiamo in attesa di responsi intorno ai blu e ai rossi americani…

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È uscito di scena definitivamente Gigi Proietti, lasciandoci ammutoliti e già orfani di quel riso lieve e profondissimo, elegante e scanzonato che riusciva a smuovere emozioni e pensieri nello spettatore, migliorandolo.

Un animale da palcoscenico, capace come pochi di usare in ogni sfumatura un camaleontico linguaggio del corpo insieme ad un’ampia gamma vocalica. Mimica e intonazione intrecciate con sapienza scenica. Istrionico in ogni ruolo, come i guitti di un tempo antico.

Sapeva catturarti anche solo attraverso uno sguardo sornione, muovendosi però su ogni registro, dal testo classico all’improvvisazione pura.

E l’ultima uscita di scena, un autentico coup de theatre. Andarsene nel giorno del suo ottantesimo compleanno, in quel giorno di nascita, il “giorno dei morti” su cui giocava sempre, “la data, eh… Viene data… “.

La stessa sottile ironia, che in lui diventava maestria, con cui riusciva a sbeffeggiare, in una famosa performance, uno chansonnier francese dicendo davvero poco, eppure facendo arrivare moltissimo.

Grazie Maestro per averci regalato arte di sublime leggerezza.

Ps: qualche giorno fa un altro grande attore, Sean Connery, ci ha abbandonati… Che fatica… Rimando al mio omaggio per i suoi 90 anni del 25 agosto scorso.

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