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Archive for settembre 2020

Si è spento il mitico fumettista Quino, il papà di Mafalda, la bambina ribelle che odia la minestra e contesta il mondo degli  adulti.

Di lei Umberto Eco scrisse: “Mafalda è un’eroina arrabbiata che rifiuta il mondo così com’è (…) vive in una continua dialettica col mondo adulto, che non stima, non rispetta, avversa, umilia e respinge, rivendicando il suo diritto a rimanere una bambina che non vuole gestire un universo adulterato dai genitori”.

Nonostante il grande successo e la fama internazionale, Quino nel 1973, dopo quasi dieci anni, decise di non disegnare più strisce di Mafalda, poiché come disse in seguito in un’intervista a L’Espresso: Ad un certo punto mi sono veramente stancato. Non ce la facevo più a dire tutto quello che non andava, a passare il mio tempo in un continuo atteggiamento di denuncia.”

Eppure la sua Mafalda ha continuato a viaggiare per il mondo, interpretando malumori e pensieri della parte piccola di noi. Permettendoci così di dimenticare diaframmi sociali e sovrastrutture. Con leggerezza.

Grazie Quino.

Ps: a proposito di fumetti, oggi i Flintstones compiono sessant’anni. Auguri a quel mondo lieve e surreale, fatto di quotidiani incisi nella pietra, case scavate nella roccia, elefanti-aspirapolvere e genuini affetti.

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Guardo alla vicenda piccola seppur paradigmatica di Luis Suàrez, calciatore uruguaiano in cerca di ingaggio e vocabolario.

Per ottenere l’attestazione di conoscenza di lingua italiana necessaria per ottenere la cittadinanza, e quindi il contratto fuori quota extracomunitaria con la Juventus, fa carte false insieme alla squadra. Quindi l’esame di italiano, per il quasi nostro attaccante uruguaiano, diviene farsa, con i verbi suoi all’infinito e le richieste linguistiche dei prof intorno a parole identiche nelle due lingue, “melone” e “supermercato”. Ma sarà un caso.

Allora penso a certi miei studenti alquanto refrattari alla lingua italiana, anche quando di lingua madre seppur matrigna, che considerano il congiuntivo un modo più oftalmico che verbale. E penso però anche alla fatica e alla caparbietà di alcuni di loro nel voler portare a casa il risultato, per migliorarsi e inorgoglire le famiglie che con sacrifici li fanno studiare.

E a questo punto della mia pensata vedo con nauseabonda tristezza allargarsi a dismisura il divario tra chi paga per comprarsi un vocabolario per studiare e chi si compra direttamente lo studio senza alcun vocabolario.

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Tiziano Vecellio “Caino uccide Abele”, 1543-1545

Ripenso alla vicenda tristissima e annunciata di Willy Duarte Monteiro. Al suo omicidio volontario per mano di “due loschi figuri”, come il Pereira di Antonio Tabucchi definisce gli spietati assassini di un altro giovane, idealista e sorridente alla vita, Francesco Monteiro Rossi. Un personaggio nato dalla penna dello scrittore, che con Willy ha in comune il cognome Monteiro e un pestaggio mortale. Addotto nel romanzo dalla violenza intimidatoria del regime dittatoriale del Portogallo di Salazar, addotto qui dalla violenza sopraffatoria di un regime piccolo, ma non meno pericoloso, di una banda delinquenziale in un piccolo borgo nell’Italia di questi anni ’20 del secolo nuovo.

E allora penso al tempo che passa, ma in realtà non passa mai. Almeno come Storia. Che anzi si ripete. Con le sue storture, i suoi drammi/danni, le sue violenze. E riavvolgendo il nastro, come in un film, riprendono vita, e ahimè morte, i fotogrammi del secolo scorso. Con leggi fascistissime e poi razziali. Con deportazioni e violenze. Con la morte assegnata per capriccio e per procura. E poi i pochi sopravvissuti a raccontarci con dignitosa fatica gli orrori indicibili. Tra cui la senatrice Liliana Segre. Che in occasione del suo novantesimo ha ricordato, ancora una volta, la necessità di tenere alta l’attenzione.

Perché la sopraffazione può annidarsi ovunque. Perché Caino uccide Abele, ancora. E noi tutti non possiamo volgere altrove lo sguardo, riducendo l’evento ad un caso di cronaca. Peraltro nerissima.

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Felice Casorati, “Gli scolari” – 1927/1928

La scuola oggi ricomincia. Tutto pronto? Tutto a posto? Mah…

Dipende dalle regioni, dipende dalle singole scuole, dipende dalle regole applicate.

C’è infatti chi comincia oggi, chi ha già cominciato, chi posticipa le lezioni a dopo le elezioni, e chi pone in dubbio l’inizio anche dopo il suffragio.

Ci sono poi scuole con tutti gli studenti in presenza (e il distanziamento si fa minimo, replicando come sempre la classe pollaio), altre con i doppi turni (ma i docenti non sono raddoppiati), altre ancora con didattica mista (invece che “didattica a distanza” si chiama “didattica digitale integrata”).

