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Archive for settembre 2012

Cento anni fa nasceva un maestro della regia, Michelangelo Antonioni.

E’ stato geniale nel raccontare l’incomunicabilità, l’alienazione, il disagio esistenziale. Dell’uomo di ogni tempo.

Mi piace ricordare tra i suoi film “Blow-Up”, perché “l’ingrandimento” della realtà non permette all’uomo né di svelarla né di comprenderla.

Così non resta che guardarla, la realtà. Con l’occhio interno. Come ha fatto, magistralmente, il regista Antonioni.

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Eduard von Grutzner, “Falstaff” – 1921

Da oggi si apre “Torino Spiritualità”, ottava edizione di una serie di incontri intorno alla dimensione etica e spirituale dell’essere umano. Il tema di quest’anno è “La sapienza del sorriso”.

Sono queste due parole poste a fianco che mi affascinano, la sapienza che passeggia col sorriso.

E l’idea che mi si affaccia è quella della possibilità di sentire il “sapore”, la sapienza appunto, di un’espressione corporea spontanea e  universale, il sorriso. Che resta una delle ultime frontiere della gratuità. E che racconta la globalità in modo primitivo. Cioè sapiente.

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Il colore è davvero elegante, ogni volta mi affascina.  Tra il blu e il viola. Ed è la sfumatura a raccontare la provenienza.

La sua buccia lucida rispecchia l’umore del cuoco. Così nasce la ricetta, grigliata, parmigiana, funghetta.

Ma è alla Norma belliniana che le melanzane esprimono le loro note più alte. Con la ricotta che scende a pioggia sul piatto, intonando “Casta Diva”.

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Ma quando è successo?

Ma fuori è ancora caldo.

Ma i piedi reclamano i sandali.

Ma il prosciutto chiede il suo melone.

Ma davvero è autunno? Non sembra.

Non sembra, ma è.

Per quante cose accade così…

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La prima sorsata di birra.
E’ l’unica che conta. Comincia ben prima di averla inghiottita. Già sulle labbra un oro spumeggiante, frescura amplificata dalla schiuma, poi lentamente sul palato beatitudine velata di amarezza. Come sembra lunga, la prima sorsata. La beviamo subito, con avidità falsamente istintiva. Di fatto, tutto sta scritto: la quantità, né troppa né poca che è l’ avvio ideale; il benessere immediato sottolineato da un sospiro, uno schioccar della lingua, o un silenzio altrettanto eloquente; la sensazione ingannevole di un piacere che sboccia all’infinito… Intanto, gia lo sappiamo. Abbiamo preso il meglio. Riappoggiamo il bicchiere, lo allontaniamo un po’ sul sottobicchiere di materiale assorbente. Assaporiamo il colore, finto miele, sole freddo. Con tutto un rituale di circospezione e di attesa, vorremmo dominare il miracolo appena avvenuto e già svanito.

Philippe Delerm, da “La Prima Sorsata di Birra e altri Piccoli Piaceri della Vita”.

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Questo settembre di inizio scuola non so più chi sono. Nel senso letterale del termine. Perché la scuola in cui insegno ha perso il suo nome accorpandosi con un altro liceo. E così il Liceo “Gino Segré” di Torino, luogo storico di istruzione liceale della città, è stato cancellato in base ai nuovi parametri di aggregazione degli istituti scolastici.

E se, studenti e professori, accettiamo, obtorto collo (ça va sans dire…), l’accorpamento al Liceo “Piero Gobetti”, davvero non comprendiamo la necessità di cancellare il nome della “nostra” scuola invece di affiancarlo all’altro.

Cancellare la memoria storica è sempre un gesto inquietante perché il ricordo di ciò che è stato è utile per essere. Cancellare il nome di un istituto scolastico è rinnegare chi è passato da quel liceo, insegnando, imparando, crescendo, cambiando.

