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Archive for novembre 2016

Lider Maximo, Comandante, icona del ‘900, capo carismatico, padre della rivoluzione cubana. Questo è stato Fidel Castro.

Ma non solo. Perché è stato anche un leader controverso. Eroe comunista per alcuni, dittatore feroce per altri. Portò l’alfabetizzazione e l’assistenza sanitaria a Cuba, limitando però la libertà dei cubani con una deriva autoritaria.

Eppure, nonostante i giudizi divisivi sul suo operato, Fidel Castro è stato indubbiamente un protagonista del ‘900. Un secolo davvero breve. Sempre più lontano.

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Dantista di fama Vittorio Sermonti, per i suoi commenti e le sue letture del Sommo. Interpretando solo Dante e non gli altri personaggi, e senza sceneggiarlo: ” La mia voce deve compitare ciò che quel personaggio ricorda.”

Ci mancherà quel suo modo vocale di trasfondere il Poeta in chi lo ascoltava. Ma ci consegna, come altri, un vizio da coltivare, “Il vizio di leggere”, quel suo libro in cui, passeggiando tra le letture di una vita, ci confessa di una pratica condotta con “la perseveranza, con l’abnegazione, con l’inconfessabile voluttà” con cui si coltivano i vizi. Insegnandoci che tra Melville e Brodskij e Faulkner si possono inserire anche le Controindicazioni dei foglietti illustrativi di un Farmaco o l’Almanacco illustrato del calcio.

Trasformandoti cosi in un lettore “vizioso”. In possesso cioè del “meraviglioso”. Grazie Maestro.

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Un capolavoro. Forse il capolavoro di Ken Loach, che alla soglia degli ottant’anni ci regala un film gioiello.

Per il taglio asciutto, libero da orpelli e retorica, e memore della lezione neorealistica.

Il suo “Io, Daniel Blake”, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2016, è una pellicola di potente denuncia, ma anche di sommessa e delicata speranza.

Denuncia nei confronti del sistema burocratico, in questo caso anglosassone, anche se ormai la questione è globale. Con la persona che rientra in un sistema di punti, codici a barre, risultanze, schemi et affini. Destinata a soccombere. E i diritti che restano intrappolati nel meccanismo e nell’indifferenza. Condannati ad urlare in silenzio.

Speranza viceversa negli incontri, in cui la condivisione e l’umanità permettono di respirare ancora qualche sparuta boccata d’ossigeno. L’aiuto reciproco quale salvagente nei marosi del nostro tempo, spesso disumano.

Davvero bravo il protagonista, Dave Johns, con il suo recitare in sottrazione. Come la luce, a tratti fredda. Diabolica quanto il sistema. Che può uccidere le persone ma non la loro dignità.

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E’ terminata la mia sospensione di giudizio sul comportamento post Nobel di Bob Dylan.

All’annuncio di tale riconoscimento il 13 ottobre scorso ero contenta. Per la scelta open dell’Accademia di Stoccolma, per il nome del poeta destinatario e per la motivazione: “Per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana.” Canzoni come “Blowin’ in the wind” o “Knockin’ on Heaven’s Door” sono diventate inni dei movimenti pacifisti e per i diritti civili, interpretando il sogno americano di libertà.

Mi aspettavo da subito una dichiarazione del cantautore. E invece ho cominciato ad aspettare, come tutti, un segno da parte del compositore. Una sua, seppur minima, reazione. Viceversa, il silenzio.

Così, mentre lui taceva io entravo in epoché, sospendendo il mio giudizio sul suo atteggiamento.

Dopo una quindicina di giorni poche parole in stile Dylan: “Che sorpresa il Nobel. A Stoccolma ci andrò, se sarà possibile.” Ora sappiamo che non gli sarà possibile, perché “già occupato in precedenti impegni.” Comunicato che lascia dietro di sé una scia fastidiosa e sgradevole di arrogante superiorità. Anche se le sue canzoni continueranno con merito a “bussare alle porte del Paradiso.

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Erano 68 anni che il nostro satellite non si presentava tanto grande e luminoso.

Una luna piena speciale, una Superluna.

A cui ululano gli uomini-lupo, quelli cantati nelle leggende antiche.

E anche da Vinicio Capossela che, in uno dei suoi viaggi onirici, racconta la leggenda irpina del lupo mannaro nei suoi richiami ancestrali e misteriosi. Regalandoci, col suo ultimo album “Le Canzoni della Cupa”, “Il Pumminale”, termine antico per il licantropo:

Nella notte di luna mastro Giuseppe è uscito di casa
La luna gli ha mandato il richiamo del Pumminale…

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Ci sono boe di posizionamento tali che, quando scompaiono dal tuo orizzonte, ti senti disorientato.

Questo per me la perdita di Leonard Cohen, un Poeta in musica. Non è un caso che questo blog porti, come bonheur di viaggio, un suo verso/monito: “In ogni cosa c’è un’incrinatura. Lì entra la luce.

Solo di un mese fa l’uscita del suo ultimo lavoro, “You want it darker“, un poema su Dio e la morte. Quasi una preveggenza, ora un album testamento. Con la voce che si fa scura nel dire “I’m ready, my Lord“, “Sono pronto, mio Signore“.

