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Archive for novembre 2013

Raccolta cacao

Alla Kermesse torinese di “CioccolaTò”, di scena in Piazza San Carlo fino al 1° dicembre, ospite d’onore è la Costa d’Avorio, primo Paese al mondo produttore di cacao. C’è così la possibilità di familiarizzare con suoni, sapori e colori dell’affascinante tradizione ivoriana.

In particolare, nella “Fabbrica del Cioccolato” si mostra dal vivo l’intero processo di produzione dei cioccolatini che tanto appagano il nostro palato, a partire proprio dalla pulitura delle fave di cacao ivoriano.

Un’occasione per assaporare un pezzo d’Africa sotto la Mole.

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Poche sere fa ho assistito ad una lezione-spettacolo teatrale in cui Giorgio Albertazzi, dall’alto dei suoi novant’anni, ha tenuto la scena in modo non solo sublime ma anche “leggero”, di quella leggerezza su cui tramava il testo. E se la struttura era data dalle “Lezioni americane” di Calvino, la resa finale portava l’attorialità del Maestro Albertazzi.

Ha insistito sul concetto, a me particolarmente caro, della “leggerezza”, che non è “superficialità”, anzi, per essere tale la leggerezza deve passare attraverso la pensosità, come diceva Calvino. E’ così che la malinconia è null’altro che tristezza che si è fatta leggera, come lo humour è il comico che si è reso leggero. Lo stesso sorriso è null’altro che riso divenuto lieve.

Ma è la neve di due poeti a rendere concreta la “leggerezza”: quella di Cavalcanti, citata da Calvino, è aria e va lieve, quella di Dante, sostenuta da Albertazzi, si posa sulla pietra per dimostrarci che è lieve e pesa. Perché l’autentica leggerezza non è piuma, che a terra è destinata a cadere, ma uccello che libra nell’aria.

Ps: nel giorno post-decadenza ho preferito ricordare che un mondo altro e alto ancora esiste e, come ha detto il Maestro concludendo la sua performance, se più persone lo crediamo possibile, tale mondo può vincere quello violento, rumoroso e volgare che ammorba il nostro tempo.

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Che Torino sia la città italiana del cinema è assodato, nonostante i tentativi romani di fare sgambetto. Dagli albori di primo Novecento alla ricca e suggestiva raccolta del Museo del Cinema, fino al “Torino Film Festival” ormai giunto alla trentunesima edizione.

Quest’anno, a margine del Festival, si tiene una tra le più importanti aste a livello mondiale dell’ultimo decennio: saranno infatti battuti i manifesti cinematografici e pubblicitari dagli anni ’30 ad oggi, in tutto un milione di pezzi, provenienti da una collezione privata.

Rivedere quei manifesti è una sorta di fantasmagorica passeggiata nella celluloide. Per ricordarci, come scriveva Shakespeare, che anche noi “siamo della stessa sostanza dei sogni“. E forse per questo ne abbiamo bisogno.

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E se queste scarpe rosse potessero parlare?

Racconterebbero di passi interrotti, vite fratturate, affetti sottratti.

Ma per interrompere questa macabra conta di donne uccise da chi sta al loro fianco è necessario ripensare all’intera società e al disvalore che è stato dato negli ultimi anni alla figura femminile, divenuta oggetto, proprietà, trastullo.

Ponendo in atto verbi quali educare, responsabilizzare, sensibilizzare. Ad ogni livello, familiare, scolastico, lavorativo. Tornando a pensare la donna come persona. Con uomini che pensano la donna come persona. E che fanno da argine a certi luoghi purtroppo comuni sull’idea della donna, a partire dalle semplici chiacchiere tra uomini. Perché è dall’humus che proliferano le spore.

 

 

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Ricordando una grande scrittrice Premio Nobel, che mi ha fatto “vedere” Londra e il suo mood prima ancora di visitarla:

In tutto il nord di Londra la gente stava dicendo: “Ha smesso di piovere, andiamo all’ Hampstead Heath”. Passeggiavano già lungo il sentiero da cui si vede, in basso, il laghetto di Kenwood, si sistemavano sulle panchine, nel caso uscisse finalmente il sole, e scendevano le scale che portavano verso il caffè. Ma il sole dov’era? Si nascondeva imbronciato dietro cumuli di nubi nere verso il cui bordo scivolava per pochi minuti alla volta, macchiando prato e alberi di un promettente giallo caldo, per poi ritrarsi.

Da “Racconti londinesi” di Doris Lessing (Kermanshah, 22 ottobre 1919 – Londra, 17 novembre 2013).

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Cinquant’anni fa le immagini in diretta della Storia che cambia.

Quella decapottabile, solitamente associata a gite felici, divenne lo scenario di un frame drammatico, consegnato alla Storia.

Se aveste la possibilità di scardinare le porte del Tempo, mutereste quanto è stato? Vi fareste artefici di un cambio degli eventi? A quale prezzo sareste disposti a resettare gli Errori dell’Uomo?

E’ quanto ha pensato Stephen King nel suo romanzo “22/11/’63”. Il suo protagonista, un professore di inglese in un liceo del Maine, si ritrova nel 2011 ad avere la possibilità di un passaggio temporale nel 1958, a cinque anni dall’assassinio di JFK. E’ tentato di salvare il Presidente ma ha paura, perché una miriade di particolari potrebbero non andare nel verso giusto. E non può portare con sé alcun oggetto tecnologico del presente, perché in quell’epoca Internet, Iphone, wireless erano parole inesistenti, di una lingua aliena.

Lettura avvincente, in cui Dallas all’alba di quel 22 novembre potrebbe vivere un tramonto diverso. Con conseguenze inaspettate.

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sardegna

Un pensiero al dramma che sta vivendo questa terra, scheggia d’Italia sdraiata in un mare di smalto, ora ferita da un’acqua impazzita e furiosa.

Con la speranza che la Sardegna torni presto ad essere quella descritta da Elio Vittorini in “Sardegna come un’infanzia”, in cui si sente l’odore “del sole. Di fuoco puro, privo d’ogni acredine di combustibile. E di pietra secca. Ma di brughiera anche. E di spoglie di serpi“. Con quella solitudine densa e piena, ma vitale “di ogni cosa, di ogni rupe che par chiusa in se stessa meditando, e d’ogni albero o viandante che s’incontra“. E una luce speciale, “assai al di là dell’orizzonte“.

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