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Archive for gennaio 2013

babbo-natale[1]

“Son questi i giorni che le Renne si amano

e nel suo sfarzo è la stella polare:

questo è l’obiettivo del Sole,

la Finlandia dell’anno.”


Emily Dickinson, Poesie

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alcoltest-insegnanti

E così prima di entrare a scuola al mattino avrò il piacere di soffiare dentro un palloncino, come facevo da bambina. Consegnando poi lo stesso ad un medico che mi dirà se posso o meno andare a raccontare della luna di Leopardi e della consecutio temporum.

Essendo di fatto equiparata ai piloti d’aereo, ai conducenti dei treni, ai responsabili degli impianti nucleari, agli addetti alle fabbriche di fuochi d’artificio e ai chirurghi. In effetti conducente di “treno”, anche se particolare, lo sono.

Tranquilli però. Se insegnanti siete, ma non in Piemonte, potete mantenere la vostra dipendenza dallo zabaione del mattino innaffiato dal marsala. Si tratta infatti di una delibera regionale. E si sa che ormai il Bel Paese si prepara a leggi, dopo quelle ad personam, ad zonam, di modo che il concetto di federalismo sia chiaro, anzi sobrio, proprio a tutti.

E pensare di sottoporre a test, non solo alcolemico, anche chi ha la faccia tosta di fare vergognose e pericolosissime affermazioni, e proprio nel Giorno della Memoria e davanti al binario 21 del Memoriale della Shoah di Milano?

Ma noi cittadini non abbiamo ancora visto e sentito abbastanza? Fino a quando abuserete della nostra pazienza, vecchi e spudorati Catilina?

Ps: chiudo la mia giornata libera con un’altra chicca, quella del Professore (anche lui sarà sottoposto alla prova palloncino prima di entrare in Università?) che afferma di pensare ad un solo mese di vacanze per la scuola per andare incontro alle famiglie. E noi insegnanti chi siamo? Valiamo talmente poco da doverci bypassare allegramente e del tutto? Qualcuno l’ha informato che già ora, tra recuperi e prove d’esame, il periodo scolastico “vacanziero” è poco più di un mese? Lo sa che le aule delle scuole italiane in estate sono dei veri forni, chiaramente non dotate di condizionatori? Ha mai preso in considerazioni testi elementari di pedagogia che prevedono un tempo di pausa necessario per poter esser riposati al fine di apprendere il nuovo?

E mi riferisco agli studenti, perché noi professori, si sa, siamo dei fannulloni. Sempre pronti però a metter giù la testa, come nel film di Sergio Leone.

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lego1

Il 28 gennaio 1958 venivano brevettati i mattoncini assemblabili Lego, inventati già una decina di anni prima da Ole Kirk Christiansen, un falegname danese che usò la crisi del 1929 per produrre in miniatura abitazioni e arredi che prima costruiva in scala umana.

Nacque così un gioco a cui in tanti sono affezionati perché con i mattoncini colorati Lego tutti siamo stati costruttori. Con la fantasia che aveva trovato uno dei suoi paradisi artificiali più sani.

E sono gli assemblaggi che ancora oggi affascinano, permettendo costruzioni di ogni tipo, persino degli edifici simbolo delle più grandi capitali del mondo, da “La Casa Bianca” all’ “Empire State Building”. Continuando a fabbricare sogni in piccole dimensioni. E al punto da essere nominato “Giocattolo del secolo”.

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giornata-memoria

«Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare.
È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore.
Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo.
Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia, vanno soppressi».

Da “Ausmerzen” di Marco Paolini.

Nel 1933 in Germania si iniziò ad organizzare e mettere in pratica, col programma Aktion T4, la sterilizzazione e l’eliminazione di persone affette da malattie ereditarie, perché non produttive per la società. Questo sterminio di massa è stato raccontato da Marco Paolini in Ausmerzen: “T4 sta per Tiergartenstraße numero 4, un indirizzo di Berlino. Durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come “vite indegne di essere vissute”. Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, prima degli zingari, prima degli ebrei, prima degli omosessuali e degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che il resto era finito”.

Per non dimenticare…

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bambole

Scena da un matrimonio: una donna comunica al proprio marito che il loro rapporto è finito e che lei se ne andrà di casa.

Torvald: – Oh, è rivoltante. Così tradisci i tuoi più sacri doveri? 
Nora: – Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?
Torvald: – E debbo dirtelo? Non sono forse i doveri verso tuo marito e i tuoi bimbi?
Nora: – Ho altri doveri che sono altrettanto sacri.
Torvald: – No, non ne hai. E quali sarebbero?
Nora: – I doveri verso me stessa.
Torvald: – In primo luogo tu sei sposa e madre.
Nora: – Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te… o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e che nei libri sta scritto qualcosa di simile, ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose.
Torvald: – E con questa lucidità e sicurezza tu abbandoni tuo marito e i tuoi figli?
Nora: – Sì.
Torvald: – Allora c’è una sola spiegazione possibile.
Nora: – Qual è ?
Torvald: -Tu non m’ami più.
Nora: – Sì, è proprio questo. […] Cosi come sono ora, non posso essere tua moglie…
Torvald: – Io sento in me la forza di diventare un altro.
Nora: – Forse… se ti portano via la tua bambola.

