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Archive for luglio 2016

L’abbiamo persa Anna Marchesini. Insieme alle sue peculiarità. Talento allo stato puro, ironia in sguardo e parola, profondità d’animo e di visione. E poi quel coraggio da leonessa imperitura che le faceva dire: “Mi rende felice cercare il coraggio, averlo, non averlo ancora ma sapere di avere la vita dentro di me.”

Rimarrà per sempre la “cecata” Signorina Carlo, la Sora Flora, la surreale Lucia dei “Promessi Sposi” secondo “Il Trio”, la sessuologa Merope Generosa. Personaggi nati in lei in ambito primordiale: “La comicità viene da un fondale molto profondo: sono scesa giù giù, ho raccolto le mie conchiglie e quando sono emersa ho fatto in modo che tutto quello che avevo portato facesse una capriola.”

Un altro sorriso si è spento poco prima, quello di Marta Marzotto. Mondina da ragazza, contessa per matrimonio, musa ispiratrice di Renato Guttuso, icona originale di stile italiano. Ma soprattutto sempre allegra e generosa, anche quando la vita le si è fatta avversa.

La battuta ironica in ogni circostanza (“Con Easy-jet oggi si sentono tutti parte del jet-set, o meglio, del jet senza il set”) ma anche la capacità introspettiva di guardare gli altri per apprendere (“La mia più grande vittoria? Aver saputo tacere, ascoltare e imparare”). E poi le scelte libere , sapendo fare sempre autoironia. Come con quel brand di moda “Marta da legare”. Un gioco, una provocazione. Ancora.

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pesce Fra Juracka

Eccoli i miei amati pesciolini.

Si mostrano appena. Fendono l’acqua un po’ disorientati, col timore a respirare tra le branchie. In stato di allerta.

Anche loro spaventati da quanto accade in superficie.

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Che una persona possa compiere un gesto folle, preda di qualche allucinante delirio, lo teniamo in conto. Ma solo nelle nostre pieghe più nascoste e profonde, per non cadere nell’ansia generalizzata. Pur sapendo che può accadere. Che le ossessioni possono avere la meglio.

Oggi a Monaco, esattamente cinque anni fa in Norvegia. Giovani le vittime, ora come allora. Dal raptus momentaneo alla lucida follia, il risultato è comunque mortifero ed insensato.

E tale è anche quello registrato sotto il nome “terrorismo”, che getta appunto terrore in nome di qualcuno o qualcosa. O può forse questo non dirsi “follia”? Il kamikaze che semina morte può non essere definito folle, seppur agente per una sigla?

Ma allora c’è da chiedersi perché certe sigle riescano ad essere tanto appetibili su alcuni, ormai numerosi, soggetti. Perché tali “idee” di distruzione totale risultano fascinatorie? E perché oggi i freni inibitori sono più labili? Crisi economica e migrazioni dei popoli e confini liquidi e consumismo relazionale possono essere alcune risposte. Legate anche alla fruizione di un tempo super-veloce in connubio all’onnipotenza dell’essere sempre connessi. Quindi social.

Non più però “animali” sociali che vivono con e per l’altro, bensì virtuali, per cui molte azioni assumono le sembianze di un videogioco in cui il tasto replay è sempre a portata di dito.

A differenza dell’esistenza reale, in cui non è contemplata la funzione di reset.

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Raoul Dufy "Nice, Baie des Anges" - 1927

Raoul Dufy “Nice, Baie des Anges” – 1927

Quanti pittori hanno pennellato la luce di Nizza la Bella. Gli azzurri smaltati, i toni aranciati, il giallo in rincorsa, il verde a tuffarsi. Luminosità piena a invadere gioiosa la “Baia degli Angeli”.

Perché sfregiare il nostro immaginario collettivo, il nostro patrimonio culturale, la nostra voglia di riflettere ma anche di far festa?

