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Archive for febbraio 2020

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che non vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”. 

José Saramago, da “Cecità”

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Non poteva che essere così.

Dopo il panico iniziale, e successivo alle ferree disposizioni di chiusura (aree rosse, scuole, musei, teatri, bar, impianti sportivi), sta subentrando un sottile fastidio generalizzato perché si sta prendendo atto che a cascata continua ci saranno conseguenze sull’economia del Paese Italia.

È vero. Ma è anche vero che contenere il virus è l’unico modo per evitare di scontrarsi con un numero certo e temibile. Quello relativo alla percentuale, ormai accertata scientificamente, di persone che possono aver necessità di terapia intensiva, 5 su 100. E, conti alla mano, non c’è disponibilità in tal senso per un numero che possa interessare una popolazione potenzialmente più ampia di quella attualmente interessata. Contenuta appunto nei due clusters di contagio.

Quindi le scelte agite appaiono, scientificamente e numericamente, l’unica via possibile. Le stesse applicate in Cina. Un gigante economico che si è comunque blindato pur sapendo, e già subendo, le conseguenze economiche negative. Ma intravvedendo in questi giorni, con un numero a decrescere di decessi, gli effetti positivi sulla salute pubblica.

Sono necessari, ovvio, investimenti economici emergenziali. Così come un protocollo unico europeo sarebbe stato auspicabile. Ma ciò rientra nelle opinioni.

E i numeri sono certezza, le opinioni no.

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In una manciata di ore lo scenario italiano sul Coronavirus è mutato in modo considerevole.

Dai nuovi contagi ai provvedimenti adottati la situazione appare inaspettata, quasi improvvisa, almeno alla maggior parte dei cittadini.

Zone rosse, scuole chiuse, consigli medici, pareri mediatici, approvvigionamenti d’assalto e ragionamenti dall’alto. E timori che stanno diventando paure.

Insieme alle abitudini che devono di necessità adattarsi: dagli spostamenti alla socialità, dal duomo al museo, dal carnevale alla partita. Col panico che rischia di essere protagonista insieme al virus. Purtroppo.

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Mi metterò una maschera da
pagliaccio,
per far credere a tutti che il sole è
di ghiaccio.
Mi metterò una maschera da
imperatore,
avrò un impero per un paio d’ore:
per voler mio dovranno levarsi la
maschera,
quelli che la portano ogni giorno
dell’anno…
E sarà il carnevale più divertente,
veder la faccia vera di tanta gente.”

Gianni Rodari

Ps: per veder la faccia vera della gente / guardatela mangiare allegramente…

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Oggi, 18 febbraio 2020, Fabrizio De André avrebbe compiuto ottant’anni.

Per omaggiare il mitico Faber arriva nelle sale un docufilm di Walter Veltroni, “Fabrizio De André e PFM. Il concerto ritrovato”, sullo storico filmato del concerto di Genova del 3 gennaio 1979 di De André con la PFM. Le riprese sono state custodite per più di 40 anni dal regista Piero Frattari che partecipò alle stesse.

Sono immagini uniche, commentate da chi quell’atmosfera magica la respirò, Dori Ghezzi, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli, David Riondino, Piero Frattari, Guido Harari.

Quelle emozioni ritrovate le racconta in sintesi affettuosa Franz Di Cioccio della PFM: “Che bello ritrovare Fabrizio sul palco con noi… vedere il film del concerto sarà come riabbracciarlo. Un grande amico che ha sempre raccontato gli uomini e le donne senza dare ‘buoni consigli’.”

Insegnandoci a camminare “in direzione ostinata e contraria” .

 

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A volte la felicità, oltre ad essere una piccola cosa, è rivedersi felici.

Magari in una foto, in cui si era bambini, e spensieratamente leggeri e felici. Senza averne consapevolezza. Che c’è mentre si riguarda quella foto nel presente. E per brevi istanti, pur non ricordando, attraverso insondabili vasi comunicanti si è nuovamente felici. Dell’esserlo stati. Grati a chi tanto ci ha permesso.

A me succede con una foto di montagna in cui, due anni e tanti punti di domanda, sono in braccio a mio papà e sono felice. Chissà cosa scatenò quel mio sorriso pieno. Comunque, a rivedere quel mio stato, in modo misterioso io sorrido nuovamente. Grata al mio papà di aver reso eterno un momento di grazia.