Ancora, a proposito di uniformità nazionale, c’è il dilemma temperatura (a casa e registrata su diario o a scuola con termoscanner), il ruolo della mascherina (sempre e ovunque, oppure solo fuori banco e in movimento), il rebus ingressi (tutti insieme da accessi diversi o scaglionati da un unico portone).

Per tacere dei docenti, in numero minore rispetto all’effettivo bisogno, preoccupati perché in fondo alle preoccupazioni del ministero, sfiduciati per la scarsa considerazione del Paese. Nonostante abbiano continuato ad istruire, educare, sostenere gli studenti anche in lockdown, anche a distanza, anche in vacanza.

Tanto che, nonostante tutto, saranno ai nastri di partenza come sempre, col sorriso che quasi per magia ricompare nei loro occhi in prossimità degli allievi. Anche quando provano a piegarli. È il caso dei docenti fragili che per il ministero non hanno altra opzione che essere dichiarati temporaneamente “inidonei” alla mansione (neanche fossero sovversivi o psicopatici) ed essere ricollocati in archivio o in segreteria, oppure continuare ad essere definiti “idonei” quali sono e andare comunque in classe, con una mascherina più filtrante (e meno aerante per parlare), ma rischiando un po’ di più di tutti gli altri.

La scuola oggi ricomincia. Tutto pronto? Tutto a posto? Mah…

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Il Memoriale in bronzo a Ten House, New York City

Il FDNY Memorial è un tributo ai vigili del fuoco newyorkesi scomparsi nel tentativo di salvare vite dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Il monumento commemorativo, una lastra in bronzo di oltre sedici metri di lunghezza e due di altezza, si trova proprio di fronte al 9/11 Memorial, e raffigura le tragiche immagini degli attentati che portarono alla distruzione del World Trade Center.

Si vedono i vigili del fuoco nella loro instancabile ed eroica lotta per salvare le persone intrappolate negli edifici già colpiti e avvolti nel fumo. Alla base del bassorilievo l’elenco dei 343 pompieri che quel giorno persero la vita.

Ricordo che lo scorso anno, soffermandomi di fronte a questa scultura, sentii per frammenti l’incredulità, la tragedia, il dolore di quel luogo in quel giorno.

Anzi, in quella notte che scese su New York e il mondo intero.

“Ultimi (pilastri) sopravvissuti” – Photo by Ester Maero – 9/11 Memorial, NYC

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Il Maestro dell’ horror/giallo/thriller nostrano, definito “Hitchcock italiano”, compie ottant’anni. Ottanta di paura.

La paura è la sua compagna, di viaggio, di lavoro, di incubo. Da quando, ragazzino, vede “Il fantasma dell’opera”, che rivisiterà poi in un suo film. Ma comincia da critico su “Paese Sera” e da sceneggiatore con il Gotha del cinema italiano: con Bernardo Bertolucci collabora infatti alla scrittura di “C’era una volta il West” di Sergio Leone.

Il suo cinema però lo attende nel 1970 con la regia de “L’uccello dalle piume di cristallo” (musica di Ennio Morricone), il primo della cosiddetta trilogia degli animali, seguito da “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche di velluto grigio”.

E poi il successo di “Profondo rosso”. Con la musica dei Goblin ad aumentare la tensione narrativa. Proprio la musica, insieme all’ossessione per i dettagli e ad un uso attento della fotografia gli permettono di ottenere particolari effetti scenici e una suspence continua. Seguono pellicole i cui titoli, da “Suspiria” a “Tenebre” a “Inferno”, già raccontano la paura. E quella ricerca intorno agli incubi di ciascuno.

Premio Speciale alla carriera ai David di Donatello nel 2019, Dario Argento sarà celebrato il prossimo anno con una mostra alla Mole Antonelliana a Torino. Intanto auguri al Maestro del brivido, già al lavoro per il suo prossimo film, “Occhiali neri”.

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Il poeta Vate abruzzese invitava, a proposito del mese di settembre, a mettersi in cammino, essendo tempo di migrare. Tornando a casa.

Lontano, ma forse anche vicino, alle attuali questioni migratorie, D’Annunzio spronava a riprendere, in settembre appunto, i ritmi della normalità, lasciandosi alle spalle i freschi tratturi percorsi in estate.

Già, i ritmi della normalità. Che in tempi pandemici sono miraggi di eccezionalità. Sempre che il tempo vorticoso e la folla asfissiante del tempo pre-Covid possano definirsi “normalità”.

Oggi siamo in mezzo al guado: il corso d’acqua che ci troviamo ad attraversare presenta un punto di passaggio percorribile, seppur arduo, ma con incognite ancora presenti per poter giungere incolumi sull’altra riva.

Il rischio, raccontato in modo epico dalla narrativa della conquista del West, è per un verso cedere a facili entusiasmi pensando che la traversata sia già completata negando gorghi, fango, rapide, cadute, fatica. Dall’altro, il rischio è soccombere alla paura dell’ignoto rimanendo immobili nel punto mediano del rivo, là dove nulla sembra accadere di male, tuttavia con la sponda a portata solo di sguardo.

Forse la lezione dei pionieri, di ogni epoca e luogo, è stata quella di avere sempre davanti a sé una visione della terra da raggiungere.

A quella lezione, a quella visione dovremmo attingere noi oggi. Nel nostro comune e faticoso settembre di migrazione.

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