E di solito a scuola ti dicono di cancellare solo ciò che è sbagliato…

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In radio poco tempo fa ho sentito delle interviste ad alcuni lavoratori minerari del Sulcis. Pensavo raccontassero della fatica del loro lavoro. Pesante, scuro, usurante. Scelto, o meglio non scelto, per necessità, disperazione, assenza d’altro.

E invece ascolto, con curiosità crescente, di persone non solo fiere del loro lavoro, ma contente di quanto fanno, affascinate dall’ambiente in cui lo fanno, al punto da non poterne più fare a meno. Percependo la luce nel buio.

Scopro così che spesso dividiamo il mondo in scomparti, in preconcetti, in gabbie. Vivendo a volte, io almeno, in miniera.

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Mare di settembre. Spiaggia semivuota. Lunghe prospettive. Di sguardo e di testa. Silenzi sciabordati dalle onde.

E poi una voce di bambina: “Mamma, ma il mare si può trasportare?”. Mi volto ed è il mio interno a fotografarla. Una manciata di anni, otto o dieci, e un atteggiamento riflessivo, di chi di fronte ad un problema si ferma a pensare e chiede illuminazione a qualcuno di cui si fida. Guarda il mare e lo vorrebbe portar via, per quando sarà lontana. E quell’azzurro sarà dislavato da nebbia, tempo e fatica.

Come se fosse pensabile una conserva immensa di mare per i giorni d’inverno.

Ed è così, con quella domanda carpita, che io scommetto ancora sul tappeto della fiducia nel futuro, nel sogno, nella possibilità.

Anche su qualcosa che, ad oggi, ci appare proprio impossibile.

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Se ne andava 30 anni fa, il 14 settembre.

Lasciando il Principato di Monaco sguarnito di luce e discrezione.

Forse il film che meglio racconta la sua storia è “Caccia al ladro”, in cui la panoramica Corniche di Montecarlo fa da sfondo ad alcune scene. Nonché alla sua stessa vita.

Vita da film la sua, da principessa, come già lo era stata sul set. Con luci e ombre. Come ogni set, come ogni esistenza.

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“21 settembre. Fuori dalla finestra un paio di aerei decollati dalla vicina base di Pratica di Mare fanno evoluzioni e sforbiciate sopra il giallo dei palazzoni popolari, passano sopra il serbatoio dell’acqua proprio davanti alla finestra della classe e tornano verso Torvaianica, verso il mare che sta laggiù, dietro un tratto di campagna ciancicata dalle ruspe, da una giostrina ambulante e, infine, dal mercato settimanale che ogni sabato pianta le sue bancarelle davanti al cancello della scuola per vendere abiti di acrilico e mozzarelle di bufala.

Poi la lavagna, dove qualcuno ha scritto “Welcome” e qualcun altro “Che palle!”. E la mappa dell’Europa, in cui compaiono ancora la Jugoslavia e l’Urss. Chissà quando ci saranno i soldi per poterle cambiare. Un computer in ogni classe! L’informatica nelle scuole! E abbiamo ancora l’Urss appiccicata al muro… E poi i cartelloni con gli imperatori di Roma: Giulio Cesare, Ottaviano…, lasciati dallo scorso anno. Le ragazzine hanno il seno un po’ più pronunciato, i ragazzini qualche pedicello in più sulle guance. Ma il resto è così come l’avevo lasciato: le zeppe, le Tod’s, gli Swatch, gli Invicta, e le Pilot, e le agende Smemoranda, e le facce di Ligabue, di Nek, che digrignano i denti dalle foderine dei quaderni.

Ricominciamo.”

“Registro di classe” di Sandro Onofri

Ps: quanto tempo senza tempo in questo intuitivo e appassionato diario di professore… Era il 2000. Molte cose sono cambiate, ma la riapertura del registro di classe all’inizio di un nuovo anno scolastico è uno di quei frutti che maturano comunque. Nonostante la siccità.

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