Frammento affettuoso a cui sometimes ritorno. Per ricordarmi quale mondo mi girava intorno…

A papà Sergio e a quel tempo azzurro

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Forse per fare San Valentino sarebbe sufficiente stendere al sole i cuori che abbiamo incontrato.

Lasciandoli odorare di fresco bucato.

Come in quei giorni in cui abbiamo visceralmente amato.

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– “Sei l’unica stanza che mi salva dal disordine” (da “Baciami adesso” di Enrico Nigiotti)

– “La mia solitudine / è sul fondo di un bicchiere / d’acqua che mi inviti a bere” (da “Dov’è” di Le Vibrazioni)

– “Stesa al filo teso delle altre opinioni / ti agiti nel vento / di chi non ha emozioni” (da “Tikibombom” di Levante)

– “È che il passato ci esce dalla testa / come canzoni dalla radio / amori nell’armadio” (da “Il confronto” di Marco Masini)

– “Se ogni scelta crea ciò che siamo / che faremo della mela attaccata al ramo?” (da “Eden” di Rancore)

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Festival di Sanremo 2020, un’edizione che si è fatta sentire. Nel bene e nel male, acuti e stonature.

Gli acuti, in ordine di pensiero, non di arrivo. Il vincitore Diodato con una canzone che esalta le sue doti di cantautore raffinato. La presenza scenica, quasi statuaria dell’Andromeda Elodie. Levante e la sua ricerca, riuscita, di una musicalità contemporanea. Gli elaborati e studiati travestimenti in progress di Achille Lauro. Rancore e la sua rete fittissima e notevole di rime intorno al proibito della mela. La voce bella di Tosca e la sua memorabile interpretazione di “Piazza Grande”. La timbrica rock e “Gigante” di Piero Pelù, anche nel “Cuore matto” di Little Tony. La voce unica di Mika, capace di emozionare con il De André di “Amore che vieni, amore che vai”. I “Ricchi e Poveri” in formazione originaria, e nostalgica. L’energia blues di Zucchero, vero animale da palcoscenico. La denuncia asciutta e lucida, una lama nella leggerezza sanremese, di Rula Jebreal sulla violenza perpetrata sulle donne, a partire da sua madre. Amadeus, professionalità e umiltà, condite da autoironia. Fiorello, intelligenza e talento, un naturale showman. Ama & Fiore, il valore aggiunto dell’amicizia, ovvero del mutuo soccorso e divertimento. Forse l’effettiva, seppur inattesa, carta vincente del settantesimo Festival di Sanremo.

Le stonature, in ordine sparso. I “cavalli” della scuderia “Amici” (Angi, Riki, Urso), forse troppo sfruttati, forse sovrastimati. Gli eccessi di Morgan, tali da costringere Bugo ad andarsene dal palco. Tiziano Ferro, oltre misura per presenza, risultando già alla terza sera eccessivo. Pensare che una donna, solo in virtù dell’essere fidanzata di un personaggio pubblico, possa essere annunciatrice (di papere) al Festival. La finta caduta dalle scale di Ghali (Gavi per Mara Venier) e il vero strabordare del repertorio presentato. Far cantare e ballare ad ore antelucane chi meritava attenzione piena come Paolo Palumbo e Ivan Cottini, malati di Sla seppur più dentro la vita di tanti sani. L’annuncio del vincitore Diodato alle 2.30 quando già da un’ora era stato dato (spoilerato?) da Sky. La lunghezza debordante di ogni serata (cinque ore!), tale da produrre nello spettatore un effetto straniante tra la fine e l’inizio di una puntata e l’altra. E su Twitter, a riguardo, uno spettacolo in parallelo sui tempi di conclusione, coincidenti con le vacanze estive.

Ma Sanremo è Sanremo, e comunque “fa rumore”.

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Festival di Sanremo, tutto bene, tutto bello. Se solo lo si potesse seguire per intero.

Impresa impossibile, visto che mediamente la chiusura si colloca intorno alle due di notte. E solitamente qualche ora dopo, se si è fortunati, si va a lavorare.

Ecco allora la proposta che spopola in queste serate festivaliere sui social: rendiamo festa nazionale la settimana del Festival di Sanremo. Così ci dedichiamo mente e corpo solo a lui.

Facendo del tutto nostra, per alcuni giorni, l’insostenibile leggerezza della vita. Grazie a qualche canzonetta.

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