Un Poeta Leonard Cohen, prima che cantautore dalla voce baritonale di ruvido velluto. Canzoni celebri, da “Suzanne” ripresa anche da Fabrizio De André ad “Hallelujah” ballata tra le più famose al mondo. Sofisticato in “I’m Your man“, visionario in “The Future“.

Sempre elegante, delicato, spirituale, malinconico, a tratti struggente. La voce roca e ipnotica. Capace di creare atmosfere magiche, raccontando in poesia i turbamenti dell’uomo.

Quella Poesia che in Cohen è comunque antecedente la musica, diventando compagna e metodo: “Vorrei dire tutto ciò che c’è da dire in una sola parola. Odio quanto possa succedere tra l’inizio e la fine di una frase.

Tra i suoi desideri, “Vivere, amare, leggere libri di nobili princìpi e ideali e fingere di uscirne diverso.” Non così lontano dal “poeta-fingitore” di Pessoa.

Una sua raccolta poetica porta un titolo che è la sua eredità per questo pianeta, “Le spezie della terra“.

Grazie per la tua Poesia, Leonard Cohen. E per il modo in cui la recitavi al mondo. Facendocene dono.

Hallelujah a te.

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Un grande scienziato, un grande uomo.

Un onore per l’Italia. Ora una perdita per il mondo intero.

Che il suo insegnamento, non solo di scienza, possa restare da esempio per l’umana comunità. E che la ricerca proceda sempre, come auspicava il Professore.

A lui la gratitudine di tutti.

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Unpredictable, imprevedibile.

Un esito davvero inaspettato l’elezione di Donald Trump a 45° Presidente americano.

Nessun analista, nessun sondaggista aveva preventivato la sconfitta di Hillary Clinton. Come se fosse stato perso di vista il Paese reale, quell’America profonda che va ben oltre la New York del nostro immaginario, coinvolgendo il Midwest, il “cuore americano” intercettato da Trump che ha parlato agli istinti di classe media e operaia. Che Wisconsin, Michigan e Pennysilvania, stati storicamente democratici, abbiano votato compatti per il tycoon sottolinea ancor più la sconfitta dell’ex segretario di Stato. O forse la vittoria di Trump. Perché per lui hanno votato anche quegli afroamericani e ispanici considerati in quota democratici.

Lo scacchiere internazionale dovrà ora prendere le misure del neo Presidente, che sembra però più interessato (o forse meno peggio preparato) al comparto interno: meno tasse e più lavoro, ovvero la formula più adottata dai movimenti populisti. Salvo poterla poi concretamente realizzare. E ancora, più sicurezza e meno immigrazione, che rischia di far superficialmente rima con armi libere e muri eretti.

Ma nel suo primo discorso da Presidente in pectore Donald Trump ha indossato, in modi e parole, la divisa istituzionale dirottando la sua rabbia da candidato in fair play presidenziale. Tributando l’onore delle armi alla sua rivale Clinton (“noi abbiamo un grande debito di gratitudine nei suoi confronti per il servizio che ha prestato al nostro paese“). E con alcune parole chiave: sogno americano, un solo popolo, unione, grande paese, nostra nazione, futuro, potenziale, crescita, punto d’incontro, evento storico.

L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti è effettivamente un evento storico. Unpredictable.

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E’ arrivato il giorno dell’elezione del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

E dopo una campagna elettorale dura, senza fair play, l’esito resta incerto, seppur con un margine pro Hillary Clinton, la candidata democratica. Ma il tycoon Donald Trump, candidato repubblicano, e i suoi sostenitori continuano a credere in un risultato vittorioso.

Ma per il mondo quale esito risulta essere il male minore?

Pensare che a Trump possa essere consegnata la valigetta coi bottoni assume le sembianze del peggior incubo possibile. Per non parlare dei suoi futuribili muri ispanici, del suo rapporto con l’altra metà del cielo, della sua nota diplomazia e pacatezza nei modi e nei pensieri.

Così non resta che l’ex first lady Hillary Clinton, la quale tra mailgate e affairs politici non si presenta come il miglior candidato possibile ma come la prima candidata donna alla Presidenza Usa.

Quanto accadrà dall’altra parte dell’Oceano interessa questa parte più di quanto sembri, perché l’attuale snodo del “tavoliere” mondiale è la Siria, da cui scaturiscono guerre e alleanze, Isis e migranti, Erdogan e Putin. E la vecchia Europa che non può sottrarsi all’alleato di sempre, ma che deve riacquisire una sua posizione autorevole. Anche nei confronti del nuovo Presidente americano.

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Non si governa nell’interesse di pochi ma di molti“, sosteneva Pericle.

Pensiero che può essere associato anche a Tina Anselmi, recentemente scomparsa. Staffetta partigiana, prima donna ministro in Italia, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 di Licio Gelli. Ma soprattutto politica nel senso antico del termine, “amministratore della comunità per il bene di tutti“.

Che lontananza siderale dai nuovi politici. O meglio, politicanti.

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