Perché interrompere la gioia di chi è bambino (d’anagrafe o di cuore) per quei colori che si aprono nel cielo notturno estivo e non per caso si chiamano fuochi d’artificio, perché per finta fanno bum, ma non danno morte, aprono solo meraviglia?

Noi umani abbiamo la necessità di vedere bellezza. Poi alcuni, sfiorati dalla grazia, sanno anche raccontarla, penna o matita, a chi verrà dopo. Per arricchirla, condividendola.

Quindi Nizza continuerà ad essere bella, nonostante il tentativo folle di sfregiarla.

Ps: ma davvero qualcuno può pensare che la bellezza non sopravviva a tutti noi?

Henry Matisse "Promenade des Anglais" - 1915/1917

Henry Matisse “Promenade des Anglais” – 1915/1917

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Speriamo che cambi il vento, che venga il libeccio e che si porti via quest’afa“, diceva il giudice Paolo Borsellino.

E queste parole sono state scelte nel ventiquattresimo anniversario della strage di Via D’Amelio dal movimento delle “Agende rosse”.

In memoria, ma anche in ricerca continua e mai rassegnata della verità.

Con la speranza che folate di un vento a direzione ostinata e contraria possano scompaginare, infine e finalmente, le antiche trame occulte.

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Modalità: classica. L’esercito occupa strade e mezzi di comunicazione. Anche se il preavviso del golpe alle ambasciate è alquanto inconsueto.

Durata: anomala. Quattro ore convulse e veloci. Come tutto quanto accade nel tempo 2.0. Perciò dense di avvenimenti. O forse solo di voci sugli stessi. Pur con reali caduti sul campo.

Reazione del destituito Presidente pro-tempore: Non chiara. Alcuni lo davano in volo per i cieli di mezza Europa in cerca di asilo, mai concesso. Altri lo davano sempre presente in Istanbul. Nel frattempo Erdogan si rendeva evidente al “suo” popolo attraverso quei social da lui continuamente ostacolati. Una Nemesi al contrario. Perché il richiamo al popolo ha sortito l’effetto voluto.

A chi giova?: proprio ad Erdogan che ne esce più forte. Il golpe fallito gli permette di far fuori i suoi nemici interni, militari e magistrati in primis, puntando dritto alla repubblica presidenziale.

Sconfitti: coloro che pensavano di eliminare il “sultano” turco poco laico e ancor meno democratico. Nonostante sia giunto al potere attraverso elezioni del popolo.

Intanto l’Europa trema perché la Turchia ha un piede, non solo fisico, nel suo continente. E l’America? Rigetta sdegnata le accuse che le muove Erdogan, suo alleato Nato, di complicità passiva poiché ospita l’esiliato Gulen, per lui l’autentico tessitore del golpe.

Che dire poi del riavvicinamento Putin-Erdogan di poche settimane fa? Appare di una tempistica perfetta. Forse persino sospetta.

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La bambola che piange la sua piccola amica. Sfiorandole delicatamente la mano.

Così il disegnatore Carlos Latuff  “corregge” con la sua matita pietosa la foto simbolo dell’inusitato orrore di Nizza.

Restituendo qualche scheggia di umanità al mondo intero, ormai attonito.

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22.11.1963 Dallas: In una città blindata di poliziotti per la visita del Presidente americano John Kennedy, un cecchino spara su JFK, uccidendolo.

7.7.2016 Dallas: Durante una manifestazione antirazziale un cecchino spara sui poliziotti, uccidendone cinque. Il Presidente Obama raggiunge la città texana per rendere omaggio ai caduti.

E così Dallas, mezzo secolo dopo il tragico evento per cui viene tristemente ricordata nei libri di storia, inscrive sopra la sua antica cicatrice una ferita nuova, profonda e lacerante. Dai contorni slabbrati e non del tutto chiari. Quindi per certi versi simili.

Come se la Storia sentisse la necessità, ciclicamente, di rivedere se stessa.

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Nell’orto degli ulivi.

Come al Getsemani.

Agonia e preghiera.

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