Da “Casa di bambola” (1879) di Henrik Ibsen, testo inserito dall’Unesco nel 2001 nell’Elenco delle memorie del mondo.

Ps: ogni 60 ore in Italia una donna viene uccisa dal proprio compagno che non si rassegna alla fine della loro relazione. Un dato drammatico, sconvolgente, raccapricciante. Lontano anni luce dall’amore.

 

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gianniagnelli

Se ne andava in un giorno freddo di gennaio di dieci anni fa, e la “sua” città si fermò. Incredula, pur sapendo da tempo del suo stare.

Ma alcune persone, nel corso della loro vita, si trasformano in istituzioni. E così fu per l’Avvocato.

Con tutti i limiti di cui qualsiasi essere umano è portatore, fece di una città che era stata la prima capitale d’Italia la prima capitale dell’automobile. Che ci abbia guadagnato è indubbio, che il nonno fosse il vero precursore anche, ma creò posti di lavoro. E soprattutto prestigio nei confronti di un nome e di un modo di produrre. Il cosiddetto made in Italy gli deve molto, insieme a quel modo elegante e misurato nelle parole e nei gesti. La volgarità del nostro tempo del resto era ancora in incubazione.

Senza di lui la Fiat è diventata altro, andando sempre più altrove. Ora addirittura oltreoceano. Scordando la sua origine.

Sono passati dieci anni dalla sua scomparsa. Appaiono molti di più.

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Big_Ben_and_London_Double-Decker_Bus

Vedo il bus rosso a due piani, ed è subito Londra.

Quando poi lo vedo ondeggiare per le strade, affrontando curve, pedoni, asfalto come se tutto fosse possibile, mi sembra di essere in compagnia di Harry Potter e del suo Knight Bus, il famoso “Nottetempo” che maghi e streghe utilizzano per spostarsi.

Un viaggio al piano superiore, seduti in pole position, col vetro panoramico a sbobinare davanti ai vostri occhi la City, è un’esperienza davvero magica.

Altro incantesimo, ma è “solo” civiltà, è la fila ordinata e tranquilla per salire sul bus: solo dalla porta anteriore e tutti col biglietto da mostrare al guidatore. Senza spintoni né caos. E soprattutto senza nessuno ad ordinare di comportarsi così. Come se fosse naturale. Perché tale dovrebbe essere.

Ecco forse perché io assimilo una corsa su un bus londinese ad un romanzo di Harry Potter. Pura fantasia.

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audrey

Sono trascorsi vent’anni da quando siamo orfani dei suoi occhi da cerbiatto.

Leggenda iconica del cinema, musa eterea dello stilista Givenchy, infaticabile ambasciatrice Unicef, Audrey Hepburn resta nell’immaginario collettivo un’icona inarrivabile di eleganza e stile. E continua ad essere Sabrina, Cenerentola, My Fair Lady.

Tanti i fotogrammi immortalati nella mente di ciascuno di noi, ma due fanno ormai parte della storia del cinema: la Vespa “romana” che racconta la felicità di lei e Gregory Peck mentre scorrazzano per la città eterna, e il suo incantato stupore mentre mangia con elegante nonchalance una brioche davanti alla vetrina di Tiffany in little black dress.

Vengono in mente le parole che Cary Grant disse dopo aver lavorato con lei in “Sciarada”: “L’unico regalo che desidero per Natale è un altro film con Audrey Hepburn.

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neve2

C’è un freddo straordinario, 18 gradi Celsius sotto zero, e nevica, e nella lingua che non è più la mia la neve è qanik, grossi cristalli quasi senza peso che cadono in grande quantità e coprono la terra con uno strato di bianco gelo polverizzato.

“Il senso di Smilla per la neve” di Peter Høeg

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Baked potatoes alla Dickens

BakedPotatoWithButter

Chiamate anche Jacket potatoes, ovvero patate con la “giacchetta”, la buccia. Quelle che noi chiamiamo al cartoccio o al forno.

Charles Dickens lo definiva tipico cibo da pub, come quelli da lui frequentati, The Spaniards Inn del 1585, immortalato nel libro “Il Circolo Pickwick”, e Ye Olde Chesire Cheese ricostruito nel 1667 su fondamenta del XIII secolo, vetri piombati e luce fioca come raccontato dallo scrittore nel romanzo “Una storia tra due città”.

E allora cominciamo a cucinare con Charles…

A fare atmosfera luci basse e un forno già caldo in attesa delle patate lavate e bucherellate. Poi entriamo per 45 minuti in uno dei romanzi di Dickens, camminando per le strade della sua Londra buia e nebbiosa, scorgendo da un vicolo un ragazzino, forse Oliver…

Ma il dovere/piacere ci chiama. E poiché le “patate in giacchetta” vanno gustate caldissime, i movimenti successivi sono rapidi: tolte dal forno le patate vanno incise a metà e rese golose con burro salato. Se è momento di golosità aggiungete una punta di formaggio, cheddar se volete stare ancora un po’ in compagnia di Dickens…

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